forconiAnna Lombroso per il Simplicissimus

La signora che nei suoi andirivieni in Riviera ha raccolto più di 100 ricette della focaccia di Recco, che nemmeno la Parodi ne ha tante. L’architetto milanese che la barca la venderà per via di ristrettezze di origine fiscale. Il trentenne con famiglia in Liguria che dopo una brillante laurea in legge lavora da precario a Milano in uno studio di illustri schiavisti.

Non sembravano comparse nel cuore di una strana rivoluzione i passeggeri di quel treno assediato da uno sparuto drappello di “forconi”, non sembravano pingui borghesi inconsapevoli, all’alba del 14 luglio: il sole era caldo per dicembre, ma non era quello carico d’amore della Comune. Erano inusualmente pazienti: ogni tanto chiedevano notizie al personale di Trenitalia, composto di spauriti Schettino, che meditava la chiamata d’emergenza di una motrice per tornare indietro alla stazione di partenza. Perché, secondo il capotreno quella fermata in mezzo alla dolce campagna verso il mare, “non era regolare”. È stato in quel momento che come una sola voce, come una sola risata, è scoppiato il dileggio: cosa c’è più di regolare qui? Cosa c’è di legale in Italia? Cosa c’è di normale nella nostra nazione? Altro che larghe intese, quel gruppo di viaggiatori stamattina mostrava la faccia di una nazione unita dallo spaesamento, coesa nell’imbarazzato di ritrovarsi, forconi, professionisti, signore borghesi, giovani, insieme ad esprimere un pensiero comune che era poi quello della sfiducia, del malumore quando trova la strada del risentimento, dell’infastidita insopportazione per autorevoli testate i cui titoli in prima, tutti, erano dedicati a Renzi, a un partito fatto di nulla e costruito sul nulla con un segretario nulla pensante che vuol diventare premier di un governo inteso a fare nulla. Non erano solidali coi forconi, non si interrogavano su quale ideologia li muova o quale istanza li agiti, se ci fosse qualche boia chi molla, qualche sovversivo NoTav, qualche riottoso occupante di case. Avevano forse la disincantata pazienza di chi teme che prima o poi dovrà tirar fuori un suo forcone per difendere un ultimo bene, nemmeno un diritto, forse l’eco di un remoto privilegio.

Come faranno gli agenti a 1000 euro al mese, che si sono tolti il caso, quelli cui noi chiediamo comportamenti democratici, quando qualcuno ordina loro randellate per celebrare il funerale della democrazia e della Carta che l’ha proclamata. Innumerevoli volte ci siamo chiesti il perché l’Italia non abbia prodotto indignados, come mai le decadenze da noi arrivino per via giudiziaria o su iniziativa di singoli cittadini, come si spieghi che la bruciante passione partecipativa dei referendum sui beni comuni si spenga in quel rassegnato disincanto della democrazia, troppo profetizzato e mai contrastato. Come sia avvenuto che ci siamo assuefatti come il prudente Mitridate, a assumere dosi di veleni sempre più tossiche e massicce, senza essere sopraffatti dalla collera, preferendo la silenziosa defezione dai seggi, interpretata come matura e sobria mutazione della partecipazione e della cittadinanza. Come sia successo che una repubblica giovane, abbia potuto sclerotizzarsi grazie all’accelerato indottrinamento, per il quale ancora prima del proclamato stato di necessità, era necessaria l’accumulazione di capitale privato, la fine d’ogni controllo democratico e d’ogni intervento politico sui mercati e sulla finanza, la rinuncia ai diritti e alle prerogative, ma perfino quella all’assistenza, all’istruzione, al territorio, alla speranza. Non è facile dare una risposta che non evochi la minaccia di un Paese, che da espressione geografica potrebbe diventare talmente – politicamente e civilmente – inespressivo da non esistere più nelle agende politiche e nello scenario economico.

Ma una convinzione comincia a farsi strada nei più avveduti: che ci sia una politica sotterranea che parla altre parole, si muove su altri scenari, si proietta altre visioni e che affiora come quei fiumi del deserto assetato, zampillando con forza. Che spesso non ci piace. Che ancora più spesso non comprendiamo. I movimenti per il diritto all’abitare, i No Tav e i No Muos, quelli dei migranti e dei rifugiati che chiedono l’abolizione della legge Bossi-Fini, i sindacati di base (Usb e Cobas), le reti antagoniste dei movimenti sociali, e anche quelle dei centri sociali, e poi cittadini che difendono porzioni del loro paesaggio e del loro diritto a abitare la loro città, e chi si batte nelle Terre dei Fuochi, e chi contro le Grandi Navi, e gli studenti, e i precari e le mamme per gli asili e i disoccupati, le geografia del disagio, la marcia della collera non prevede la confluenza in un’unica piazza, sotto una sola bandiera, per una causa esclusiva, ipotizza forse una resistenza “guerrigliera” che scompone, ricompone e aggrega di volta in volta intorno a una esigenza, a una domanda, a un diritto. Non pensino quelli della politica tradizionale e nemmeno della critica rituale di capire il tracciato di quel fiume, verso che mare sia diretto, di insegnare come si fa, che troppi insuccessi abbiamo collezionato, primo tra tutti quello di aver ridotto a questo la democrazia, lo stare e il ragionare insieme e l’utopia della felicità.