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Vivere in tenda per lavorare

amp_sdr_101216_amazon012Ricordate negli anni ’80 come si rideva dei giapponesi che dormivano sul posto di lavoro? E vi rendete conto di come, in fondo in fondo ridete dei cinesi in branda dentro le stesse fabbriche per poter produrre a pochi spiccioli oggetti poi venduti a centinaia di euro da noi grazie ai bei marchi occidentali divenuti solo uffici commerciali? Ci sarebbero tonnellate di cose da dire, ma mi voglio concentrare sul quel sentimento ottuso, intrecciato di cecità politica acquisita e di senso di superiorità coltivato dalla culla, che ci impedisce di credere che prima o poi toccherà a noi. E dunque anche di non fare nulla perché non succeda. Invece comincia ad accadere perché la logica dello schiavismo, della spoliazione dei diritti, delle disuguaglianze assolute è globale ancorché destinata a morire delle proprie stesse contraddizioni. In Scozia gran parte dei dipendenti di Amazon  che lavorano centro di Dunfermline sono infatti costretti a dormire in tenda per poter rispettare le 60 ore settimanali imposte dall’azienda e ormai molto vicine all’inferno padronal ferriero dell’Ottocento .

Il fatto è che dopo la diminuzione dei salari che sono mediamente di 3,8 euro l’ora la stragrande maggioranza dei dipendenti non può  più permettersi i bus navetta che costano quasi 9 euro al giorno, né tantomeno i treni che in Gran Bretagna hanno costi proibitivi e scarsa efficienza  dopo la privatizzazione di Thatcher e Blair (vedi nota) e così non hanno altra risorsa che accamparsi attorno al complesso Amazon per potersi presentare al lavoro con quella solerzia pretesa dall’azienda e senza la quale si viene immediatamente licenziati. In compenso i dirigenti sono così umani che nelle sacre feste del consumo, vedi Black Friday organizzano persino tombolate aziendali  perché come dice il responsabile di Amazon per la Gran Bretagna ” è importante che gli impiegati si divertano”. Se poi anche queste persone allevate fin dalla culla in un universo ludico ed eternamente infantile, mostrassero qualche malumore su può passare dalla carota al bastone: nel suo più grande centro di smistamento globale che si trova in Germania, l’azienda pensato bene di dotarsi di un servizio di sorveglianza affidato a un’associazione neonazista. Qui almeno i dipendenti hanno a disposizione delle stanzette con letti a castello, anche se sono costretti a lavorare anche durante gli intervalli fra i vari contratti visto che percepiscono un sussidio da parte dello stato che così sovvenziona indirettamente Amazon.

Tutto questo viene illustrato generalmente dall’informazione mainstream come se fosse una “caratteristica” dell’azienda, una sorta di modello di lavoro, forse con qualche eccesso e qualche errore, ma assolutamente legittimo comprese le telecamere nei bagni per impedire che gli impiegati cincischino troppo a fare pipì. Legittimo e comunque inevitabile perché le cose vanno così e del resto Amazon dopo l’acquisto del Washington Post si avvia a diventare anche un protagonista dell’informazione, quindi meglio non criticare troppo. Anzi il maistream si innalza peana al cielo quando la multinazionale non potendo sfruttare la gente oltre i limiti fisiologici, non potendo andare oltre alle 80 ore settimanali reali in condizioni di totale ricatto e precarietà che spesso si concreta in contratti di pochi giorni in pochi giorni, fa finta di tornare sui suoi passi e annuncia di voler sperimentare qui è là in gruppi ristrettissimi una settimana di 30 ore più un numero imprecisato di  ore “flessibili”, pagata al 75%, del salario per le 40 ore. E’ chiaro che da una parte si cerca di sopire le polemiche, dall’altra si tratta soltanto di far lavorare la gente lo stesso tempo, ma per un quarto in meno. Una manovra così scoperta la capirebbe anche un cretino, ma questo tipo di fascismo del lavoro è assolutamente al di fuori della portata dei servi sciocchi disponibili a rallegrasi di qualsiasi cosa e a agitare il turibolo di fronte a questo pezzo di “sogno americano” nel quale si illudono migliaia di persone in cerca di sopravvivenza di avere qualunque chance se disponibili ad entrare in schiavitù, a fare la pipì in fretta e non fare storie, ad essere massacrati. Con il linguaggio schiavista dei media e della politica ad “essere moderni”.

 

Nota Le delizie della privatizzazione ferroviaria inglese sono ben note: profitti interamente privati, ma spese di investimento e manutenzione principalmente a carico dello stato, costo dei biglietti mediamente superiore di sei volte rispetto all’Europa continentale, soprattutto per quanto riguarda i pendolari tanto che negli ultimi 5 anni, 300 mila persone hanno dovuto lasciare il posto di lavoro e cercare altro per l’impossibilità di pagare i costi del trasporto quotidiano. A questo si deve aggiungere anche l’insicurezza, visto che nel giro di una ventina d’anni ci sono stati oltre 150 morti e un migliaio di feriti per la mancanza di sistemi aggiornati. Questo tuttavia non esime i plagiati dal liberismo e gli anglofili senza speranza a negare queste realtà o attribuirle come ha fatto recentemente Repubblica al Brexit, mentre è un quarto di secolo che gli effetti della privatizzazione sono squadernati davanti agli occhi  persino dei ciechi. Talvolta si raggiunge il ridicolo e il grottesco quando si legge che i treni inglesi  “Incredibilmente puntuali ed efficienti,sono anche molto veloci: Londra-Manchester in due ore e qualche minuto”. Ci riferisce ovviamente a una corsa diretta senza fermate intermedie. Purtroppo la distanza  tra le due città è di 280 chilometri e le 2 ore e 10 minuti denunciano una lentezza da lumaca, visto che sulla stessa distanza ( Firenze- Roma) persino le varie “Frecce” italiane ci mettono anche meno di 1 ora e 20 pur su un terreno assai più complesso dal punto di vista altimetrico.

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Colombe e Sciacalli

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai  ogni accadimento che ci vogliono far vivere come un accidente “naturale”, un prezzo fisiologico da scontare per la nostra hybris di popoli viziati da immeritato benessere, un sacrificio dopo troppi pranzi di gala con un ricco menu di garanzie, libertà, sicurezza, è seguito da un coro di inviti al pensoso silenzio, di raccomandazioni a elaborare in muto raccoglimento il lutto collettivo, a osservare una taciturna astinenza dal pensare, dal capire, dall’interrogarsi.

Pare sia doveroso piangere sommessamente, ricondurre tragedie collettive in un ambito privato e personale, quello della pietas, quello della paura che il “cataclisma” prossimo ci colpisca direttamente, per via dell’egocentrismo e dell’egoismo che pare siano corredo irrinunciabile della civiltà occidentale.

Se ammazzano degli imprenditori a  Dacca pare sia blasfemo chiedersi come mai le nostre aziende piccole e grandi scelgano di “investire” là dove i salari sono più bassi, dove ci sono ancora meno garanzie che da noi, dove i genitori mandano a lavorare figli minori, preferiti dal “mercato” perché costano meno e non protestano, dove non si rispettano regole di sicurezza.

Se si scontrano due treni in un sud negletto e discriminato, è obbligatorio tacitare il dietrismo, astenersi dall’assimilare a atti di terrorismo il condannare a probabile morte i cittadini per alimentare profitti e speculazioni, preferendo la commiserazione in attesa  dei risultati di una commissione d’inchiesta, delle compunte audizioni dei ministri fino al catartico taglio di nastri di un premier che inaugura reiteratamente binari e bretelle.

Figuriamoci poi se un fanatico disturbato, tenuto d’occhio dalla polizia per numerosi precedenti, come d’altra parte tutti gli autori degli attentati francesi, fa irruzione sulla scena pacifica di una festa paesana, conducendo a tutta velocità un camion frigorifero col quale ha superato i controlli: devo consegnare i gelati, avrebbe detto, e abbattendo giovani, vecchi, bambini che guardano i fuochi artificiali.

A costo di passare per complottisti non può non suonare sospetto il richiamo al silenzioso raccoglimento, alla doverosa supremazia delle emozioni,  in modo che pretese infami di comprensione, riflessione, spiegazione vengano represse e condannate come sciacallaggio impudente e impunito.

È perfino banale pensare che la raccomandazione al compianto e alla dimissione da pensiero e ragione non sia  altro che una pretesa di innocenza di quello strapotere che ha provocato la guerra per legittimarla, che ha imposto una concezione manichea polarizzando il confronto tra Bene assoluto  e Male assoluto, tra Amico e Nemico, superando addirittura la fase nella quale si accreditava lo scontro tra civiltà, per asserire definitivamente che si tratta di una lotta contro l’unica civiltà, sicché possano essere rimosse, grazie alla riconquista catartica di una infantile integrità, colpe, responsabilità, imprese belliche di conquista e sfruttamento, esportazioni di quella democrazia  ormai nemmeno più quantitativa  che assimila sultani, nominati, purchè si sottopongano malvolentieri a liturgie elettorali di carattere notarile e confermativo.

E come non sospettare che sia strumentale a funzionale al l’uso di rubricare sotto la categoria di terrorismo – già attivo o in divenire – ogni fenomeno compresi i movimenti di opposizione critica al sistema vigente, in modo da alimentare  diffidenza, e per permettere esclusione, repressione, rifiuto di chi  non può che essere un potenziale nemico, non può che appartenere alle geografie della barbarie, congenita alla stessa religione mussulmana,  per sua stessa essenza connaturata con la violenza, la barbarie e l’irrazionalità, è refrattaria alla ragione e inadatta a una società civile.  E come non pensare che aiuti a offuscare di lacrime di coccodrillo lo sguardo per distoglierlo dalle soluzioni finali europee, dai muri, dalle riduzioni di libertà e circolazione, dalle misure eccezionali rese ineluttabili dall’emergenza rappresentata da ondate di potenziali fanatici, dalla loro presenza in casa, mantenuta sapientemente anche quando è esplicito il comportamento trasgressivo, per legittimare carceri disumane, per rendere visibile e osceno il bubbone dell’irregolarità, sottolineandone il carattere parassitario e illegale.

Ma se i regimi peccano del vizio della pretesa di innocenza, nei popoli sempre più ridotti a massa, a gente, si diffonde la pretesa di estraneità, quella che permette di chiamarsi fuori, di rigenerare il mito illusorio di una società civile proba e incolpevole rispetto a un ceto dirigente reo di ogni nequizia e affetto da ogni vizio. Quel silenzio raccomandabile diventa un invito a astenersi, una sollecitazione alla delega e una assunzione di irresponsabilità, che trasforma in inevitabile effetto secondario di scelte decise in alto il razzismo, il fascismo, l’egoismo, la sopraffazione. Ma anche la sopportazione senza ribellione dell’esproprio di diritti e conquiste, l’assoldamento in eserciti di sfruttati e schiavi in cambio di una imitazione dei benessere, la limitazione di libertà la cui rinuncia dovrebbe garantire ordine e sicurezza, la riduzione di democrazia, che deve assicurare la loro “governabilità”.

Non sarà il pianto per le vittime a renderci incolpevoli di aver accettato di esserlo anche noi.


Scontro in concessione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Scontro frontale tra due treni nel tratto Corato-Andria delle Ferrovie del Nord Barese. Almeno 20 vittime e diverse decine di feriti, ma, come ha detto Delrio usando uno stilema sconcertante quanto caro all’ideologia progressiva del regime, i numeri sono in “evoluzione”.

Quando accadono tragedie prevedibili, ci si sente come il coro che ricorda tremende profezie inascoltate.

Quella  linea utilizzata prevalentemente da studenti universitari e pendolari era una di quelle “decotte”, obsolete, trasandate e trascurate annoverate tra i “rami secchi” e di conseguenza offerte a prezzi stracciati in generose concessioni. Ma possiamo stare tranquilli, è già stata annunciata l’istituzione di una commissione di inchiesta, sul luogo del disastro stanno per arrivare ispettori ministeriali, Renzi esige che si faccia chiarezza sulle responsabilità.

E talkshow e telegiornali sciorinano, a margine dei commenti di pensosi “macchinisti” dell’instancabile motore della propaganda,  le statistiche sugli incidenti, con picchi altalenanti, ma in positiva discesa, dimenticando che forse, proprio come per quelli sul lavoro,  l’incidenza potrebbe essere condizionata dalla cancellazione di tratte e dalla soppressione di treni e convogli soprattutto nel Mezzogiorno. Che vedi caso anche ‘a livella su ferro discrimina, così per una non inspiegabile coincidenza, accadimenti simili si verificano non sulle freccerosse, non sulle alte velocità, ma sui treni dei pendolari, quelli che avrebbero l’obbligo di sacrificarsi per lo sviluppo del paese, di rinunciare a un trattamento umano, in favore di formidabili risorse per megalomani alte velocità anche su percorsi cittadini.

E già i sottotitoli corrono: tra le cause si ipotizza un errore umano.

Come se ci fosse qualcosa di umano in dipendenti di aziende, alcune, con tutta probabilità, in odore di infiltrazione e collusione, alle quali l’ennesima crisi ben pilotata per rendere quando diventa profittevole emergenza, è stato concesso di prendersi in carico infrastrutture, dotazioni, attrezzature dissestate, antiquate, senza investire un quattrino per risanarle e modernizzarle.

Come se ci fosse qualcosa di umano nel fatto che le stesse imprese possono approfittare del provvidenziale concorso di uno stato “fallimentare”, di passivi mantenuti con cura, di leggi dello stato per tenere in condizioni di soggezione il personale, ricattato, precario, mobile più dei treni, sottoposto a orari e regimi capestro, proprio come succede agli autisti  dei pullman che cadono nelle scarpate, a quelli dei merci che trasportano merci a elevato rischio, come è successo a Viareggio, a quelli dei camion delle “vite vendute”, che devono rispettare gli orari, ma anche incerottare i motori, confidare nella buona sorte, non patire il caldo in cabine e vagoni arroventati, spalare la neve quando arriva il generale inverno, stare svegli e in campana, perché se sono obsoleti i mezzi, lo sono anche i sistemi di sicurezza, la segnaletica, le comunicazioni.

Se è solo l’errore ormai a essere umano, là dove si è bruciata ogni speranza di equità, di dignità, di efficienza, di qualità, allora dobbiamo ricrederci: questa cupola che ci governa, politici, imprenditori, amministratori, manager, finanzieri, latifondisti, proprietari e tycoon, tanto sbagliano da essere diventati umani, mentre noi siamo  retrocessi alla condizione di gregge o di bestiame trasportato a probabile macello.


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