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La Bianca Visitatrice

Maltempo: neve in zone sisma Marche, preoccupa ghiaccioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tema: E’ arrivata la Bianca Visitatrice.

Lo svolgimento nei social network dove l’immagine delle auto coperte di neve, il vialetto di casa, il pupazzo di rione hanno sostituito i gattini, ma anche nella stampa un tempo di informazione, ha seguito l’andamento prevedibilmente deamicisiano della contrizione per chi sta all’addiaccio-

Una estemporanea e provvisoria commozione è stata spesa perfino per i molesti ospiti indesiderati, promossi a piccole fiammiferaie, e già oggi che il sole che illumina i loro stracci, tornano a essere il pericolo pubblico n.1. coi loro potenziali trasgressivi, la loro indole parassitaria e i loro costumi e atteggiamenti incompatibili con la nostra civiltà superiore

La stessa  civiltà superiore che oggi ci fa assistere alla paralisi del paese per via della banca visitatrice che blocca la circolazione dei treni. Quei treni e il sistema della gestione ferroviaria caratterizzata ada antiche e contemporanee prestazioni in tutto lo stivale: disastri e scontri sulle linee locali, incidenti in pacifiche stazioni di provincia, zone isolate a ogni scroscio, frane non sorprendenti sui binari, insomma un Giano bifronte con la misera pubblica per i pendolari e il lusso opulento e futile della Tav, esemplare dimostrazione che se civiltà volessimo chiamarla sarebbe quella delle differenze più profonde, delle ingiustizie più nere, proprio come tra sumeri e egizi.

La solidarietà per i diseredati in occasione dell’emergenza neve, attenta a non fare una fastidiosa irruzione nella campagna elettorale, turbando il delicato equilibrio di correità e rimozioni, rinfacci e rivendicazioni di candidati nazionali e locali, commissari straordinari del passato e vigenti, ministri e amministratori in attesa di promozione a ruoli nazionali, ha evitato di avventurarsi nei territori del Centro Italia a più di un anno e mezzo dal sisma e al secondo inverno sotto la neve, in situazioni abitative provvisorie, le aziende chiuse e le strade interrotte da allora, quelle cittadine piene di macerie mai rimosse, con centri che alla prima neve di metà novembt sono rimasti per giorni senza elettricità.

Non stupisce che i candidati di spicco, i ministro capolista come i prodotti civetta messi per invogliare la clientela nelle svendite e nei saldi, evitino accuratamente il tema e scansino le visite pastorali: non si tratta di un elettorato influente e si può sospettare che tra gli impegni prioritari del ministro dell’Interno impegnato in una campagna elettorale che si sviluppa perfino oltremare, abbia preso a cuore l’organizzazione dei seggi in plaghe abbandonate, marginali, nelle quali il consenso è dubbio e gli elettori sono stati trasformati in comparse disperate e invisibili, salvo in occasione di special delle tv del dolore o di fugaci apparizioni di qualche commissaria pellegrina in forma blindata,

Ma sbaglierebbe chi si illudesse che l’oblio sia frutto di sensi di colpa o di inusuale pudore, macché: quella fetta di Italia, una delle più dense di bellezza, storia, arte, cultura, e i suoi abitanti scontano una colpa, sono condannati per una forma a volte perfino inconsapevole di ribellione, pagano per la difesa ad oltranza della loro dignità di cittadini che passa per la custodia di un progetto di lavoro, di vita, per la tutela dei posti della memoria e delle tradizioni, per l’amore sano e onesto per la loro roba, una “roba” che è la terra, i semi, le bestie, le piccole aziende, i sapori, quelli veri senza croccante, senza acidità, senza fusion, senza etno. Quelli di casa in tutte le latitudini di questo paese troppo lungo ormai spinto sempre più giù a farsi propaggine di un Sud emarginato.

Pagano caro non aver abbandonato territori, paesaggi e paesi alla speculazione in agguato  pronta a compere il disegno di fare di intere regioni un parco tematico con i pochi che resistono a impersonare le allegre comari, i vivaci artigiani, i paciosi norcini in una rappresentazione a cielo aperto della culla del made in Italy gastronomino e al tempo stesso il circuito del turismo religioso.

Pagano caro con gente ancora nei container (400 solo a Tolentino), le casette del Lego governativo promesse per l’inizio del 2017 mai arrivate, nemmeno quelle sorteggiate con la riffa in piazza, alcune pervenute, sì, ma inefficienti, senza i servizi e gli impianti elettrici e sanitari, con  strade ancora impraticabili cui si aggiunge la maledetta neve non certo sorprendente o anomala da queste parti, paesi abbandonati con davanti il cartello “zona sisma” come un segnale di pericolo mai finito e di futuro negato, le piccola aziende artigiane chiuse o in condizioni di sofferenza. Perché questo Paese trova i soldi per aiutare banche moderatamente criminali o semplicemente più furbe a comprarsi banche pesantemente criminali o più stupide che comunque non investono per sanare invece le ferite delle aziende colpite e soggette ai ricatti del racket creditizio e fiscale, trova i quattrini per essere un erogatore di punta in spese militari contribuendo a spargere rovina e morte, ma non ne ha per portare sogni tranquilli e un tetto sulla testa di chi l’aha perso e di chi viene a cercarne uno qui.

Pagano caro e vengono anche offesi, si sibila in risposta a rare domande dirette non più in uso nella stampa, che la gente “preferisce” stare nei container perchè si spende in chissà quali viziosi consumi i cosiddetti contributi per gli affitti, che invece in ogni caso non vengono erogati a chi ha un tetto anche mobile sulla testa, si fa intendere di un attaccamento arcaico e misoneista a certe radici, a una terra che – ma lo ammettano – non può che essere ingrata, si deride la pervicacia nel continuare con attività modeste, individuali o familiari che non vogliono adeguarsi alle magnifiche sorti e progressive dell’industria alimentare e della ristorazione come ampiamente magnificate dall’Expo e dai suoi officianti. Zero in Abruzzo, 2 in Umbria a Norcia, 12 nel Lazio e 36 nelle Marche: nei 138 comuni del cratere sono appena 50 le case private che erano state lievemente danneggiate dalle scosse e sono tornate abitabili. Mentre intanto  si accredita la fake più infame, che ritardi, inefficienze, incapacità altro non sono che la doverosa cautela per contrastare arbitrarietà e illegalità, per garantire trasparenza e equità. E rispetto delle leggi.

Hanno ragione, c’è da ipotizzare che siano davvero rispettate leggi ormai promulgate per garantire grandi gruppi, lobby personali, rendite, poteri, per creare sistemi che con l’apparenza della  legittimità coprono malaffare, profitti opachi e corruzione.

Ma quelli la Bianca Visitatrice non li coprirà per sempre, prima o poi arriverà il nostro disgelo.

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Vivere in tenda per lavorare

amp_sdr_101216_amazon012Ricordate negli anni ’80 come si rideva dei giapponesi che dormivano sul posto di lavoro? E vi rendete conto di come, in fondo in fondo ridete dei cinesi in branda dentro le stesse fabbriche per poter produrre a pochi spiccioli oggetti poi venduti a centinaia di euro da noi grazie ai bei marchi occidentali divenuti solo uffici commerciali? Ci sarebbero tonnellate di cose da dire, ma mi voglio concentrare sul quel sentimento ottuso, intrecciato di cecità politica acquisita e di senso di superiorità coltivato dalla culla, che ci impedisce di credere che prima o poi toccherà a noi. E dunque anche di non fare nulla perché non succeda. Invece comincia ad accadere perché la logica dello schiavismo, della spoliazione dei diritti, delle disuguaglianze assolute è globale ancorché destinata a morire delle proprie stesse contraddizioni. In Scozia gran parte dei dipendenti di Amazon  che lavorano centro di Dunfermline sono infatti costretti a dormire in tenda per poter rispettare le 60 ore settimanali imposte dall’azienda e ormai molto vicine all’inferno padronal ferriero dell’Ottocento .

Il fatto è che dopo la diminuzione dei salari che sono mediamente di 3,8 euro l’ora la stragrande maggioranza dei dipendenti non può  più permettersi i bus navetta che costano quasi 9 euro al giorno, né tantomeno i treni che in Gran Bretagna hanno costi proibitivi e scarsa efficienza  dopo la privatizzazione di Thatcher e Blair (vedi nota) e così non hanno altra risorsa che accamparsi attorno al complesso Amazon per potersi presentare al lavoro con quella solerzia pretesa dall’azienda e senza la quale si viene immediatamente licenziati. In compenso i dirigenti sono così umani che nelle sacre feste del consumo, vedi Black Friday organizzano persino tombolate aziendali  perché come dice il responsabile di Amazon per la Gran Bretagna ” è importante che gli impiegati si divertano”. Se poi anche queste persone allevate fin dalla culla in un universo ludico ed eternamente infantile, mostrassero qualche malumore su può passare dalla carota al bastone: nel suo più grande centro di smistamento globale che si trova in Germania, l’azienda pensato bene di dotarsi di un servizio di sorveglianza affidato a un’associazione neonazista. Qui almeno i dipendenti hanno a disposizione delle stanzette con letti a castello, anche se sono costretti a lavorare anche durante gli intervalli fra i vari contratti visto che percepiscono un sussidio da parte dello stato che così sovvenziona indirettamente Amazon.

Tutto questo viene illustrato generalmente dall’informazione mainstream come se fosse una “caratteristica” dell’azienda, una sorta di modello di lavoro, forse con qualche eccesso e qualche errore, ma assolutamente legittimo comprese le telecamere nei bagni per impedire che gli impiegati cincischino troppo a fare pipì. Legittimo e comunque inevitabile perché le cose vanno così e del resto Amazon dopo l’acquisto del Washington Post si avvia a diventare anche un protagonista dell’informazione, quindi meglio non criticare troppo. Anzi il maistream si innalza peana al cielo quando la multinazionale non potendo sfruttare la gente oltre i limiti fisiologici, non potendo andare oltre alle 80 ore settimanali reali in condizioni di totale ricatto e precarietà che spesso si concreta in contratti di pochi giorni in pochi giorni, fa finta di tornare sui suoi passi e annuncia di voler sperimentare qui è là in gruppi ristrettissimi una settimana di 30 ore più un numero imprecisato di  ore “flessibili”, pagata al 75%, del salario per le 40 ore. E’ chiaro che da una parte si cerca di sopire le polemiche, dall’altra si tratta soltanto di far lavorare la gente lo stesso tempo, ma per un quarto in meno. Una manovra così scoperta la capirebbe anche un cretino, ma questo tipo di fascismo del lavoro è assolutamente al di fuori della portata dei servi sciocchi disponibili a rallegrasi di qualsiasi cosa e a agitare il turibolo di fronte a questo pezzo di “sogno americano” nel quale si illudono migliaia di persone in cerca di sopravvivenza di avere qualunque chance se disponibili ad entrare in schiavitù, a fare la pipì in fretta e non fare storie, ad essere massacrati. Con il linguaggio schiavista dei media e della politica ad “essere moderni”.

 

Nota Le delizie della privatizzazione ferroviaria inglese sono ben note: profitti interamente privati, ma spese di investimento e manutenzione principalmente a carico dello stato, costo dei biglietti mediamente superiore di sei volte rispetto all’Europa continentale, soprattutto per quanto riguarda i pendolari tanto che negli ultimi 5 anni, 300 mila persone hanno dovuto lasciare il posto di lavoro e cercare altro per l’impossibilità di pagare i costi del trasporto quotidiano. A questo si deve aggiungere anche l’insicurezza, visto che nel giro di una ventina d’anni ci sono stati oltre 150 morti e un migliaio di feriti per la mancanza di sistemi aggiornati. Questo tuttavia non esime i plagiati dal liberismo e gli anglofili senza speranza a negare queste realtà o attribuirle come ha fatto recentemente Repubblica al Brexit, mentre è un quarto di secolo che gli effetti della privatizzazione sono squadernati davanti agli occhi  persino dei ciechi. Talvolta si raggiunge il ridicolo e il grottesco quando si legge che i treni inglesi  “Incredibilmente puntuali ed efficienti,sono anche molto veloci: Londra-Manchester in due ore e qualche minuto”. Ci riferisce ovviamente a una corsa diretta senza fermate intermedie. Purtroppo la distanza  tra le due città è di 280 chilometri e le 2 ore e 10 minuti denunciano una lentezza da lumaca, visto che sulla stessa distanza ( Firenze- Roma) persino le varie “Frecce” italiane ci mettono anche meno di 1 ora e 20 pur su un terreno assai più complesso dal punto di vista altimetrico.


Colombe e Sciacalli

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai  ogni accadimento che ci vogliono far vivere come un accidente “naturale”, un prezzo fisiologico da scontare per la nostra hybris di popoli viziati da immeritato benessere, un sacrificio dopo troppi pranzi di gala con un ricco menu di garanzie, libertà, sicurezza, è seguito da un coro di inviti al pensoso silenzio, di raccomandazioni a elaborare in muto raccoglimento il lutto collettivo, a osservare una taciturna astinenza dal pensare, dal capire, dall’interrogarsi.

Pare sia doveroso piangere sommessamente, ricondurre tragedie collettive in un ambito privato e personale, quello della pietas, quello della paura che il “cataclisma” prossimo ci colpisca direttamente, per via dell’egocentrismo e dell’egoismo che pare siano corredo irrinunciabile della civiltà occidentale.

Se ammazzano degli imprenditori a  Dacca pare sia blasfemo chiedersi come mai le nostre aziende piccole e grandi scelgano di “investire” là dove i salari sono più bassi, dove ci sono ancora meno garanzie che da noi, dove i genitori mandano a lavorare figli minori, preferiti dal “mercato” perché costano meno e non protestano, dove non si rispettano regole di sicurezza.

Se si scontrano due treni in un sud negletto e discriminato, è obbligatorio tacitare il dietrismo, astenersi dall’assimilare a atti di terrorismo il condannare a probabile morte i cittadini per alimentare profitti e speculazioni, preferendo la commiserazione in attesa  dei risultati di una commissione d’inchiesta, delle compunte audizioni dei ministri fino al catartico taglio di nastri di un premier che inaugura reiteratamente binari e bretelle.

Figuriamoci poi se un fanatico disturbato, tenuto d’occhio dalla polizia per numerosi precedenti, come d’altra parte tutti gli autori degli attentati francesi, fa irruzione sulla scena pacifica di una festa paesana, conducendo a tutta velocità un camion frigorifero col quale ha superato i controlli: devo consegnare i gelati, avrebbe detto, e abbattendo giovani, vecchi, bambini che guardano i fuochi artificiali.

A costo di passare per complottisti non può non suonare sospetto il richiamo al silenzioso raccoglimento, alla doverosa supremazia delle emozioni,  in modo che pretese infami di comprensione, riflessione, spiegazione vengano represse e condannate come sciacallaggio impudente e impunito.

È perfino banale pensare che la raccomandazione al compianto e alla dimissione da pensiero e ragione non sia  altro che una pretesa di innocenza di quello strapotere che ha provocato la guerra per legittimarla, che ha imposto una concezione manichea polarizzando il confronto tra Bene assoluto  e Male assoluto, tra Amico e Nemico, superando addirittura la fase nella quale si accreditava lo scontro tra civiltà, per asserire definitivamente che si tratta di una lotta contro l’unica civiltà, sicché possano essere rimosse, grazie alla riconquista catartica di una infantile integrità, colpe, responsabilità, imprese belliche di conquista e sfruttamento, esportazioni di quella democrazia  ormai nemmeno più quantitativa  che assimila sultani, nominati, purchè si sottopongano malvolentieri a liturgie elettorali di carattere notarile e confermativo.

E come non sospettare che sia strumentale a funzionale al l’uso di rubricare sotto la categoria di terrorismo – già attivo o in divenire – ogni fenomeno compresi i movimenti di opposizione critica al sistema vigente, in modo da alimentare  diffidenza, e per permettere esclusione, repressione, rifiuto di chi  non può che essere un potenziale nemico, non può che appartenere alle geografie della barbarie, congenita alla stessa religione mussulmana,  per sua stessa essenza connaturata con la violenza, la barbarie e l’irrazionalità, è refrattaria alla ragione e inadatta a una società civile.  E come non pensare che aiuti a offuscare di lacrime di coccodrillo lo sguardo per distoglierlo dalle soluzioni finali europee, dai muri, dalle riduzioni di libertà e circolazione, dalle misure eccezionali rese ineluttabili dall’emergenza rappresentata da ondate di potenziali fanatici, dalla loro presenza in casa, mantenuta sapientemente anche quando è esplicito il comportamento trasgressivo, per legittimare carceri disumane, per rendere visibile e osceno il bubbone dell’irregolarità, sottolineandone il carattere parassitario e illegale.

Ma se i regimi peccano del vizio della pretesa di innocenza, nei popoli sempre più ridotti a massa, a gente, si diffonde la pretesa di estraneità, quella che permette di chiamarsi fuori, di rigenerare il mito illusorio di una società civile proba e incolpevole rispetto a un ceto dirigente reo di ogni nequizia e affetto da ogni vizio. Quel silenzio raccomandabile diventa un invito a astenersi, una sollecitazione alla delega e una assunzione di irresponsabilità, che trasforma in inevitabile effetto secondario di scelte decise in alto il razzismo, il fascismo, l’egoismo, la sopraffazione. Ma anche la sopportazione senza ribellione dell’esproprio di diritti e conquiste, l’assoldamento in eserciti di sfruttati e schiavi in cambio di una imitazione dei benessere, la limitazione di libertà la cui rinuncia dovrebbe garantire ordine e sicurezza, la riduzione di democrazia, che deve assicurare la loro “governabilità”.

Non sarà il pianto per le vittime a renderci incolpevoli di aver accettato di esserlo anche noi.


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