governo-letta-stop-al-pubblico-ai-partiti-0Io non sono per nulla contrario al finanziamento pubblico dei partiti che esiste dovunque in Europa, ma non posso che aborrire i raggiri attraverso i quali un ceto politico che rappresenta ormai solo se stesso, finge di accettare ciò che fino a ieri definiva populismo e cioè l’abolizione dei rimborsi elettorali, ma mette in piedi un meccanismo infernale per cui i contributi pubblici alle forze politiche rischiano di raddoppiare e triplicare. Per fortuna che a sentire Letta il delirante ddl uscito dal consiglio dei ministri era necessario “perché ne va della credibilità del sistema politico italiano”.

Ecco che cosa intende il premier per credibilità: riuscire a darla a bere. E se la cosa fosse confinata a questo tema, pazienza, il brutto è che il metodo si estende a tutta l’attività di governo fatta di annunci e di carote sventolate davanti ai cittadini per nascondere il nodoso bastone. Come tutti hanno probabilmente già letto e sentito il nuovo meccanismo si basa su un 2 per mille (* vedi nota) che nella dichiarazione dei redditi dovrà essere assegnato o allo stato o ai partiti, ma che funziona come l’8 per mille alla Chiesa che tante soddisfazioni ha dato al Vaticano: se non indichi nulla il tuo 2% andrà comunque in quota proporzionale al finanziamento dei partiti e avrà il carattere di prelievo forzoso. Si mormora che ci sarà un tetto di 61 milioni per anno: non ci credo, ma anche fosse, questo significa di fatto un raddoppio netto nell’arco di una legislatura di quel contributo pubblico che si voleva abolire. Senza parlare di sedi e bollette gratuite, dei fantomatici corsi di formazione politica, di servizi di vario tipo e persino della la concessione gratuita di spazi televisivi.

Ma attenzione: in questo caso la truffa è doppia perché fingere di voler eliminare i contributi pubblici quando invece li si aumenta vertiginosamente serve anche a fare un’altra operazione, quella di aprire  definitivamente le porte al lobbismo. Infatti viene prevista una detrazione fiscale per le donazioni volontarie  pari al 52% per gli importi compresi fra 50 e 5 mila euro annui e al 26% per le somme tra 5 mila  e 20 mila. Non si sa se la detrazione vale anche per importi superiori (non ci sarebbe comunque problema a suddividere il contributo in diverse tranche), ma in questo modo è evidente che si sottraggono altri soldi all’erario e si mette in moto un meccanismo perverso di condizionamento dei partiti conditi da meccanismi di evasione nascosta e di collusione. Questo senza parlare delle Fondazioni dove si può fare di tutto e di più. Naturalmente la detrazione fiscale non obbliga il donatore a rinunciare alla privacy e ad apparire in chiaro come sostenitore di questo o quel partito o magari di più partiti, lasciando gli elettori ignari delle pressioni e degli interessi che si muovono dietro le quinte. Essi saranno cornuti e mazziati. Cornuti perché ci sarà comunque un forte finanziamento pubblico, mazziati perché vi si aggiungerà il sistema alternativo che è tipico del lobbismo, ma con lo svantaggio però di non poter conoscere i nomi dei “donatori”.

Insomma dopo il magico tocco di Letta abbiamo il peggio dei due sistemi assemblati insieme per la salvezza e a questo punto l’agiatezza del ceto politico. Un risultato però complessivo del Paese: di quello che protesta e non s’ingaggia, di quello che sussurra e si fa leggi ad castam. E figuriamoci il resto.

*Nota Spesso, come succedere per l’8 per mille, si cerca confondere le carte in tavola facendo perno sulla volontarietà delle donazioni. In realtà ciò che si indirizza verso questo o quell’obiettivo nella dichiarazione dei redditi non sono più i nostri soldi, ma quelli che già dobbiamo allo Stato. Non diminuisce o aumenta ciò che dobbiamo pagare, ma semplicemente ne spostiamo una parte  dall’erario pubblico ai partiti, al Vaticano o ad altre organizzazioni. Si tratta dunque di soldi pubblici