La-villa-di-Norman-in-Psycho
Il luogo ideale per gli incontri notturni Monti – Bersani

Nella primavera del 2011 l’unione europea previde un aumento del Pil di quasi il 2% e annunciò un superamento definitivo della crisi. Nell’autunno sempre l’unione europea diede il contrordine e disse che se tutto andava bene la crescita sarebbe stata dello 0,2%. Qualche mese più tardi  riconobbe che c’era stata una stagnazione, anzi un calo dell’0,3% , ma che nella seconda metà del 2012 l’economia avrebbe ricominciato a tirare. Qualche mese più tardi si riconobbe che insomma le cose non erano andate molto bene, ma che nella seconda metà del 2013 ci sarebbe stata una ripresa.

La narrazione continentale ha un’analogo in Italia: per il 2011 era era previsto un aumento del Pil dell’1%, poi dello 0,5% e infine del -0,1%, avvertendo però che nella seconda metà del 2012 ci sarebbe stata una ripresa. Non c’è stata, anzi il 2012 si è chiuso con un  -2%, peraltro previsto ormai da fine estate, con l’avvertenza però che nella seconda metà del 2013 ci sarebbe stata una ripresa. Oggi invece Bankitalia calcola che ci sarà una discesa del Pil dell’ 1% che evidentemente prepara un dato ancora più negativo che ci sarà svelato più avanti. Ma nel 2014…

Tutto questo si spiega con tre ipotesi: o sono sbagliati i metodi previsionali, o chi li usa è il concerto degli scemi di 27 Paesi oppure ci prendono per il culo. Non sono in realtà tre tesi alternative, ma sinergiche: i sistemi previsioni basati sulle serie storiche e sulle estrapolazioni sono strettamente connessi alla teoria economica neoclassica che essendo fondata sull’assioma dell’equilibrio, non è in grado di prevedere errori che dipendono dalla teoria stessa, né instabilità prolungate, né fenomeni di feedback positivo; chi non si rende conto dei limiti di questi metodi applicati sul corpo vivo della società forse non è troppo brillante e infine questo rosario previsionale è usato come uno psicofarmaco per rabbonire le opinioni pubbliche.

Ciò che guasta un po’ il gioco è la ripetitività di aspettativa- delusione che alla fine non riesce del tutto a raggiungere il suo scopo, quello cioè di far credere di trovarsi di fronte a una crisi certo acuta, ma passeggera e non di fronte a una crisi di sistema. Il farsi strada di quest’ultima consapevolezza avrebbe indesiderate conseguenze non solo sulla gaia scienza liberista che è un rito integralista dentro la religione neoclassica, ma colpirebbe al cuore il correlato politico del pensiero unico che consiste nella sostituzione della democrazia rappresentativa con un sistema oligarchico che magari conservi per un certo tempo qualche reperto puramente rituale di partecipazione. e in questo la drammatizzazione e l’apparente tranquillità vengono dosate con cura.

Ora ci si aspetterebbe che fossero proprio quelle forze che derivano da un’antica contrapposizione -vuoi economica, vuoi di natura solidaristica – al capitalismo a disfare la tela che copre questo gioco. Invece a quanto emerge da questa campagna elettorale pare proprio che sia il centrosinistra la parte che con  più convinzione ritiene che la crisi sia un “incidente” e non la dissoluzione di un sistema e che aspetta con fede inesausta la seconda metà di non so quale anno. Non solo, ma che la messa cantata del pensiero unico, nonostante le evidenti stecche dell’organo, vada supportato con misure politiche che ne confermino non la necessità, ma la volontà. Sentire degli abboccamenti notturni di Bersani con Monti per dividersi l’eredità del potere, concordare il silenzio e in silenzio quali saranno i tagli e i massacri necessari a breve per pagare le obbligazioni del fiscal compact, decidere che non si fa nessuna patrimoniale  che l’Ilva deve inquinare, che l’obbedienza alla Merkel è un piacere, è penoso.  Un’altra notte della repubblica.