Ma come, uno di sinistra sinistra che sta con i populisti di Grillo? Qualche giorno fa è stato Dario Fo a fare un endorsement per i cinque stelle, seguito da  Flores D’Arcais a stretto giro di Micromega.  A qualcuno potrebbe apparire strana e innaturale questa alleanza fra la sinistra radicale e un movimento  definito a priori qualunquista, partendo però solo dall’osservazione dei difetti, trascurandone le complesse novità. Ma le elezioni siciliane, almeno stando agli exit poll, chiariscono molte cose: l’astensione ha superato il 50% per cento, Pd e Pdl sono crollati e Grillo ha ottenuto un  successo che va molto oltre le attese.

In questo quadro che si direbbe da crepuscolo degli dei, se non fosse che l’espressione stona con la mediocrità e la corruttela della classe dirigente italiana, sono proprio le persone rimaste di sinistra, ancora pervicacemente convinte che a una società occorre eguaglianza, solidarietà, rispetto dei diritti, welfare, tutela dei beni comuni. Tutti obiettivi e valori che ognuno declina in modo diverso, ma che sono la base comune di discussione o di ideazione. E sono proprio le persone di sinistra quelle  che si sono via via ritrovate senza rappresentanza, strette fra il populismo amorale e viscido del berlusconismo e  apparati di partiti o resti di partiti ormai irrimediabilmente persi nelle loro logiche spartitorie. E allora, succede come a biliardo: quando non puoi andare a punto e ogni tua mossa rischia di avvantaggiare l’avversario, si tira a schiantasponde nella speranza di ricreare una geometria politica migliore. O se non migliore più favorevole alla creazione di un nuovo soggetto politico progressista, la cui creazione è oggi difficoltosa se non impossibile perché il passaggio è impedito dall’agonia di un ancien regime, che cerca la propria salvezza nel riciclo di vecchi grand commis accademico-bancari e nella sostituzione di pezzi originali con altri di incerta origine. Una strategia che poi sfocia nel culto pressoché universale di quella radice di iniquità, declino. incapacità e vecchiume ideologico, impastati all’affarismo di sempre  che pudicamente si riassume nell’ Agenda Monti.

Il fatto è che una volta caduto  quel velo di Maia di nome Berlusconi,  corpo mistico della politica italiana da quasi un ventennio, si è scoperto che buona parte della sinistra è divenuta solo nominale, ridotta ad essere una specie di segnaposto dell’antiberlusconismo: mentre ci si strappava i capelli per i governi, le leggi ad personam e le mignotte del cavaliere, il contenuto di equità e di solidarietà erano scomparsi, benché ingenuamente li si desse per scontati. Ma le idee non possono essere riposte in una cassetta di sicurezza in attesa del momento giusto per usarle, adattandosi nel frattempo alle tesi avversarie, rielaborate e presentate sotto forma di patetico modernismo. Un processo che ha prima congelato l’elaborazione politica e l’ha fatta poi evaporare. Al punto che è proprio nel sedicente centro sinistra e non in quel serraglio di guitti della destra, che si trova il vero possibile successore del Cavaliere, ovvero Renzi.

Tutto questo appare ormai irredimibile, un tavolo di bari che si può solo rovesciare. E anche a pensare che Grillo sia il nulla politico, bene, si elide con l’altro nulla rappresentato dal tramonto del berlusconismo. Un modo per azzerare la situazione. Cosa che Fo e Flores razionalizzano, ma che istintivamente è entrato come un convitato di pietra nei fluidi vitali dell’elettorato, al di là  persino degli schieramenti: il rinnovamento politico e la rifondazione della società italiana hanno bisogno di uno spazio che oggi è soffocato e continuamente riassorbito dai blocchi di interesse che stanno dietro la politica tradizionale. Perché una stagione nuova ha bisogno di idee, certo, ma anche di un’agenda sua da riempire e non di una già usata e colma di conti della serva. Con relativa cresta.