Lavoro: il killer buono e quello cattivo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una figura convenzionale dei telefilm americani è la coppia poliziotto buono – quello comprensivo che comprende, blandisce, promette- e poliziotto cattivo – quello che intimidisce, minaccia, spaventa.
L’allegoria deve essere piaciuta al governo: le due parti in commedia sono interpretate da Monti e da La Fornero, o da Monti e Catricalà, o da Monti e Passera, o da Cancellieri e Ricciardi, o da Barca e Grilli, perché loro si divertono così a scambiarsi i ruoli,. Alternativamente uno toglie e uno promette, uno taglia e uno auspica, uno intimorisce e uno alletta. Ma è una bizzarra politica degli annunci, perché quando il poliziotto è cattivo agisce, mentre quando è buono, anche se è sempre lui, si limita all’illusione e al presagio.

Ieri poliziotto cattivo ci ha messo a parte dei suoi desideri troppo a lungo prorogati. Ha bisogno di placare la sua inestinguibile sete di sangue licenziando dipendenti pubblici, perché ha detto, troppe protezioni fanno male a chi non le ha. E valle a spiegare che le protezioni non sono mai troppe, che semplicemente se vengono elargite in forma disuguale alimentano l’iniquità. E valle a spiegare che il termine protezione usato da lei è significativo, che solo i taglieggiatori, quelli dei racket confondono la “protezione” con le legittime tutele, con le garanzie, con i diritti conquistati, come la pensione, la salute, i beni comuni che devono restare comuni e pubblici. E valle a spiegare che le protezioni comunque non ci sono più, che quel po’ che restava l’hanno cancellato loro definitivamente con l’acquiescenza servile dei partiti, annientando il principio di fondo dello statuto dei lavoratori, quello appunto legato alla salvaguardia di chi lavora, e manomettendo la Costituzione in modo che lo Stato e i rappresentanti dei cittadini non abbiano più diritto di parola in materia di finanza, economia, sviluppo, e di conseguenza di relazioni industriali e di garanzie dei lavoratori.

Voleva fare un lavoro sporco, nel segno della continuità con tutte le sue inopportune uscite di questi mesi, quel copione terroristico che recita a pappagallo come si addice a un petulante e spietato kapò.
Quella che chiamano flessibilità e che adorano come una divinità, è infatti un demone fatto per intimidire, intoccabile, superiore all’interesse dei molti. In suo nome e con la proterva volontà di annichilire conquiste e avvilire diritti, hanno consolidato la precarietà. La tipologie contrattuali precarie 46 erano e 46 restano, hanno spazzato via le illusioni sull’apprendistato “come canale privilegiato di ingresso al lavoro”, elemento contraddittorio e arbitrario in questa pletora di forme contrattuali convenienti solo per i datori; si conferma l’utilizzo truffaldino dei contratti precari parasubordinati (segretarie con partite iva; commessi con contratto a progetto; lavoratori tanto subordinati e ricattati da essere schiavi, cui viene fatto un contratto da autonomi solo per risparmiare su salario e contributi.

Voleva intimidire anche ieri con un avvertimento nemmeno troppo trasversale. E c’è riuscita.
Ma è riuscito a impaurirci anche quello buono, che nel promettere 8 miliardi per i giovani, ha condizionato l’“elargizione” alla loro disposizione a rischiare e a mettersi in gioco. Personalmente mi fa venire l’orticaria la raccomandazione alla spericolatezza proferita con tanto sussiego da uno che vanta un curriculum segnato da nomine incarichi designazioni conferimenti investiture, grazie all’appartenenza e all’affiliazione. E che, così, per stare più sicuro – perché appartiene alle cerchia di chi ha diritto alla protezione per nascita e censo, oltre che per ubbidienza – si è anche fatto tutelare dalla nomina di senatore a vita, come assicurazione in caso di fallimento. E mi ha messo paura per l’esplicito sfrontato esibito e dichiarato disprezzo, anzi dileggio, per le cosiddette parti sociali, che hanno avuto la temeraria spudoratezza di non approvare le sue cosiddette riforme. Ma – ci ha rivelato – il loro dissenso non l’ha turbato, perché tanto aveva conquistato l’entusiastica approvazione del Fmi. Ecco questa impudenza rientra nella strategia della paura, quella che deve incuterci chi è fiero di essersi consegnato e di agire al servizio della finanza più rapace, chi non nasconde di perseguire attraverso la funzione di governo, obiettivi finalizzati al profitto, all’egemonia del mercato, all’annientamento della sovranità statale e popolare.

Si questo governo è il distretto della paura: paura dell’ignoto, paura della Grecia, paura di decidere da soli, paura di non contare o di contare troppo. Paura di chi è diverso, paura di chi sta sopra, paura di chi sta sotto e ti minaccia, paura di chi ti sta di fianco, perchè potrebbe toglierti qualcosa, una paura indistinta, appena percettibile, come un male dentro che ti rode e ti consuma. Paura da “perdita”. Se l’autobiografia della nazione non fosse un racconto, ma semplicemente uno specchio non ci riconosceremmo, sfigurati dal rancore, segnati dall’ostilità reciproca, feriti dalle solitudini, deturpati dall’invidia sociale e mortificati da un senso di danno di ineluttabilità della privazione.
Vogliono far vincere la paura sulla civiltà: nella biforcazione tra reale e rappresentato, tra fragilità ormai sperimentata e ricchezza mostrata come un ostensorio, si allarga quella zona grigia in cui si nutrono le frustrazioni e i veleni, i risentimenti, l’inadeguatezza a affrontare le difficoltà, le rese e i fallimenti, che hanno mutato l’antropologia nazionale, indurendoci e al tempo stesso facendoci più deboli, esaltando l’intolleranza per i vulnerabili e i sommersi e la simmetrica indulgenza per i vizi dei potenti, il fastidio per gli inferiori e l’emulazione dei signori, in un terribile spaesato disorientamento che accende ribellione privata ma riduce a una accidiosa accettazione la reazione ai soprusi, alla sopraffazione, all’oltraggio.
Hanno sostituito il clown con i killer che diffondono immagini e messaggi seriali, intesi a provocare spaesamento, insicurezza, che alimentano il timore e la diffidenza degli altri, del diverso e del nuovo, che nutrono il richiamo a austerità penitenziali, all’espiazione della ricerca della felicità, al soggiacere alla necessità.
Che facciano i buoni o i cattivi sono poliziotti infedeli, sono le milizie della guerra contro i cittadini, sono l’esercito della soldataglia mercenaria pagata dai ricchi contro i poveri. Cacciarli non è legittimo, è doveroso e obbligatorio.

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3 responses to “Lavoro: il killer buono e quello cattivo

  • Anonimo

    buon post…

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  • anonimo Philosophus

    Più che di paura si potrebbe parlare di regime sociale del terrore in cui, i non privilegiati (e sono una esigua minoranza) vengo messi ogni giorno che passa in uno stato di incertezza, di insicurezza, di privazione del necessario per sopravvivere, di angoscia esistenziale che li convince di essere sbagliati e falliti, di essere gente da rottamare . Minacce tremende di restrizioni impressionanti mettono la gente in uno stato d’animo di non saper più cosa fare e dove scappare. Uno strano Messia calato dall’alto come “Deus ex machina” sta demolendo, per essi, ogni certezza ed ogni speranza. Si aspetta sempre il peggio!

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  • barbatustirolese

    Quando la Fornero, dall’alto dei suoi privilegi, la pianterà di provocare chi lavora sul serio e fa sacrifici per mantenerle due auto di scorta ed un nugolo di poliziotti tutte le volte che scende dall’auto blindata , sarà sempre troppo tardi!

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