Quel vecchio branco di Cassazione

Licia Satirico per il Simplicissimus

Esiste una magistratura irresponsabile? In questi giorni si torna a parlare delle colpe dei giudici in rapporto a due vicende che si intrecciano loro malgrado. La prima tocca la discussa sentenza della Cassazione sullo stupro di gruppo, i cui indagati potranno d’ora in avanti usufruire di misure cautelari alternative al carcere. La seconda riguarda invece l’approvazione alla Camera dell’emendamento sulla responsabilità civile diretta dei magistrati “per fatti commessi in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave” nell’esercizio delle funzioni o per diniego di giustizia. L’emendamento, presentato dal leghista Gianluca Pini, segna una sconfitta parlamentare per il governo e il ritorno prepotente di una visione tendenzialmente eversiva del terzo potere dello Stato, già divulgata urbi et orbi da Silvio Berlusconi persino a uno sconcertato Barack Obama.

La Cassazione non ha mai avuto un rapporto sereno con i delitti di stupro. Indimenticabile è la sentenza del 1998 che escluse la configurabilità logica della violenza sessuale qualora la vittima indossasse i jeans. L’estensore della sentenza scrisse, in un empito d’impotenza, che «è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans a una persona senza la sua fattiva collaborazione, perché trattasi di un’operazione che è già assai difficoltosa per chi li indossa». Come non provare quasi tenerezza per quest’alto magistrato in perenne travaglio da vestizione, al quale riesce impossibile configurare un atto di violenza diverso dalla forza necessaria a infilare e sfilare i diabolici pantaloni?

In un’altra celebre sentenza del 2000, i giudici del Palazzaccio si cimentarono in una sublime disquisizione sulla differenza tra piedino “ricognitivo”, irrilevante perché manifestazione equivoca di libido, e “molesto”, qualificabile come atto sessuale. Nemmeno su portata e limiti degli atti sessuali la giurisprudenza di legittimità ha dimostrato di avere le idee chiare, perdendosi in godibili elucubrazioni sulla punibilità del bacio sulla guancia, sul collo e sull’avambraccio, sul suo carattere erotico o impudico, sulla sua natura intenzionale o “accidentale” (qualora il bacio sia l’esito di una manovra accerchiatrice sostanzialmente fallita).
Adesso le cose si complicano in modo per niente ameno. Ampliando la portata di una sentenza costituzionale del 2010 sull’illegittimità dell’applicazione obbligatoria di misure cautelari detentive per la violenza sessuale commessa da una sola persona, la Cassazione ha esteso lo stesso principio di diritto alla violenza di gruppo, ravvisando una sostanziale identità strutturale tra i due delitti: identità esclusa, in verità, dalla legge (si tratta di due fattispecie distinte), dal trattamento sanzionatorio e dalla maggiore gravità oggettiva di una violenza spesso brutale, corale e annichilente.

Nel nostro sistema i precedenti giuridici non hanno efficacia vincolante: la sentenza sui jeans è rimasta un caso unico anche nella giurisprudenza della Cassazione, come probabilmente resterà isolata la pronuncia che ha scarcerato gli stupratori di una sedicenne. Le perplessità, enormi, restano, specie considerando la frequenza con cui negli ultimi quindici anni i giudici di legittimità hanno dato della violenza sessuale un’interpretazione pittoresca, cui sembra estranea ogni considerazione della vittima: in questa prospettiva sono deprimenti i pantaloni di castità, i piedini ricognitivi e anche la svalutazione della violenza di gruppo.
Sarebbe un grave errore, tuttavia, strumentalizzare la dotta insipienza di pochi magistrati di vertice per avallare l’introduzione di una norma in grado di paralizzare – forse per sempre – l’amministrazione della giustizia in Italia. La responsabilità diretta e personale dei giudici, cara al Pdl come alla Lega giustizialista e populista (in prove tecniche di alleanza), creerebbe una catena inarrestabile di contenziosi contro i singoli giudici, aggravando in modo insostenibile i pesi di un’amministrazione già agonizzante. Troppo facile, poi, prevedere imputati illustri pronti a vendicarsi dei torti subiti sbandierando le storture del sistema come conquiste di libertà.

Il problema della magistratura esiste: non è però quello dei giudici maldisposti, già definiti dal nostro ex premier come un’associazione a delinquere, né quello dei risarcimenti per sentenze malevole o superficiali. È quello di un organico carente, incapace di rinnovarsi, sempre meno motivato ad aggiornarsi e sempre più esasperato, gravato da arretrati e inefficienze che non possono essere risolti con l’accorpamento dei tribunali e il taglio degli uffici. Esiste un abisso tra la magistratura dipinta da Silvio Berlusconi e quella reale: ma saranno poi peggio le toghe rosse o quelle in jeans?

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