Lavoro: le cattive botti del liberismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non solo per chi pensasse che Giuseppe Di Vittorio sia il protagonista di una fiction ricordo la sua proposta presentata ai partiti e al governo nel 1949: un Piano del lavoro che doveva conseguire due obiettivi, creare occupazione e indirizzare investimenti e risorse verso iniziative di sviluppo.
Erano tre i filoni sui quali doveva camminare la crescita: «la nazionalizzazione dell’industria elettrica e la costruzione di nuove centrali e bacini idroelettrici […]; l’avvio di un programma di bonifica e irrigazione di vasti terreni;[…] un piano edilizio immediato a carattere nazionale per far fronte alla drammatica carenza di case, scuole e ospedali». Il finanziamento avrebbe dovuto avvenire ‘’attraverso una tassazione fortemente progressiva’’, accompagnata da una grande mobilitazione popolare: Di Vittorio stesso annunciò che anche la classe operaia sarebbe stata pronta a nuovi sacrifici se il piano fosse stato accettato.
Beh si in effetti sembra proprio una fiction, senza lieto fine però e profetica: il governo disse no preferendo privatizzazioni, autostrade, cementificazione, agricoltura intensiva.

Sono passati più di sessant’anni ma non per il governo che sembra sempre lo stesso, anzi anche peggiore. Mentre oggi abbiamo un sindacato poco coeso, poco propositivo, e quindi poco ascoltato alle cui spalle c’è una politica rinunciataria al suo ruolo e alla possibilità di dare forma a un’alternativa all’attuale modello di sviluppo.
L’ottusa e proterva determinazione del governo a andare avanti nel suo progetta incurante di obiezioni e critiche, interpreta e rappresenta simbolicamente e senza dubbi la volontà di rompere quell’alleanza tra i gruppi sociali che potrebbe presentare l’unica forza in grado di contrastare l’ideologia liberista e l’assetto sociale che vuole affermare.

In tempi non lontani un economista per caso, umanista per scelta, Claudio Napoleoni, dava questa definizione del lavoro: «per sua natura, lo strumento, peculiarmente umano, col quale l’uomo consegue i suoi fini; ed è strumento universale, nel senso che esso è a disposizione dell’uomo per ogni possibile suo fine».
Si il lavoro dovrebbe essere un bene comune indispensabile per il progresso dell’umanità. Ma lo potrebbe essere in un’economia, diversa da quella capitalistica, nella quale ogni tipo di produzione dei valore d’uso avesse un’adeguata remunerazione, e tutte le capacità lavorative fossero impiegate con pienezza ed equa armonia.
Qualcosa che al pensiero dominante suona come una bestemmia perché il lavoro deve essere un elemento unicamente dipendente dalla sua produttività, dalla concorrenza. Per questo deve essere cancellata la legislazione del lavoro, per piegarsi all’unica legge che conta, quella del mercato e ridurlo obbligatoriamente a merce.

Questa è la loro crisi, l’hanno creata loro e la vogliono fronteggiare con i loro mezzi e per i loro obiettivi, spavaldamente indifferenti e dimentichi di come l’espulsione di milioni di uomini e donne dal mercato del lavoro aveva favorito, in Germania, il nazismo. A differenza degli anni Venti e Trenta del Novecento, una società senza lavoro declina la disoccupazione in forme moderne, effimere, incivili, l’articola nella forma della precarietà, cioè quella condizione esistenziale sempre in bilico tra lavoro e non lavoro, una vita ritmata dall’intermittenza di potenziali arruolati nell’esercito di riserva dal quale le imprese arbitrariamente e disinvoltamente assoldano lavoro secondo bisogno, delle imprese of course. Così la precarietà va perpetuata, consolidata, resa permanente e noiosissima per rinnovare quei bacini di gente ricattata e in stato di servitù. Per quello bisogna abbattere l’edificio del diritto del lavoro e dei suoi diritti, perché la moltiplicazione aberrante delle tipologie dei contratti di lavoro occorre per legittimare la trasformazione del lavoro vivo in una “ divisione” facile e manovrabile, mediamente qualificata, discrezionale, da impiegare quanto basta e dove occorre.

Così si può essere lavoratore dipendente, per poi diventare un lavoratore a progetto, e poi interinale, e poi a partita Iva non perché si sa fare un mestiere e si ha una competenza, ma perché l’impresa si riorganizza continuamente per mantenere un vantaggio competitivo, per fronteggiare una contingenza economica sfavorevole, o per agguantare qualche aiuto.
Ogni volta che si tenta un’analisi di quello che sta accadendo se non si è inebriati dal vino cattivo del neoliberismo e se non si è ricattati perfino nell’immaginario dalla minaccia del futuro, qualcuno risponde che tutto questo ormai è inevitabile, ineluttabile, fatale.

Ci vorrebbe Di Vittorio forse e un pragmatismo della ragione a opporsi al realismo del profitto.
Occorrerebbe un piano del lavoro che impegnasse le risorse (patrimoniale, Tobin Tax, rientro di capitali, insomma un bugdet possibile se si vuole) per garantire un reddito di cittadinanza, strumento fondamentale per non subire il ricatto della necessità. Ma soprattutto per avviare una campagna per l’occupazione che si combini con una grande operazione di pace con l’ambiente e il sapere, per un risarcimento del territorio che lo riscatti dall’attuale degrado delle risorse fisiche e culturali e per il riscatto dell’istruzione e della formazione. Che preveda una nuova organizzazione della mobilità che sia sostenibile, efficiente, equa, con piccole opere e trasposti sostenibili. Che sappia limitare sprechi e scarti, nelle produzioni e nei consumi primi tra tutti quelli energetici. Che stringa un patto con le città, per una riqualificazione edilizia e abitativa segnata dall’efficienza e dalla qualità.
Riprendersi il lavoro significa riprendersi la speranza e la vita. E la vita è troppo breve per bere vino cattivo.

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