Rosella Roselli per il Simplicissimus

Leggevo ieri uno degli articoli che riportano parte dei dati sulle ultime statistiche fiscali pubblicate dal ministero dell’Economia. Accidenti! Saremo anche un popolo di santi, poeti e navigatori (!), ma come imprenditori e nelle libere professioni il nostro talento lascia molto a desiderare. Guardo i dati e trasecolo: orafi che guadagnano meno di 13.000 euro l’anno, esercenti di stabilimenti balneari che se la cavano appena meglio dichiarando qualcosa meno di 14.000 euro e vengono superati di misura rispettivamente dai tassisti, di poco sotto a una media di 14.500 euro e dai baristi che devono arrangiarsi con meno di 16.000 euro l’anno. Stringe il cuore pensare a come abbiano fatto a tirare avanti finora, a come abbiano potuto garantire alle loro famiglie, questi sfortunati contribuenti, la casa e la salute e l’istruzione, il cibo e qualche svago. Per non parlare d’altro. Non dev’essere facile vivere così e mi chiedo cosa aspettino, questi sfortunati (o incapaci) imprenditori di se stessi a mettersi in fila per riscuotere il sussidio di disoccupazione finché c’è…

Invece noi dipendenti pubblici scialiamo. Non c’è categoria, fra lavoratori autonomi e professionisti che riesca ad eguagliare le performances dei milioni di Fantozzi e Cipputi. Nessuno fa’ meglio di noi, che mediamente raggiungiamo i 25.000 euro di reddito annuale, praticamente una fortuna. Per di più, ci informa un’altra indagine della Guardia di Finanza, siamo infedeli.

Molti, a giudicare dai risultati dell’indagine, procurerebbero con piccole grandi truffe che vanno dall’omissione di atti d’ufficio alla corruzione alla concussione, un danno all’erario calcolabile in sei miliardi. Perciò lo Stato ha deciso di recuperare il maltolto, ed è senz’altro giusto, per quanto mi sembra che a fronte di veri e propri reati, per di più commessi da chi nell’amministrazione pubblica occupa almeno un livello intermedio di dirigenza, si sia scelto magari di perseguire il reato ma non di rimuovere dalla propria posizione gli autori delle malversazioni. Non per ora almeno.
A farne le spese sono stati finora i soliti, quelli onesti, quelli che non hanno mai avuto neanche le chiavi delle stanze del potere, piccolo o grande che sia, e siamo molti nella pubblica amministrazione, la maggior parte. Abbiamo pagato già una volta con l’estromissione da un sistema che reputavamo scorretto, vedendoci preclusa ogni possibilità di carriera o resposabilità all’interno degli enti di cui facciamo parte, esposti al facile giudizio della cittadinanza alla quale forniamo un ottimo capro espiatorio. Così come gli imprenditori e professionisti onesti.

Si è deciso come sempre di cominciare da noi per risolvere il male italiano della furbizia e della propensione all’abuso di chi ricopre incarichi di potere o ha la possibilità di farsi credere indigente o quasi.
Ci tocca ancora una volta tenere in piedi un castello di carte che sta crollando, sempre più vessati ed esposti a quelle che sembrano sempre più soltanto ritorsioni e che non risolveranno il problema se prima non si modifica l’intero comparto della pubblica amministrazione e delle libere professioni e di accertamento veritiero delle competenze e di quanto da ognuno sia dovuto relativamente al lavoro svolto.

Nel pubblico impiego questo è già possibile da tempo, con criteri di valutazione di vario genere, severamente applicati nella maggior parte dei casi. Strumenti simili sono già da tempo nelle possibilità di chi è tenuto ad esercitare il controllo su quello che dovrebbe essere contributo di tutte le altre categorie professionali alla collettività per ristabilire un criterio di giustizia nella contribuzione. Sembra quasi che questo sistema diseguale di applicazione delle regole non faccia altro che accrescere distanze ormai incolmabili di accesso, oltre ai doveri anche ai diritti, facendo restare indietro chi invece, più di altri, ha finora consentito quel minimo di servizi per i cittadini che sarà spazzato via se non si corre, al più presto, ai ripari.