Devo fare pubblicamente una confessione: amo molto la letteratura e la saggistica di evasione, perché i testi impegnativi finiscono per annoiarmi. E’ per questo che solo nei giorni scorsi ho appreso dell’acceso dibattito che da anni si svolge attorno ai puffi e in particolare sull’appassionante tema se siano di destra o di sinistra. Casualmente sulla scia dell’annuncio di un fil sugli nomi blu.

Ricordavo appena che Eco aveva scritto un saggetto sugli gnomi blu, addirittura nel ’79, ma colpevolmente non ne conservavo che una vaghissima eco. E dico colpevolmente perché in realtà esso non solo risolve il problema della collocazione politica dei puffi, ma ci può dire qualcosa di interessante anche riguardo agli umani e in particolare a quelli che vivono nella più lunga penisola del mediterraneo

Chi vuole leggersi tutto il saggettino di Eco lo trova in fondo al post sotto il titolo Schtroumpf und Drang, allusione ai movimenti romantici di due secoli fa, ma anche al nome originario dei puffi che in franco-fiammingo suona appunto Schtroumpf. Dunque la lingua dei puffi si compone di pochissime parole e di moltissime variazione di puffo e puffare utilizzati in tutti i modi possibili come aggettivo, sostantivo verbo, avverbio e via dicendo.  La lingua puffa – su questo verte il saggio – non potrebbe essere mai nata spontaneamente, ha un senso perché noi riempiamo i vuoti, abbiamo strumenti di disambiguazione e di contesto che rendono chiaro il significato. E ‘ insomma una lingua parassita di quelle più strutturate nelle quali vengono tradotte le avventure dei puffi. Di fronte a una scena di litigio “va a puffare” ci è assolutamente comprensibile, mentre senza il contesto potrebbe significare una infinità di cose. Insomma è una lingua totalmente contestuale.

Insomma non si possono scrivere romanzi, saggi e studi in lingua puffa, ma solo fumetti che indicano chiaramente di volta in volta il contesto di riferimento. Gli stessi puffi se vivessero realmente non si capirebbero tra loro se non nell’ambito di azioni e situazioni molto precise. Eco insomma non avrebbe potuto scrivere il saggio sui puffi in lingua puffa. Il che magari ci rinvia ad altri problemi che è meglio mettere da parte per non dover ricominciare dai Vorsokratiker.

Ora tutto questo puffare a cosa ci porta che ci riguardi da vicino? Prendiamo la politica: essa non può essere tutta contestuale dovendo immaginare prospettive, soluzioni, sogni, speranze, insomma un futuro che ha una correlazione col presente, ma è irriducibile ad esso. E’ per questo che i puffi sono di destra: non hanno l’idea di un futuro che sia diverso dal presente e le loro ipotesi devono sempre essere dentro un contesto ususale. E ovviamente nemmeno possono pensare alla trasformazione perché tutto questo non potrebbe essere espresso nel loro mondo.

Certo a prima vista può sembrare che nulla potrebbe interessarci di meno della possibile o impossibile politica dei puffi. Eppure a me pare di poter sostenere che gli ultimi vent’anni di mancata ideazione politica possono essere attribuiti al fatto che molta parte del linguaggio strutturato umano è diventato una lingua puffa o meglio un suo equivalente contrario. E’ vero che i termini utilizzati sono molti, ma sotto l’influsso dei media essi sono stati depauperati e privati del loro significato per cui ne assumono uno solo a seconda del contesto in cui sono pronunciati, quindi finiscono per non averne nessuno in senso generale. Il contesto può essere quello retorico o fattuale, ma insomma, per fare un esempio, democrazia può essere usato per difendere l’autoritarismo di Silvio, le offese di Brunetta e il loro esatto contrario.

La stessa sostanza politica si è ridotta intorno a ciò che viene chiamato concreto e che nello specifico italiano è sempre un’emergenza. Però come tutti intuiscono la concretezza è necessaria, ma non sufficiente, perché essa affronta i problemi e le situazioni nello stesso contesto  da cui sono nate e con le medesime modalità. Da moltissimi anni il massimo di creatività politica possibile si esprime perciò non nel’immaginare soluzioni, ma nel fingere la concretezza.

Per la maggior parte delle persone che in qualche modo non riescono o non hanno interesse a spuffarsi la democrazia ha un significato solo in relazione a qualcosa di specifico, perde la sua valenza di principio e diventa come una puffazia cui è estorta anche la sua connotazione emotiva. Ed è così per un altro migliaio di termini. Naturalmente non viviamo nei fumetti: così altre parole hanno subito il processo contrario, perdendo certo il loro significato specifico, ma conservando tutta la loro carica viscerale. E il caso per esempio di clandestino o di federalismo usate spesso del tutto a sproposito.

Certo non è facile pensare il futuro se le parole conservano un senso solo in relazioni a fatti specifici. E infatti l’elaborazione politica è costretta a rimanere attorno ad eventi molto concreti ancorché ardui, l’uscita di scena di Silvio che per taluni non significa nemmeno perderne lo spirito, un nuovo sistema elettorale con la mediazione di infiniti apparati e interessi e via dicendo. Così si può anche sostenere che la crisi è una crisi di bassi salari e lodare Marchionne.

Occorre quindi riscattare prima di tutto le parole: altrimenti rischiamo di trasformarci in cartoon a 3D. La cartapesta c’è tutta.

Schtroumpf und drang