Compagni di sventure

Compagni no perché evoca qualcosa da rimuovere, qualcosa che per qualcuno è imbarazzante, perché sembra che scuota certe viscere dell’anima moderata italiana. Amici allora, come si chiamavano di solito i democristiani prima di accoltellarsi alle spalle, ma sembra piuttosto ipocrita e generico. Amici degli amici, come si preferirebbe nel Pdl dove l’onesto Alfano non ha perso tempo a far emergere una proposta per alleviare e di molto il 41 bis. No, lasciamoli in quel letamaio che hanno costruito come un accogliente nido.

Ma insomma come ci vogliamo chiamare? La questione, nata dalle dichiarazioni di Vendola che per ragioni di primarie è  disposto a non usare troppo la parola compagno, anche se i giornali danno una versione tranchant e poco fedele delle parole del leader di Sel, è meno banale di quanto non sembri. O meglio riflette lo spirito del tempo e forse anche la manca di spirito del tempo, l’adesione frettolosa a nuovi modelli posticci, gli egoismi e l’irresponsabilità introiettata per molti anni e anche, quella sorta di ottusità da fashion factory per cui si ha paura di usare una parola fuori moda.

Certo compagno riflette l’adesione a un mondo comune di idee, non si riferisce a un rapporto personale, non se ne può fare un obbligo come nel Pci d’antan, ma ancor meno dovrebbe essere uno scandalo: è qualcosa che indica una comunanza ideale, una comune speranza, lotte comuni  ed è per questo che suona arcana e quasi fuori luogo nel  tempo della disperazione e dell’isolamento. Lasciamo perdere le polemiche degli ottusi canerati di portafoglio, come il pio Sallusti: sono stupidaggini alla Silvio, divenute idiozie di Stato.

Amico invece riflette più l’attenzione alle persone, ma proprio per questo è espressione quella società frammentata in singole schegge, che ha ancora resistenze a sentirsi parte di un progetto comune, che percepisce come singole le proprie esigenze, forse generali, ma non collettive. Amico è una parola che usata in una sala tende più a coagulare interessi che a suscitare coralità.

L’uso di queste parole, nato già nel ‘700, voleva infatti sottolineare la coralità anche emotiva e infatti in molte lingue fascisti e comunisti si chiamavano tra di loro con la stessa parola “camerati” intendendosi come persone alla ricerca di un destino comune. Compagno in molte di queste lingue esiste, ma si riferisce piuttosto alle allegre brigate da gita o da casino, quelli che cioè hanno un limitatissimo scopo comune e spesso uno scopo poco edificante. Cosicché in Francia o in Germania i veri compagni si troverebbero ad Arcore. Anche se alla fine sono camerati purissimi.

Già, ma allora che parola possiamo usare? Bé dovessi proporla io userei cittadino, come ai tempi della rivoluzione francese o della Comune. Perché ormai anche l’essere cittadini e non sudditi sospesi alla paura e ai ricatti è diventata un’aspirazione e una speranza. Compagno con le sue connotazioni di palingenesi è ancora forse al di là della comprensione delle nuove generazioni, mentre amico rischia di suonare troppo facebook. Ma insomma chiamiamoci come vogliamo: compagno Vendola, amico Veltroni,  picciotto Alfano. Purché siano chiare le differenze.

 

Informazioni su ilsimplicissimus

Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come. Vedi tutti gli articoli di ilsimplicissimus

One response to “Compagni di sventure

  • maria

    Sì, sono d’accordo per cittadino. Forse potrebbe sembrare un termine un po’ asettico, privo di sentimento corale. Penso invece che abbia in sè una grande forza ideale per una realtà e un progetto comuni che riguardano tutti i cittadini, appunto. Avere un mondo comune di idee, lavorare insieme per la realizzazione di un progetto di società significa anche avere rapporti personali di rispetto reciproco e di impegno sia individuale che comune.

    "Mi piace"

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: