Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ora regna l’ordine sul Canale di Sicilia, dove in tre mesi sono morte, accertate, oltre 800 persone. E sarebbero state circa 300 le persone sulla barca che è affondata l’altra notte: migranti, eritrei e somali, partiti dalla Libia due giorni fa.
I convitati di pietra si riuniscono in vertici e teatri negoziale algidi e impervi per lontananze siderali dai flutti che hanno stavolta affondato una barca senza nocchiero.
Si mancano i nocchieri a condurre navigli malconci e non ce ne sono nemmeno a governare la sinistra e silenziosa quiete dopo la tempesta. Non so se ridano come quegli imprenditori del L’Aquila. Forse allargano le braccia nel gesto dell’impotenza: abbiamo ridotto il problema per quanto riguarda le unità per le quali trovare una soluzione. Si a volte le soluzioni finali sembrano arrivare da sole a chiudere questioni come le catastrofi che il più delle volte naturali non sono.
Dovevamo aspettarcelo questo maledetto futuro che comincia in un tratto di mare. Un ritiro che comincia qui a segnare la nostra sconfitta civile e umana, qui dove si addensano come nuvole che minacciano le nostre sicurezze i problemi cruciali della nostra contemporaneità: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos; le vaste paure che si dilatano come una caligine velenosa, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le barbare cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.
La sconfitta è di tutti noi. Di un governo che sta svuotando la democrazia e di noi che con disinvolta indifferenza seppelliamo un compianto provvisorio sotto le sue macerie.
Ci era piaciuto credere che la nostra fosse diventata una società aperta perché viaggiavamo come in un cinepanettone e mandavamo i nostri viziati figli alla scuola americana, in modo che si preparassero a diventare cittadini del mondo, quello pingue e privilegiato di quelli premiati dalla lotteria naturale.
Ma le società aperte in presenza di Stati deboli e di democrazie incompiute e rinunciatarie che sanno solo contenere il degrado della vita civile con la funzione repressiva del diritto, non proteggono i cittadini, alimentano anzi le loro paure, inducendoli a trovare rifugio nella illusoria difesa delle comunità identitarie, chiuse tanto da definirsi solo in base all’appartenenza familistica e egoistica ed elevando le soglie di esclusione.
Una globalizzazione fondata sull’iniquità favorisce la regressione al tribalismo proprio quando il massimo di culture e politiche di inclusione sarebbero necessarie contro la menzogna arcaica di chi vuol farci credere che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.
Gran parte degli uomini, se quelli sono uomini, arrivati a Lampedusa, il popolo dei disperati dei barconi, una percentuale minima rispetto allo onde migratorie di terra, sono di passaggio: l’Italia ha da anni una reputazione cupa e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di ripulsa di immigrati anche di lusso come calciatori e fotomodelle. Gran parte dell’Europa ha una meritata cattiva fama, ma meno ripugnante dei nostri misfatti antichi e nuovi. Che hanno un carattere pluralista: gran parte dei sindacati, tradizionalmente silenziosi sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. La Chiesa ormai dedita largamente a caute elemosine prelevate in tempo reale dai nostri ottopermille, preferendo all’accoglienza l’ospitalità dei pellegrini. Inutile tornare sull’infamia arruffona e cialtrona del governo, replicata su scala dalle regioni e dai comuni con qualche illuminata quanto irrisoria eccezione. Per immigrato, uomini in fuga, profighi, tutti quelli che un governo vergognoso, ma ormai anche media, fiancheggiatori e non, liquidano con uno sbrigativo “clandestini” vivono la loro “stagione all’inferno” trattati gli uni e gli altri come corpi estranei alla nazione siano italiani, aspirassero a diventarlo, fossero solo in transito, rifiuti o comunque marginali. Eppure li vogliamo a lavare piaghe, a raccogliere pomodori, a cadere da impalcature, a dormire in decine in baracche e sottoscala, malnutriti malvestiti maltolleranti malpagati malvisti.
Per una volta siamo all’avanguardia. Ma nella sconsolata profezia dei pensatori, che dai francortesi a Harendt da Habermas ai liberal come Dwokin hanno messo in guardia: nelle democrazie occidentali in una realtà planetaria ancora dominata dal profitto reso più osceno dalla finanziarizzazione, l’uguaglianza diventa conformismo, la neutralizzazione si trasforma in apatia, i diritti di convertono in privilegi, le libertà in servitù volontaria. Il pluralismo viene travolto da oligarchie nell’immanenza assoluta, frigida e anonima del primato sempre uguale del denaro.
Questo è l’orrendo futuro che meritiamo se permettiamo che un governo ci aiuti a dimenticare una identità mite e una tradizione operosa accogliente curiosa e benevola, le nostre di quando eravamo anche noi clandestini. Un governo capace di stringere patti scellerati con tiranni ma inetto nel condurre una negoziato civile con un governo considerato precario ma sufficientemente stabile per fronteggiare, lui si, uno tsunami di profughi. Un governo che ci irretisce nella menzogna, nella corruzione, nell’illegalità. E che ci condanna a una atroce menomazione: quella della speranza, dei progetti di vita, defraudandoci tutti, vecchi e giovani, studenti e immigrati, donne e uomini, tutti impoveriti in una società impoverita del domani e dell’utopia di una possibile felicità