Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’effetto più sinistro e potente del processo di normalizzazione dell’anomalia italiana è rappresentato certamente dal fatto che risvegliare coscienze a vario titolo intorpidite sia stato un ignominioso, indecoroso e patologico risvolto comportamentale (condito di vari valori aggiunti illegali) e le frequentazioni in villa di una nutrita batteria di ragazze in svendita più che altre intrinsechezze ben più socialmente allarmanti.
Circola un gustoso post su FB a corredo di una foto del premier con la sua chiostra di denti di porcellana esibiti nel suo immarcescibile ghigno: a forza di indignarsi per il bunga bunga si sono dimenticati che sono un mafioso.
Sappiamo che ad Arcore o negli uffici della Edilnord il futuro premier preparava la sua scesa in campo e c’è da sospettare che contribuissero al suo programma elettorale Bontate Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, mafiosi di primo piano. Il loro garante era Marcello dell’Utri sponsor dello stalliere Mangano, distaccato in villa da Bontate in qualità di custode mafioso e ricattatore del dottor Berlusconi.
Confalonieri in una lontana intervista mi pare del 2000 ammette con un certo candore che il premier non poteva che candidarsi per “non finire sotto i ponti o in galera per mafia”.
E in effetti l’esercizio del potere per Berlusconi è un manifestarsi esplicito di appartenenza al sistema e ai modi della criminalità organizzata. Contraddistinto da un “comando” all’insegna della contiguità con personaggi moralmente e politicamente discutibili in Italia e all’estero con i quale stringe patti scellerati destinati a rafforzare il suo impero economico. Segnato da un imperioso primato della fidelizzazione e dell’assoldamento dei suoi collaboratori, dei suoi amici di partito, dei suoi elettori in parlamento e fuori tutti coinvolti dalla sottoscrizione o dalla promessa di favori, appartenenza a cricche privilegiate e intoccabili dalla crisi o dalla giustizia, accordi opachi tra complici. Proteso a dare forma a un contro stato e a contro istituzioni per attuare un disegno autoritario golpista e personalistico, concentrato nella difesa della sua persona ormai compromessa e a rischio di una resa dei conti altrimenti ineluttabile.
Ma anche nelle modalità e nei comportamenti allegorici il premier ha subito una fascinazione dalla tradizione mafiosa. Che si manifesta attraverso il ricorso alle minacce, ai ricatti, agli avvertimenti trasversali.
E alla consegna a destinatari per niente occulti di messaggi simbolici. Dei quali si può immaginare faccia parte la guerra all’articolo 41 della Costituzione. Un caposaldo morale peraltro ampiamente inapplicato che agli occhi degli arcaici è pieno di poesia e bellezza ma che ben poco deve aver innervato i comportamenti cultura politica e cultura di impresa se circola in questo Paese gente come Marchionne o la Marcegaglia.
La guerra santa del cavaliere con molte macchie e molta paura per rimuovere allegoricamente il “tappo allo sviluppo” rappresentato da un postulato civile, da un auspicio a regole più eque, rappresenta l’omaggio simbolico del padrino ai suoi famigli. La promessa di Marchionne e a quelli come lui che il premier è pronto a tutto per creare le infami condizioni perché attuino i loro disegni lesivi di valori e di diritti.
Un motivo di più per difendere insieme alla nostra libertà e alla nostra democrazia anche i loro simboli, 150 battute di dignità.