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Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.

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Je suis Taranto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto il clan al governo, la cupola multinazionale dell’economia, i sindacati della lobby dell’arrendevolezza sono costretti ad accorgersi che c’è un fantasma irriducibile anche se stanco, deriso e  avvilito che si aggira  e che quando si agita e grida può mettere ancora paura: sono i lavoratori in lotta, poco propagandati dalla stampa che ha smesso di dedicare delicati bozzetti al folclore  di operai che protestano sulle gru, infermiere sui tetti, scioperanti sul Colosseo a dimostrazione. Sicché parrebbe confermato che la lotta di classe c’è e è stata anche vinta, purtroppo dal padrone.

Se non fosse.. se non fosse per qualche campo di battaglia dove qualcuno resiste, qualcuno cui dovremmo dedicare solidarietà e aiuto e stati sui social, perché se non siamo Charlie dovremmo invece essere obbligati a essere quelli dell’Alitalia che hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale e più che mai quell’Ilva che ieri hanno scioperato in 2000 contro l’immondo e inverecondo piano di “ristrutturazione” industriale, presentato dalla cordata AmInvestco (Marcegaglia, Arcelormittal – grande licenziatore internazionale – e Intesa San Paolo), candidata preferita dai commissari e  dal Ministro Calenda per rilevare l’azienda, e che prevede il necessario “sacrificio” di 5-6 mila esuberi, martirio in nome della salvezza dell’impresa, peraltro richiesto anche dalla cordata concorrente che solo sulla carta,  per via di nomi meno indecenti come quelli della claque dei macellai della Thyssen, sembra preferibile.

Così bisogna ricordare a tutti quelli che non scioperano, non vanno in piazza, non protestano perché tanto è inutile, perché tanto su in alto fanno quello che vogliono, che invece non è illusorio e vano mostrare i pugni, riappropriarsi di dignità e volontà, scioperare, manifestare.

E infatti quei 2000 di Taranto hanno costretto il governo a prendere tempo, a rivolgersi all’avvocatura anche in vista di già annunciate ma sottovalutate obiezioni europee in merito a un innegabile conflitto d’interesse che riguarda il fermo di  una delle produzioni dell’azienda in vista dell’importazione di semilavorati realizzati dal più potente competitor: Fos di Marsiglia. Si dice che il piano della cordata  ArcelorMittal sia coerente con la narrazione governativa con molti annunci e molte promesse, ma pochi fatti sia dal punti di vista industriale: senza investimenti formidabili soprattutto nell’adeguamento degli altiforni, sarebbe impossibile conseguire i risultati promessi nella produzione di acciai di elevata qualità. Ancora più mistificatorio sarebbe l’impegno ambientale con la previsione di ben 5 anni di tempo richiesti dalle operazioni di copertura dei parchi minerari, in piena osservanza dell’agghiacciante piano aziendale di risanamento approvato dal Ministro Galletti e l’adozione di tecnologie unicamente mirate alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aspetto rilevante, ma che non basta alla diminuzione della gran parte degli effetti pericolosi per la salute e l’ambiente.

È poco insomma, ma è già qualcosa che il governo – la fotocopia di quello che ha promosso l’emendamento Tempa Rossa che libera le società dall’obbligo di pagare le compensazioni ambientali necessarie quando si realizzano infrastrutture di elevato impatto ambientale, o die fondi si fondi no per i malati di cancro di Taranto – mostri di aver paura della sua stessa sfacciataggine.

E adesso tocca a tutti, non solo agli operai dell’Ilva in sciopero ieri a Taranto e lunedì a Genova e Novi Ligure, dimostrare che non ci stiamo a subire la pratica divisiva: lavoratori in difesa della “fatica” contro cittadini minacciati dal cancro, e lavoratori che a casa hanno qualcuno ammalato di fabbrica, quella che dà quel pane sudato e intossicato; di non tollerare più il ricatto: occupazione contro salute, di non sopportare più l’alternativa: posto o sicurezza.

Spetta a tutti dire no a fianco dei lavoratori cui resta come unico diritto agguantare un salario,   vendendo la propria forza di lavoro e la propria salute. Che non contano nulla, come è successo anche in questo caso, esclusi dalle scelte, sospesi e licenziati perché così si possano comprare prodotti di terzi, colpevolizzati da chi li critica in quanto “sviluppisti”, disinteressati a una battaglia civile per produrre pulito e ecologico, parole d’ordine che dovrebbero essere ricordate e rinfacciate unicamente  alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa e ai decisori al suo servizio,  come se potessero davvero incidere su decisioni delle quali non sono nemmeno informati. A terribile conferma che il salariato  diventa meno di un cittadino, meno di un uomo libero. A tremenda dimostrazione della rinuncia definitiva della sfera politica, continentale o nazionale, a controllare la potenza totalitaria del capitale, avendo invece scelto di mettersi al suo servizio.

“Cedere”, acconsentire a che vengano immolati 5-6000 lavoratori in cambio del posto sempre meno garantito e sicuro di altri provvisoriamente “salvati”, significa “concedere”. Concedere al governo e alla politica la rinuncia a cercare e adottare soluzioni “altre” rispetto a quella di ubbidire ai comandi, all’avidità padronale accumulatrice e impunita, al dovere di programmare il futuro di una fabbrica e dei suoi lavoratori combinando  innovazione tecnologica con l’attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta in divenire, la qualità del materiale richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali, prendendolo come occasione per  mettere alla prova  un modello di “valutazione dell’impatto ambientale” preventivo, con la partecipazione dei dipendenti e della popolazione, il contrario delle valutazione effettuate finora a disastri avvenuti.

“Cedere” significa concedere a quella moltitudine di tromboni e cialtroni che non vivono in accoglienti villette nella Terra dei Fuochi, che non respirano la brezza marina intorno all’Ilva di Taranto, di  irridere le nostre arcaiche battaglie “ideologiche” contro la Tav, la Tap, contro le operazioni pensate e realizzate per favorire malaffare e corruzione della cupola internazionale, penalizzando un Mezzogiorno sempre più ridotto a vittima consacrata in attesa che anche tutto il resto diventi Sud, diventi colonia, diventi schiavo  e tutti noi asserviti e ubbidienti. Si, je suis Taranto.

 

 

 

 


Quote rosa schocking

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Niente di nuovo sotto il sole. Per quelli che hanno creduto al cambiamento movimentato come in discarica dal dinamico sfasciacarrozze, per quelle che hanno in buonafede creduto che la presenza della donne in politica avrebbe prodotto un effetto benefico di esaltazione di qualità di genere legate ad ascolto, cura, attenzione agli altri, compassione, sensibilità, per quelli che hanno pensato che all’eclissi dei partiti, alla sospensione dei luoghi e dei modi della partecipazione potesse corrispondere un risveglio di reazioni popolari, al coagularsi di fermenti e proteste capaci di assumere la forma di una opposizione forte e condivisa, della quale i referendum potevano essere la celebrazione concreta e appagante, beh per tutti loro, per noi, disgraziati spiriti profetici o soltanto disincantati, per chi è deluso e per chi non si era mai illuso, ogni giorno arrivano cattive nuove dal teatro del disinganno, dove si mette in scena  la necessità di rinunciare a garanzie, diritti,  certezze, dove pare si debba scegliere tra lavoro e salute, tra posto e ambiente, tra fatica e malattia, con l’ipotesi non remota di godere di tutte e due.

Dove è diventato obbligatorio credere alle reiterate bugie dell’uomo solo al comando che agisce in nostro nome anche se non è mai stato legittimato a farlo, mentre è stato incaricato a eseguire gli ordini di un padronato transnazionale,   un ceto costituito da grandi patrimoni,  alti dirigenti del sistema finanziario,  amministratori che si prestano all’avidità di proprietari terrieri, immobiliaristi,  latifondisti di ogni latitudine, capitalisti per procura, manager cui è data la facoltà   di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo gli indirizzi dettati da una cerchia ristretta  di banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali, e applicati grazie a una giurisprudenza maturata in grandi studi felpati che scrivono leggi e instaurano principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di  trasformare una mediazione tecnica in una procedura inviolabile e perfino sacralizzata, se incide sulle nostre esistenze, inclinazioni, attese di vita e di morte.

Niente cambia: non so se la storia segua onde che si abbattono sulla rena arrotolandosi sul solito mare, forse è come una spirale che si avvita intorno all’infinito perno dello sfruttamento e dell’avidità. Certo è che pare abbiamo una vocazione a sopportare che le conquiste diventino privilegi da abbattere o mantenere arbitrariamente, che i diritti vengano retrocessi a elargizioni discrezionali. E che certi progressi, frutto dello spendersi di avanguardie ed élite controverse e contrastate, abbiano contribuito a personalizzazioni aberranti, a interpretazioni deviate e a testimonianze degenerate. Come nel caso delle presenze femminili sotto forma di quote rosa in compagini governative e non solo, fortemente propagandate  e che hanno assunto il ruolo di spot viventi dei peggiori stereotipi, di nefandi idealtipi della paccottiglia sull’eterno femminino, tramite una dark lady influente, matriarca, ancora in giovane età, di una casata di bancari sleali e incapaci,  femme fatale irrinunciabile per un premier che la usa e ne è usato, legato a lei indissolubilmente come in un vincolo dinastico grazie a interessi di famiglie e cricca opachi e criminosi. O per via della delfina di una schiatta industriale all’italiana, in odor di speculazioni, irregolarità, inquinamento, vittima dell’amore prodigato per un non nuovo archetipo di gigolò, un Bel Ami che trae profitto dalla circolazione tra i compagni di merende dei messaggini adolescenziali della sciacquetta al governo, come fossero petit bleu, tenendola legata con l’immancabile alternanza di blandizie e  elusività, di carezze e indifferenza, proprio come i seduttori della Belle Epoque, suscitando eccitazione e lacrime, istituto quest’ultimo molto in uso tra ministre addette al sopruso, plenipotenziarie e diplomatiche  dedite al respingimento e alla promozione di atti bellici, mentre il ciglio è asciutto di fronte a disastri ambientali, a sversamento ripetuto di veleni, a prospezioni deliranti, proprio come lo era quello della signora della Sanità seduta sul pingue pouf onusto di mazzette, ma non quello dell’emotiva  Marcegaglia nel guidare l’applauso rivolto agli assassini della Tyssen.

E non c’è speranza di cambiare se qualcuno gioisce dello sfrontato guappo a Palazzo Chigi, perché nel coronare i propositi del cavaliere, perfino nell’eterna lotta con i Pm rossi e lenti, grazie tra l’altro ai suoi provvidi interventi sui tempi processuali, avrebbe fatto piazza pulita di ingombranti attrezzi del passato. Se qualcuno di compiace della inedita sudditanza di un maschio costretto dal sistema di traffico di influenze illecite esaltato festosamente dal governo del fare e dello Sblocca Italia ad elemosinare favori in cambio di prestazioni dalla sua ganza in funzione più elevata di lui, proprio come in un remake dove Disclosure, la rivelazione, la dobbiamo alle indispensabili intercettazioni, anche quelle peraltro arbitrarie come tutto, se c’è chi se ne va  e chi invece resta per superiori ragioni di opportunità, quelle della crescita, dello sviluppo, condannato ad essere sporco, disuguale, impari, a beneficio di pochi e danno dei molti.

Non cambierà nulla se speriamo, per dirla con il mirabolante acchiappacitrulli  Zizek, che la salvezza venga da fuori, magari da Marte – e a Roma ne sappiamo qualcosa. Se ci auguriamo il tanto peggio tanto meglio, nell’illusione che grazie a un Tweet, a un “mi piace” suoni la sveglia per la collera e il  riscatto.


Appicca il fuoco e scappa

MilazzoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Brucia, brucia ancora, brucerà fino quando si esaurirà il carburante stivato nei serbatoi della raffineria Mediterranea di Milazzo. FederPetroli tranquillizza: “Al momento l’incendio è domato dai Vigili del Fuoco e da altre squadre di sicurezza e si procede con intervento mirato sino a totale  bruciatura del prodotto …..  Nonostante la nube a seguito dell’incendio, non vi sono situazioni dannose per l’ambiente e l’aria circostante”.

E aggiunge:  “La Raffineria di Milazzo dopo gli interventi negli anni scorsi sull’ammodernamento delle infrastrutture, risulta una delle più all’avanguardia a livello europeo con impianti di raffinazione di alta efficienza tecnologica”. Anche il sindaco cerca di minimizzare mentre spiega che non era necessario procedere con l’evacuazione degli abitanti, terrorizzati dalle fiamme che divampavano altissime e visibili per diversi chilometri dai comuni della fascia tirrenica del messinese.  E come no. il sito istituzionale dell’impianto recita “La nostra vision è produrre combustibili e carburanti di alta qualità attraverso le più moderne ed innovative tecnologie e risorse umane motivate e professionali nel rispetto per l’ambiente, la salute e la sicurezza delle persone”. Sic.

L’esperienza ci insegna a sospettare di certe rassicurazioni, che siano o non espresse in quel famigerato gergo della cultura d’impresa.  A volte basta l’iniziativa personale di un singolo – è successo per l’incostituzionalità del Porcellum – a scoperchiare un pentolone di veleni. E l’anno scorso un abitante di Milazzo si è fatto interprete della preoccupazioni dei suoi concittadini e  si è rivolto ai giudici per denunciare la Raffineria a causa delle esalazioni che negli ultimi anni hanno intossicato la città: “Siamo stanchi di doverci chiudere in casa per sfuggire agli odori nauseabondi emanati dalla fabbrica”.

L’impianto, rivendica il sito,  è una Società Consortile per Azioni i cui azionisti Eni S.p.A. e Kuwait Petroleum Italia S.p.A., rispettivamente proprietari del 50% del pacchetto azionario,  sono gruppi industriali a vocazione internazionale che, per le loro dimensioni e importanza delle attività, svolgono un ruolo rilevante rispetto al mercato, allo sviluppo economico e al benessere delle comunità in cui sono presenti.

E ci informa che l’Eni (si,  quella di Scaroni, Descalzi e della Marcegaglia)  si contraddistingue  per il proprio impegno nell’ambito dello sviluppo sostenibile: valorizza le proprie risorse, contribuisce allo sviluppo economico delle comunità nelle quali opera, è attiva nel miglioramento delle proprie prestazioni ambientali investendo nell’innovazione tecnica, persegue l’efficienza energetica ed è attenta agli effetti indotti dalla proprie attività sul cambiamento climatico.

Sarà per via di queste credenziali che non stiamo tranquilli, sarà perché si tratta di Mezzogiorno, dove per anni i cittadini di Taranto sono stati rassicurati sulle emissioni dell’Ilva, per quanto ancora nessuno sa cosa si nasconda sotto l’Acna di Cengio, sarà perché è la Sicilia cui si impone il Muos, sarà perché è Milazzo è stata identificata nell’epoca d’oro dell’industrializzazione al Sud come “adatta e favorevole all’insediamento di fabbriche”,  la Raffineria, la  Centrale Edipower, la Centrale Termica di Edison e anche le Acciaierie, quelle Duderfdofin Nucor, tutte a insistere in una combinazione rischiosa di effetti e inquinanti in una zona industriale contigua alla città,  sarà perché stanno vincendo una guerra per limitare le garanzie e i diritti dei lavoratori, che incrementerà insicurezza e danni alla salute e all’ambiente, proprio perché vuole sancire che i padroni sono tali dentro e fuori dalla fabbrica, che a loro non spettano sacrifici e nemmeno l’obbligo morale e produttivo di investire in tutela e salute, sarà perché svendite e privatizzazioni rendono sempre più arduo il controllo sulle prestazioni, sulla sorveglianza, sul rispetto degli standard sanitari e ambientali.

Fossimo affetti da dietrologia, potremmo supporre che certi incidenti non siano del tutto casuali, proprio come certi incendi boschivi appiccati per alienare territori e cederli alla speculazione, che certe aziende pubbliche o miste siano un fardello pesante, che la compatibilità ambientale e il rispetto delle leggi rappresentino carichi onerosi per azionariati avidi e alla ricerca di meno impervi mercati e mano d’opera più arrendevole e economica. E che quindi sia meglio sbarazzarsene.

 

Successe così con l’Ilva  un «ferrovecchio» secondo i Riva,   un “gioiello”  secondo Prodi che ne  trattò la vendita per  una manciata di miliardi di lire. E che invece ha macinato  profitti  formidabili, gran parte dei quali imboscati in paradisi fiscali, alcuni rientrati   esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. La dinastia privata ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi. E intanto mentre la famiglia consolidava la sua posizione nel Gotha imprenditoriale italiano, contribuendo a qualche fallimento anche di quelli promossi ad arte – era nella cordata dell’Alitalia – seminava morte, introduceva un regime dispotico nella fabbrica e nella città, esercitava il ricatto come policy aziendale, sviluppava corruzione proprio come un brand competitivo e vincente, tutte “attività” non certo ignote ai nostri gioielli di famiglia, ben conosciute dalle nostre imprese pubbliche. Che si dedicano da anni all’esportazione di veleni, alla circolazione di mazzette, alla diffusione di malaffare in nuove geografie, quelle di serie B, che le nostre aree depresse  non bastavano più.

Ma possiamo stare tranquilli, questo governo ancor più di quelli che l’hanno preceduto, i suoi sponsor, i manager di riferimento, stanno agendo con determinazione per la creazione di un terzo mondo interno, entro i confini, dove sia possibile pagare i lavoratori come in Bangladesh, dove i loro diritti siano eliminati per decreto, dove qualità di vita sia un lusso che i cittadini non possono permettersi, come un ambiente pulito, un paesaggio tutelato, bellezza mantenuta e a disposizione di tutti, istruzione pubblica, conoscenza. Con lo  Stato, i suoi beni e la sua sovranità si cancellano anche la sua missione sociale, l’obbligo di assistenza che abbiamo pagato,  pensioni versate come un salario differito e che vengono minacciate come immeritati privilegi.

Si, ormai sono un lusso la cura, affidata a soggetti privati, l’arte e la cultura, ridotti a merce da gestire con le regole del marketing,  l’ambiente e le risorse, che valgono solo se possono essere convertiti in profitto. Pare che l’unico diritto che ci resta, diventato desiderabile da quando il lavoro ha perso ogni valore, e tolto anche quello a  morire con dignità, sia la condanna alla fatica.

 

 


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