Che venga approvata o meno questa privatizzazione strisciante dell’Università, non c’è dubbio che da queste piazze incazzate e allo stesso tempo illuminate dalla speranza, viene il primo vero annuncio di cambiamento. Tra i canti, le grida, i cortei e la vuota repressione in tenuta antisommossa, si sentono i primi veri rintocchi della campana a morto di un’era.

La politica, quella delle aule e dei corridoi ha pensato di potersi sbarazzare di Berlusconi sul suo stesso piano: con grandi manovre, con l’aritmetica dei voti, con le scissioni, con le tattiche. Ma il grande corruttore ha mostrato a tutti come siano efficaci i suoi veleni, i suoi soldi, i suoi servi. E, si sa, chi ha più biada nella mangiatoia è il padrone del gregge.

Il Palazzo, anche quello dell’opposizione, anzi soprattutto quello, ha sempre snobbato la piazza, considerandola volgare, equivoca, inopportuna, controproducente e magari anche portatrice di bacilli fatali per un establishment intento a rimirarsi nelle proprie logiche di potere e di apparato. E ha finito per fare opposizione soprattutto al proprio elettorato.

Un’occasione perduta. L’occasione di ritrovare un popolo, un’idea, un propellente. L’occasione di ritrovarsi. E di far ritrovare al Paese una ragione che andasse al di là dei singoli interessi e ormai delle singole salvezze.

Così come in una quinta teatrale comincia un cambiamento di scena che non coinvolgerà soltanto Berlusconi e la sua corte dei miracoli, ma tutta la politica. Le quinte si muovono e i protagonisti sui svuotano diventando man mano un trompe l’oeil.

Se fossi li dentro, nei palazzi, di fronte ai rintocchi della realtà sentirei che è inutile chiedersi per chi suona la campana. La campana suona per tutti.