Alla fiera di Parma, va in scena la commedia delle vanità perdute, il dramma di un’imprenditoria che ha sempre inteso la modernizzazione del Paese solo attraverso l’angolatura dei propri interessi particolari, che ama Silvio, anche se è delusa. E lo ama perché al fondo teme l’efficienza e la correttezza che apparentemente richiede. L’imprenditoria polverizzata che per sistema Paese ha sempre inteso solo il proprio vantaggio.

Marchionne teme la Cina e chiede naturalmente sconti ai sindacati, ancora più sconti di quelli che sono stati fatti in questi anni. Come se questo potesse rimediare a una situazione che il capitalismo liberista ha voluto e creato quando ha cominciato a delocalizzare perché conveniva, perché si facevano più profitti, perché gli azionisti erano contenti. E perché la “modernità” portava a fregarsene dei lavoratori anche chi avrebbe dovuto difederli.

Bella faccia tosta, quella di Marchionne, dal momento che la Fiat è il decimo costruttore mondiale di auto, ma l’Italia è al ventesimo posto come Paese in questa classifica, superata persino dalla Tailandia.  Una situazione che non trova riscontro in nessuna altra parte del globo. Se poi questo gigantesco  delocalizzatore ha perso l’occasione della Cina, è solo per cecità o per cialtroneria.

E che dire di quella piccola imprenditoria che ancora crede in Silvio, nonostante ne riconosca l’assenza di risultati? E’ che l’efficienza , la concorrenza, le politiche industriali, la sburocratizzazione sono soltanto la vernice dietro cui si è nascosto  il desiderio di un governo amico che chiuda molti occhi sulla precarietà, sui salari, sul nero e via dicendo. Un governo che eviti di dover concorrere davvero.

Certo niente dà più tristezza di questo universo al tramonto, dell’angoscia con cui esso prende gradualmente coscienza del fallimento di un modello, di questo aggrapparsi a un anziano tycoon, onnipresente e insignificante al tempo stesso.

Eppure sorrido di un cattivo sorriso: vedere l’ansia di questa gente, incatenata alle sue contraddizioni, avvertire la paura di doversela vedere con la dinamicità economica e industriale di un Paese “comunista” è un’irresistibile vendetta.