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Concorrenza sleale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stata la Stampa – quella dello Specchio dei tempi, che va in sollucchero per certi bozzetti di cronaca cittadina,  comprese qualche anno fa quelle che aggiornavano sul sacrosanti pogrom punitivi contro   cittadini italiani di etnia rom, accusati di stupro da una ragazzina che tentava di coprire così una fuga da casa – a pubblicare con relativa locandina pubblicitaria gratis, la notizia dell’intraprendente proprietario di un bar di Cuneo, che si sta preparando a servire il caffè solo ai “clienti vaccinati”.

 A ben vedere si tratta di un caso evidente di concorrenza sleale, tale da suscitare nel lettore che si illudesse di poter esercitare libera opinione e anche liberi consumi senza dover esibire quel certificato di sana e robusta costituzione interdetto ormai all’Italia, il desiderio bastardo che questa selezione profilattica produca esiti sul suo fatturato talmente dissuasivi da farlo recedere dall’incauta trovata pubblicitaria.

Ma d’altra parte mica ci stupiamo per questo.

In attesa che si materializzi il patentino immaginato da Arcuri  nella hall dei suoi padiglioni, sotto forma di plastica a punti per il  sorteggio di premi e cotillon, già idealizzato da De Luca, in attesa che venga preso in parola il Toti icastico selezionatore di “improduttivi” che ha dichiarato: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?”, in attesa che venga meglio spiegato quell’articolo 5 dell’ultimo Dpcm che configura per “soggetti incapaci” ricoverati  presso  strutture  sanitarie assistite che si rifiutassero di sottoporsi al vaccino il trattamento obbligato, quello fortemente raccomandato dal filosofo Galimberti per disobbedienti e eretici della scienza, assimilati ai matti comuni. E in attesa di una certificazione per andare al cine, salire in aereo, soggiornare in hotel, ma pure lavorare in tutti i settori a contatto con il pubblico come vuole Ichino e anche per gli altri come postula   un vice ministro della Salute, impegnato a combattere le disuguaglianze, ecco, in attesa, possiamo già dire che si può definire concorrenza sleale la campagna per l’esclusiva che ha permesso a Pfizer in regime di monopolio di occupare il mercato italiano con un prodotto non sufficientemente testato. 

E credo si possa definire così la pressione esercitata per battere i competitori con gli strumenti di una lobby prepotente per aggiudicarsi  il consenso incontrastato di governi che hanno rinunciato a qualsiasi forma di sovranità anche in materia di tutela della salute, ormai promossa a unico diritto universale e unico interesse generale, anche grazie al favore di rappresentanti di una cerchia di tecnici e scienziati che ha fatto della neutralità un vizio da combattere coi vaccini della  repressione e della  censura perfino all’interno della corporazione.

Tanto che nessuno si interroga sulla possibilità e opportunità di ricorrere a preparati di altra casa produttrice o di combinare più marchi diversi e, meno che mai, sullo stato dall’arte di eventuali protocolli curativi finora negletti in attesa della panacea.  

E dovevamo aspettarcelo perché la “moral suasion” esercitata dalle autorità è stata così perentoria da produrre effetti più potenti di un obbligo o un comando,  sicchè la vaccinazione con il logo Pfizer come l’LV di Vuitton spopola talmente da assumere la qualità di una dimostrazione di senso civico progressista, illuminato e dunque superiore per censo, cultura e qualità morale, quindi legittimato a esercitare una “doverosa” violenza sanzionatoria e repressiva, quella che richiede Tso, obbligatorietà, licenziamenti , ostracismi, emarginazione per i renitenti, tutti arruolati insieme a Pappalardo, Agamben, Montesano e Montagnier nelle file di Salvini e Meloni.

Perché, come mi è capitato di scrivere (anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/30/sinistra-di-pfizer-e-di-governo/  ) il vaccino e dunque l’accettazione fideistica del parere della scienza e delle “raccomandazioni” che assumono particolare perentorietà in veste di Dpcm, ha assunto la forma di una patente di antifascismo come piace a quella che si definisce “sinistra” a intermittenza, quella light di governo con Bella Ciao sul balcone, senza lotta, senza resistenza, senza coscienza di classe,  che consente di rivendicare  l’appartenenza documentata al  consorzio civile e che si prodiga per emarginare e criminalizzare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo militante contro quel Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e, ma casualmente, la bomba risolutiva su Hiroshima. 

E in effetti è concorrenza sleale contro un pensiero e una idealità “altra” la scelta dei governi di puntare tutto sui vaccini, che permettono di non incidere  sulle cause di fondo che hanno generato il problema, di consolidarsi alternando terrore e poi speranza, oltre che di far fare affari d’oro a cupole che potrebbero restituire il favore con appoggi di vario genere. Affari che in futuro sono destinati a ripetersi e moltiplicarsi poiché se si cerca maldestramente di gestire gli effetti, non sono state rimosse le origini e le fonti, inquinamento, tagli all’assistenza, cessione della ricerca all’industria,  caduta degli standard professionali della classe medica, urbanizzazione, cancellazione delle garanzie del lavoro che espone gli addetti ai rischi dell’insicurezza e della precarietà. 

Non a caso il dibattito pubblico in pieno declino dell’Occidente si è ridotto alla polarizzazione delle posizioni “vaccino si” e “vaccino no”,  a dimostrazione che la civiltà superiore delle libertà le ha consumate all’osso, liberalizzando insieme ai capitali, all’avidità accumulatrice della finanza, alla supremazia degli interessi particolari, il controllo sociale, la gestione amministrativa oltre che giudiziaria e penale dei conflitti di classe, il sopravvento e l’ingerenza delle tecnologie, un governo dell’ordine pubblico impiegato per tutelare i privilegiati, rassicurare i penultimi e marginalizzare e criminalizzare gli ultimi.   

Questa normalità cui vogliono abituarci, mantenendo la provvidenziale confusione, la manipolazione dei dati, l’insensato quadro in continuo divenire di proibizioni, sanzioni, licenze, cromatismi, ha come effetto, ormai decisamente voluto, il permanere dell’eccezionalità sfuggita al controllo di un esecutivo di rissosi partner che litigano come gli ubriachi fuori dall’osteria dove hanno il pieno, limitando il dibattito pubblico, alla contemplazione degli urli, dei rifacci e dei piagnistei degli avvinazzati che si contendono la damigiana che viene da fuori, da dove altri più attrezzati si preparano a approfittare con più profitto di tutte le scorciatoie e di tutte le opportunità decisionali.

È così che si mantiene il consenso obbligatorio alla stregua del trattamento sanitario a un governo che si mantiene grazie all’emergenza e che quindi all’emergenza non può e non vuole rinunciare pena la sua sopravvivenza.

È così che si è determinato uno stato di eccezione pubblica e individuale, grazia al quale ci sentiamo costretti,  per la difesa della sopravvivenza biologica –  l’unica cosa che conta e che  va difesa – a  ripudiare democrazia, diritti, relazioni sociali e affettive. In sostanza, la vita.    


L’ipocrisia ha sempre la schiena dritta

agr str Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grande e unanime soddisfazione è stata espressa in questi giorni di inizio anno: pare che le misure pre-Salvini e post- Salvini abbiano avuto successo, sarebbe calato il numero dei disperati che arrivano da noi, la chiusura degli Sprar avrebbe sortito l’effetto desiderato, quello cioè di rendere invisibile agli occhi pronti alle lacrime ed alle coscienze più sensibili lo spettacolo inquietante. Quello dei profughi che si spargono nelle città e nei paesi come una diaspora disperata di vite nude che non hanno nulla da perdere e ancora meno da rivendicare, disposte a accreditarsi come manovalanza criminale, schiavi del caporalato o del sesso, costretti a  cercare rifugio in luoghi già brutti e infelici che quindi meriterebbero l’aggiunta di altra vergognosa sconcezza e di altra avvilente pena.

Passata la paura delle invasioni, adesso i benpensanti sono legittimati a esprimere la loro riprovazione nei confronti degli ignoranti buzzurri che non condividono la loro battaglia morale per l’accoglienza e l’aiuto umanitario, accusandoli di xenofobia e razzismo e offrendoli in pasto alle bocche larghe delle destre. E infatti siccome l’ipocrisia è l’asta che tiene dritto il popolo richiamato a inorgoglirsi della sua tradizione e della sua qualità identitaria di grande paese, si guarda agli effetti e non alle cause, ci si compiace che una ritrovata efficienza pragmatica  ci risparmi dalla pressione di indesiderate presenze, così come ci si preoccupa – noi che ci dispiacciamo per i nostri figli del privilegio ridimensionato, costretti a cercar fortuna altrove – che arrivino in massa i profughi, messi in fuga da un protervo colonialismo in armi, provenienti da remote geografie che perdono così i loro talenti e le loro forze giovani  a causa nostra, come sono stati defraudati di risorse e ricchezze.

Tutti hanno preferito non indagare e non interrogarsi su questa fortunata coincidenza, frutto probabile oltre che dell’inverno, degli infami patti stretti “a casa loro” con despoti sanguinari e che consente a chi può far sfoggio di pretesa di innocenza, ai bamboccioni redenti dal canto di Bella Ciao, ai cervelli appartenenti a ceppi e lignaggi che non hanno bisogno di fuggire godendo del welfare familiare e familistico, di opporre alla chiusura identitaria ed all’impermeabilizzazione dei recinti di gruppo un vago umanitarismo che ha l’effetto di  criminalizzare gli ultimi, di condannarli con uno stigma morale feroce e definitivo alla loro marginalità protofascista.

Così è stato reso ancora più profondo il fossato che divide la cultura dominante, quella che professa l’atto di fede europeo e atlantico, che si nutre delle certezze e delle consapevolezze fittizie di una classe piccolo-borghese, urbana, informata equipaggiata di beni e risorse culturali e economiche, che può godere ancora di consumi gratificanti e che si illude di effettuare scelte libere e “creative” appaganti,  dalla “incivile” percezione e dal “disumano” punto di vista dei ceti popolari e disagiati.

Solo segmenti di classi ancora  persuasi di detenere una superiorità sociale e ideale si possono permettere di esibire come etica pubblica il repertorio di luoghi comuni che dovrebbe convincere chi sta male della bontà e delle opportunità offerte  da una immigrazione incontrollata, o degli effetti progressivi della globalizzazione che ci concede la libertà di circolazione di merci, popolazioni, esperienze, cucine, valori, dei quali si può approfittare essendo equi e solidali, mangiando sushi, facendo vincere Sanremo a uno che si chiama Mahmood, perfino dando in perenne concessione le nostre autostrade a dinastie affermatesi  anche grazie a campagne che esibivano  allegri girotondi di bimbi bianchi e ben pasciuti insieme a altri molto colorati, colti nel tempo libero dallo sfruttamento del loro lavoro minorile.

E d’altra parte perché stupirsi, l’Europa ormai impegnata nel contenimento  dei suoi terzi mondi interni  dopo la fase dei muri, dei lager autorizzati in Francia ma bollati in Italia e dei respingimenti tollerati in Germania o in Turchia  ma marcati con il sigillo  dell’infamia da noi, ha già avviato la divulgazione pedagogica dei nuovi orizzonti delle ricette fusion proprio come certe bettole che predicano il meticciato in cucina, non sapendo cucinare né  la matriciana né il curry, in modo da diseducare i palati così come si deve dissuadere dalla pretesa di aspirazioni legittime.

E infatti la nuova interpretazione cordiale e invitante dei fenomeni migratori ha una sua vulgata mitica e  chi ha il  coraggio di contestarla viene immediatamente annoverato nelle cerchie leghista o lepenista dei buzzurri xenofobi.

Si comincia con il mantra della ragionevolezza antropologica: anche se non piace comunque la procreazione affidata in gestione ai soliti habitué  della riproduzione incontrollata serve eccome a ripopolare un continente vecchio e invecchiato, come se non fosse accertato che gli immigrati in Europa mutuano i costumi del paesi ospitanti, non devono mettere al mondo braccia destinate all’agricoltura o alle miniere di diamanti e fanno meno figli.

Segue l’altra narrazione irrinunciabile: chi viene qua non ha preparazione né ambizioni professionali o di carriera, quindi si presta a svolgere le mansioni servili e umilianti cui gli indigeni non vogliono piegarsi.

Come se non fosse vero che i giovani che vengono qua a cercar fortuna o riparo abbiano le stesse aspettative e gli stessi diritti fondamentali dei ragazzi lombardi o lucani, emiliani o calabresi, come se non fosse vero che nei loro paesi erano la meglio gioventù che aveva studiato magari con più profitto della generazione dell’Erasmus.

Come se non fosse vero che se certi lavori fossero remunerati con dignità e equità sottrarrebbero molti italiani ventenni e trentenni da quell’area grigia dei lavori alla spina, del precariato a cottimo, senza scuola e senza occupazione nei bar di paese.  Come se non fosse vero e accertato che  le ricadute   dell’immigrazione sui salari e sulla qualità e le garanzie risultano essere fisiologicamente depressive in quanto determinano un incremento dell’offerta di lavoro a basso prezzo, condizionando tutto il sistema delle remunerazioni e la competitività tra lavoratori.

Come se non fosse vero dunque che l’aggiunta di manodopera straniera se aumenta l’occupazione in termini generali e generici,  produce contemporaneamente l’effetto di ridurre i salari.

E come se l’esigenza di disporre di un esercito industriale di riserva rivendicata dal padronato non prevedesse il desiderabile traguardo di allargare la cerchia dei ricattati locali, aggiungendo l’intimidazione della “concorrenza” sleale da parte di nuovi arrivati ancora più suscettibili di cedere alle minacce e alle coercizioni.

È che come al solito si spostano le responsabilità in capo ai padroni per farle pesare sui lavoratori che continuano a incarnare il mito negativo di una plebe che vuole troppo, che non si accontenta, che non sa raccogliere le sfide della modernità e si merita privazioni di beni e prerogative, condannata a ragione a sopravvivere nei solchi bagnati di servo sudor e costretta a subire la censura dei suoi bisogni e delle sue aspettative  anche per via della gara messa in atto nei nostri colossei con altri schiavi e gladiatori, che se non possiedono un diverso livello di coscienza di classe, vivono la condizione oggettiva di dover accettare qualsiasi  offesa e qualsiasi paga della vergogna.

Non siamo lontani da quando questa generosa apertura alla libera e profittevole circolazione si manifesterà assoldando gli immigrati negli eserciti degli stati ospiti in qualità di difensori dei sacri confini e della civiltà superiore dell’impero globale, mandandoli a esportarne gli ideali nelle patrie lontane in modo che all’abbandono si uniscano oblio e tradimento.


Piange il telefono…

telefono-a-gettoni-20120721091804La rete è uno strumento potentissimo, ma sembra anche avere dei vuoti incomprensibili e uno di questi è tutto ciò che riguarda lo storico dei prezzi correnti sia in euro che in lire degli ultimi cinquant’anni: è quasi impossibile avere un panorama sufficientemente preciso e organico, salvo qualche notizia disaggregata ed erratica che viene fuori dalla memoralistica di qualche blog. Certo sarebbe spiacevole far balenare alle nuove generazioni come dagli anni ’50 in poi il potere di acquisto dell’italiano medio sia salito costantemente fino a circa la metà degli anni ’80  e poi sia cominciato a calare dapprima lentamente poi con passo sempre più deciso, man mano che la precarizzazione e le privatizzazzioni avanzavano: ogni egemonia culturale  ha bisogno della sua mitologia e dunque non sarebbe molto saggio mettere in luce come mercato, privato e concorrenza non siano la panacea di tutti i mali nè quel sentiero luminoso che si favoleggia.

E’ sempre arduo confrontare due epoche sia perché i metodi di calcolo dell’inflazione o del costo della vita sono legati  a visioni e interessi politici, sia perché un qualunque bene acquista un valore diverso a seconda degli anni: per esempio se nel 1980 una Fiat 126, la macchina più piccola del panorama automobilistico italiano costava 7 stipendi medi di un metalmeccanico, oggi la versione base di una delle auto meno costose impegna almeno 10 mesi ( senza tenere conto delle spese di rateizzazione)  dello stipendio medio di un operaio assunto a tempo indeterminato  che secondo le statistiche supera di poco più i 1300 euro mensili. Ovviamente il bene in questione è più evoluto rispetto a quello di 37 anni fa, ma mentre allora rappresentava un punto di arrivo, il possesso della sospirata e mitica automobile, oggi invece dimostra la necessità di arrangiarsi. Per non dire del fatto che il tempo indeterminato, una volta nella normalità delle cose oggi è diventato un un miraggio.

Ma in questa ricerca mi sono anche imbattuto in decine e decine di pagine che inneggiano alla concorrenza come fattore di caduta dei costi telefonici. Anche qui un confronto diretto con il 1980 è arduo perché allora non c’era telefonia mobile, si poteva telefonare solo da casa, dalle cabine stradali, dai locali pubblici e dagli uffici e tutto era gestito da un’azienda di stato, ovvero la Sip. Tuttavia chi voleva un telefono in casa doveva corrispondere un canone trimestrale di 3,5 euro con uno scatto alla risposta di 0,03 euro che nel caso delle telefonate urbane non era temporizzato, cioè si poteva  stare anche tutta la giornata al telefono e pagare solo 3 centesimi. La teleselezione era più costosa: uno scatto durava solo 2,83 minuti e ognuno veniva dal 12 ai 38 centesimi a seconda delle distanze. Le stesse tariffe erano anche applicate al trasferimento dati che già cominciava a nascere sotto forma di fax o di vero e proprio dialogo tra computer anche se solo nelle grandi aziende più evolute o in quelle della comunicazione.

Non esistendo cellulari e tantomeno wi fi, o internet o social media la telefonia era radicalmente diversa, sicuramente indispensabile, ma non centrale nella vita delle persone e per molti era in qualche modo era ancora un lusso sul quale si poteva risparmiare con il duplex o utilizzando  le 41 mila cabine telefoniche sparse per il paese. Tuttavia le tariffe praticate erano di gran lunga le più basse dell’Europa occidentale dove generalmente operavano imprese private in concorrenza tra loro. Con tutto questo la Sip (comprese anche le ruberie politiche) nel 1980 fece un utile di 3295 miliardi corrispondenti  a più di 8 miliardi di euro di oggi, impiegava a tempo pieno e indeterminato 73240 persone, si permetteva di testare la fibra ottica nella zona di Torino e di Roma (1977) di lanciare per prima al mondo (1976) le schede prepagate.

Anche successivamente con l’avvento dei primi sistemi di telefonia mobile Rtms ed Etacs la Sip adottava una tariffa massima, dalle 8, 30 alle 13 di 633 lire al minuto, che scendevano a 412 dalle 13 alle 18, 30, fino ad arrivare alle 245 dalle 22 alle 8 del mattino successivo. Si trattava di costi alti tanto per un sistema che diventò ben presto uno status symbol e che tuttavia era ancora marginale. Ma nel ’93 con l’introduzione del sistema europeo della concorrenza le tariffe fecero un grande balzo in avanti arrivando per Telecom Tim che era succeduta alla Sip, alle 1950 lire (più di un euro) al minuto e alle 1940 per Omnitel per cui si passò dalle tariffe più basse del continente a quelle più alte. Chiaro che lentamente le tariffe sono calate, non per l’Europa o la cosiddetta concorrenza, (concetto astratto di cui spesso di parla a vanvera per la sua apparente semplicità, ma considerata una pura utopia da molti grandi economisti tra cui Keynes) quanto per l’assorbimento graduale dei costi di ammortamento e sopratutto per l’ evoluzione tecnologica e culturale della telefonia mobile che ha spostato la redditività su fattori diversi rispetto al puro costo per unità di tempo delle chiamate. Il cui onere, peraltro, è diminuito per i gestori enormemente di più che per i clienti.

Insomma la mitologia e la narrazione corrente sfruttano  la naturale evanescenza della memoria per dare verosimiglianza a concetti  grossolani e abusati dei quali siano vittime e attori inconsapevoli.

 


Crimini e misfatti nel Borsellino della politica

Via D'Amelio il giorno della strage

Via D’Amelio il giorno della strage

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei  giorni scorsi Lucia Borsellino ha pronunciato parole di fuoco davanti alla Commissione Antimafia: “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage) ci fa interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”. La  figlia del magistrato ucciso si riferiva a depistaggi, sospetti su correità e tradimenti da parte di uomini appartenenti agli apparati dello Stato, occultamenti dei fatti, ancora oscuri dopo 24 anni.

La sua dichiarazione è passata sotto silenzio, mentre invece rimbombano le vibranti frasi retoriche che ogni anno accompagnano le rituali cerimonie di commemorazione in un giorno diventato “della memoria”, se non sa essere “della verità”. Quest’anno, in osservanza piena dell’ideologia dell’ottimismo che ispira l’azione governativa, la sagoma grigia che sarebbe succeduta all’irriducibile monarca, se solo fosse riuscito a convincerlo che non è più presidente, esulta, si fa per dire, per il fatto che la nostra società possiede gli anticorpi per sconfiggere definitivamente la mafia.

Morto Riina, retrocesso a comparsa di una oscena saga familiare, morto Provenzano, ­­­­­­ diventato occasione   per una sconcertante diatriba sui diritti, in un Paese dove ogni giorno si fa un passo avanti nell’opera di cancellazione di prerogative, conquiste anche grazie allo svuotamento della Costituzione che ha stabilito principi e regole della loro tutela, è possibile che abbia perso forza il mito della geometrica potenza delle vecchie famiglie, delle consuetudini e dei riti che facevano da elemento di coagulo degli affiliati. Non ne ha persa il ricorso alla violenza dell’intimidazione, se si susseguono le minacce concrete a chi si ribella, non ne ha persa la pressione ricattatoria e corruttiva se la stessa Rosi Bindi denuncia coperture morali e contaminazioni della criminalità organizzata esercitate da insospettabili in spettacolare prima fila nell’antimafia di maniera, quella delle dichiarazioni, delle parate, dell’esibizione di trofei.

Ma soprattutto sempre di più si è consolidata quella integrazione tra i comportamenti criminali delle organizzazioni illegali e quelli, formalmente legali se non legittimi, della politica, del sistema finanziario, del mondo di impresa, un tempo esposto e permeabile, oggi dichiaratamente affine, tanto da averne mutuato sistemi e metodi, perché analoghi sono obiettivi ed aspirazioni. Sicché il ricatto, strumento ampiamente adottato nelle aziende, nelle relazioni sociali, nel sistema dei controlli e delle autorizzazioni, viene autorizzato, anzi, promosso grazie a leggi, “riforme”, provvedimenti d’urgenza. Sicché la trattativa sottobanco, l’opacità degli appalti e degli incarichi, lo scambio di voti e favori, non solo non è condannato, ma approvato e chi non si adegua viene deriso ed espulso dal contesto della concorrenza “leale”.

E siccome gli attori in campo da ambo le parti si sono sgrezzati, pur non rinunciando alle maniere forti quando occorre, pur continuando a adottare sistemi sbrigativi quando le circostanze lo richiedono, menando, torturando, abusando, intimidendo, sfruttando e speculando con una evidente preferenza per la sopraffazione sui più deboli, preferiscono restare nell’ambito delle azioni riconosciute e ammesse come appartenenti alla “norma”, spingendo al suicidio piuttosto che ammazzare direttamente, rubando tramite fondi e derivati piuttosto che scippando le vecchiette, esibendosi con poliedrica abilità nel monopolio del gioco d’azzardo ma anche nella gestione del casinò finanziario, depredando territori e risorse anche grazie alla nuova dicitura in calce al colonialismo interno e esterno: cooperazione, aiuto umanitario, esportazione di democrazia.

Certo qualche vizietto non se lo levano, qualcuno più avido non si sarebbe peritato di stornare i fondi che l’Unicef raccoglie per le campagne in Africa, destinandole a altre campagne, in Toscana, iniettando un po’ di sangue vivo in tre languide aziende collegate alla famiglia e ai famigli del premier. Banche dalla gestione oscura e fallimentare, che hanno ingannato, manipolato e derubato la clientela, aggiungono al loro carnet di imprese spericolate l’intermediazione nella vendita di armi a paesi sanguinari, tirannie oscurantiste in odor di conclamata familiarità con l’Isis, protette dal governo fan del Made in Italy e in aperta violazione  della legge 185/ 1990 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Ma sono esibizioni estreme di qualche fanatico della crescita e c’è da aspettarsi qualche provvedimento d’urgenza che metta ordine definitivamente nella controversa materia della necessaria sottrazione di risorse da destinare al dispiegarsi della libera iniziativa imprenditoriale, che attribuisca onore e rilevanza morale al crimine a fin di profitto per il bene dell’Italia, che stabilisca una volta per tutte la sacrosanta prevalenza del crimine sulla giustizia, la loro.


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