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Vittime designate

Il Trivulzio secondo Morbelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre siamo tutti in fervida attesa di conoscere nel dettaglio le nuove misure emergenziali del governo, anticipate da organi di stampa bene informati: probabile coprifuoco, salvi i parrucchieri, ma penalizzato il calcetto,  ingressi scaglionati per scuole superiori e atenei e una “mossa netta” sul lavoro agile, è passata inosservata una breve in cronaca.

È quella che rende noto che nella residenza per anziani   “Anni Azzurri” di proprietà del gruppo di sanità privata Kos, che si affaccia sul Parco di Veio a Roma Nord si registra un focolaio di coronavirus: i positivi sono 51, 14 operatori dipendenti della struttura e 37 ospiti, tutti anziani in condizione di forte riduzione della propria autonomia per patologie cronico-degenerative, che non necessitano di assistenza ospedaliera ma hanno necessità di un monitoraggio delle condizioni cliniche e dei parametri vitali.

Va di moda la narrazione bellica per via della guerra al virus e della ricostruzione, necessariamente rinviata a data da destinarsi. Vien bene quindi immaginarsi la società come uno di quei campi di battaglia del Settecento, con i soldati disposti in file, davanti quelli destinati a essere crivellati dai primi colpi.

E ecco qua come si presenta la situazione a quasi otto mesi dal divampare dell’epidemia: in prima linea si trovano i soggetti più vulnerabili ed esposti, i già malati, gli anziani, i pesi parassitari sulle spalle della società, a meno che non si tratti di augusti vegliardi che se proprio si sono arrischiati in congiungimenti carnali e orge invidiabili vista l’età, ritrovano la salute in meno di una settimana.

E tra le truppe a rischio – i generali sono a casa a fare i  von Clausewitz in smartworking davanti al pc, ci sono ancora quelli che – si contavano a milioni – durante il domicilio coatto degli arditi resilienti sul canapè, dovevano conquistarsi la gavetta del rancio, andando a lavorare in posti dove non si rispettavano elementari requisiti di sicurezza già da prima (basta fare un conto delle morti bianche a lockdown vigente), elusi grazie a un patto unilaterale sottoscritto dai datori di lavoro per essere esonerati da responsabilità, viaggiando come bestiame diretto al macello sugli stessi mezzi pubblici stracolmi, oggi oggetto di caute e pensose dissertazioni sul da farsi.

Perfino il Manifesto che si era fatto promotore di un appello “Basta con gli agguati”, che aveva raccolto, si disse, quasi ventimila firme a sostegno dell’azione dell’esecutivo bersaglio di “attacchi strumentali”, di una congiura di Palazzo ordita da chi aveva  opachi interessi a sostituire “la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”, si è interrogato sulla strada intrapresa dai governi europei, criticando la più discutibile delle misure, quel coprifuoco, il più “odioso” simbolicamente, e che  costituisce “una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà”.

In tempo di sanzioni e multe intanto c’è da comminarne una per “abuso” al quotidiano comunista, ultimo superstite riferimento morale per gli stessi indifferenti che da in qualità di flaneurs reclamano restrizioni drastiche per fronteggiare la crisi, che in forma bipartisan viene definita “sanitaria”.

Il tardivo richiamo alla difesa di diritti costituzionali, instaurando “un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale”, rappresenta l’ennesimo rifiuto storico e politico, la rinuncia alla contestazione e la critica al sistema che ha prodotto quella crisi sociale che è l’humus nel quale si sviluppano le patologie epidemiche, effetto di inquinamento, smantellamento del sistema sanitario, delega della cura e dell’assistenza al settore privato o al volontariato non riconosciuto delle donne, cui si offrono generosi part time e cottimo in modo che attuino il potere sostitutivo del Welfare, condizioni ricattatorie di precarietà che inducono i lavoratori a accettare condizioni lesive della dignità e  della sicurezza.

Sono tutti elementi che costituiscono il volto nero del progresso, l’altra faccia delle scoperte scientifiche e tecnologiche, di condizioni di benessere che sembravano inalienabili nelle nostre geografie e che denunciano che alla nostra onnipotenza virtuale si accompagna un tremenda e incontrastabile impotenza concreta.    

Dopo aver sbertucciato chiunque avesse messo in guardia da uno stato di eccezione che in nome del diritto alla salute creava una gerarchia punitiva degli altri: lavoro, istruzione, tacciando di delirante e visionario complottismo chi ne evocava i sinistri effetti – e dire che giorni fa perfino il capo della Polizia, non Agamben, metteva in guardia dall’effetto Weimar – ecco che la cerchia degli idolatri della quarantena arcadica, che faceva riscoprire le città d’arte e i ritmi del tempo e dell’ozio, ha delle rivelazioni sorprendenti quando gli proibisci il cinemino e la pizza con gli amici.

E’ che sono quelli che pur non facendo parte dei vertici dominanti, ne hanno assorbito l’ideologia che ha colonizzato l’immaginario  con la persuasione che non c’è alternativa al capitalismo neoliberista, e che è opportuno e sensato incistarsi nel suo contesto per assicurarsi uno standard minimo di benessere e di affermazione personale, adesso scoprono che in forse ci sono prerogative individuali e collettive.

Il fatto è che come al solito a preoccuparli sono quei diritti che sarebbe ingiusto definire aggiuntivi, che sono stati definiti “civili” in modo da assecondare una graduatoria o un gerarchia basata sull’illusione che quelli fondamentali fossero stati conseguiti e non poessero essere rimessi in discussione.

Invece sono anche quelli aggrediti grazie al pensiero forte e all’azione dei governi nessuno escluso, che vogliono dimostrare che se le cose funzionano e il virus regredisce è merito loro, se invece si “riaccende” è colpa mia, tua, nostra, vostra.

Così le limitazioni servono a blandire le coscienze di chi si sente partigiano perché rinuncia alla movida e ai fine settimana nella seconda casa, partecipe della lotta dei “pompieri” eroi ai focolai.

E che se ne sia acceso uno ancora una volta in una di quelle garbate discariche in cui vengono conferiti i vecchi che non hanno una famiglia che li accudisca non basta a farci guardare al nostro terribile futuro di gente sempre più impoverita e accanita a arrabattarsi in nuove miserie, economiche e morali. E non fa chiedere se le polizie incaricate dell’ordine pubblico sanitario non sarebbero meglio impiegate nel controllare come le strutture private che porprio a Roma e nel Lazio, o a Milano e in Lombardia, o a Bologna e in Emilia, o a Venezia e in Veneto (regioni queste ultime che pretendono maggiore autonomia, spendano le risorse che con munificente larghezza sono loro concesse dalle amministrazioni pubbliche.

Però possiamo star tranquilli, al funerale della libertà con giustizia saremo in pochi, che il divieto di assembramenti ci salverà dal contagio.


Siamo rane bollite

rprincipio-della-rana-bollita-768x560Credo che sia universalmente nota la metafora della rana bollita di Noam Chomsky con la quale egli intendeva mostrare come cambiamenti abbastanza lenti  e progressivi favoriscono la capacità di adattamento a situazioni deleterie senza incontrare una reazione se non quando è troppo tardi. La rana messa nel pentolone di acqua fredda nuota tranquilla e si trova anche meglio quando la fiamma scalda un po’ l’acqua rendendola più gradevole, ma quando la temperatura comincia a salire sempre di più e sempre più in fretta si fa strada la consapevolezza di essere in trappola, ma a questo punto la rana non ha più la forza di saltare fuori dalla pentola e muore bollita. E’ quello che ci sta accadendo. Siamo bolliti. Ma la rana di Chomsky non prende in considerazione che la dimensione temporale e adattativa della cosiddetta finestra di Overton, ossia quella scala per cui un’idea o un comportamento da inconcepibile diventa radicale, ma possibile e via via accettabile in qualche caso, ragionevole, popolare e infine legale, ossia diventa la norma. Questa dinamica è più interessante perché essa è anche, se non soprattutto, uno schema di comunicazione – persuasione con la quale si può completamente ribaltare un atteggiamento politico, una modalità sociale, un approccio ai problemi. L’importante è  che gli scopi finali e l’ideologia che li sottende rimangano nascosti dietro temi a più alto consenso e/o rassicuranti.

Prendiamo la legislazione del lavoro: all’alba degli anni ’80 quella che abbiamo ora sarebbe stata inconcepibile, poi sono arrivati i tagli alla scala mobile che hanno dato il primo colpo ai salari sia pure presentandolo come provvedimento estremo, poi è arrivata la flessibilità modello Treu ed è sembrata accettabile, poi quella tipo Biagi che è apparsa ragionevole, infine la precarietà è diventata uso comune ed è poi diventata la norma principale grazie a un insistente e diffusa pubblicistica che di volta in volta presentava le nuove logiche come favorevoli alla difesa dei lavoratori o alla crescita dei posti. Tutto questo è avvenuto i primo luogo  attraverso una complicata opera di trasformazione e annichilazione linguistica che da noi ha preso principalmente la forma dell’inglese, non tanto con sostituzioni di significati, quando come metodo di sottrazione del significati stessi, lasciando un terreno crivellato di vuoti semantici: per esempio – ma è uno fra mille – lo stato sociale che al di là delle particolari specificazioni aveva un senso immediatamente intuibile è stato sostituito con “welfare” che in realtà non vuol dire nulla, significa vagamente benessere, non ha una forte valenza politica e dunque viene estromesso dall’ appartenere alla forma stessa dello stato come la Costituzione imporrebbe, divenendo al massimo una concessione accessoria che ci si può o non ci può permettere. In poco tempo è stata diffusa e inoculata la stravagante e assurda idea che lo Stato sia sovrapponile a un’azienda e alle sue logiche , capovolgendo due secoli di pensiero politico e mostrando le stigmate della nuova barbarie. Ma per stare a questi giorni possiamo prendere l’insulso e anodino lockdown al posto di segregazione, per capire bene ciò di cui stiamo parlando.  Proprio questa deriva linguistica ha permesso lo sfondamento delle identità ideologiche e ideali , lasciando come nella tecnica della cera persa, solo il guscio politico e partitico  ed è così che – ad esempio- la sinistra è diventata la maggiore propugnatrice della destra neoliberista.

I meccanismi della persuasione sono molti e complicati, ma in realtà condizionare la comunicazione è assai più facile di quanto non appaia: una svolta scalati i mezzi di comunicazione di massa e dell’editoria compresa quella tecnica e scientifica, cosa molto facile quando ci sono di mezzo banche, potentati finanziari, multinazionali, think tank e magari organismi internazionali sempre più in mano ad interessi economici o imperialisti diventa un gioco da ragazzi. E la politica fatalmente segue. Non si creda che questo accada solo con l’uomo della strada, ma anche gli intellettuali e gli scienziati sono facilmente direzionabili, basta operare nelle università, favorendo certe linee di pensiero piuttosto che altre con donazioni e investimenti, dare possibilità di carriera e di visibilità a certe idee e piuttosto che ad altre, introducendolo nella rete organizzata dei premi, della visibilità e della peer pression che il gioco è fatto. L’intellettuale intende il suo ruolo ( e il suo ego)  nella misura della sua visibilità e funzione pubblica, senza la quale sentirebbe deprivato di tutto: perciò si adatta oppure sceglie di cavalcare l’onda , pochi si sentono di resistere ed è questa la ragione per cui paradossalmente il sistema della disuguaglianza liberista ha sfondato prima fra l’intellighentia che nell’opinione diffusa, meno esposta a questi meccanismi. Alla fine è un’ impresa per la quale bastano poche centrali coordinate più che da un piano dalla logica stessa degli interessi, per ottenere questo effetto. Così piano piano gli uomini sono stati svuotati della dimensione sociale dei diritti e ridotti e meri individui desideranti dotati dei soli diritti civili, espressione di una soggettività assoluta che si autodetermina e che finisce poi  per navigare nel nulla sociale. Alla battaglia per l’eguaglianza e per i diritti effettivi si è sostituita la lotta alla discriminazione, che tuttavia navigando nel mare delle soggettività contrapposte diventa un puro nucleo simbolico, peraltro sottoposto a contraddizioni di ogni genere. Non è un caso che questo biopotere focaultiano (vedi qui)  si sia alla fine rivolto proprio contro la sfera biologica personale, negandole le libertà fondamentali e  imponendo vaccini o pratiche di segregazione palesemente inutili a fronte di un’emergenza puramente narrata.


Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


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