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Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 

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Landini al Viminale, sindacati all’Aventino

sindAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dunque, i  sindacati vengono convocati al Viminale con un invito su carta intestata del ministero a firma, immagino, di Matteo Salvini.  Non conosciamo l’ordine del giorno della riunione: che c’è da immaginare fosse piuttosto generico. Landini segretario della Cgil non si stupisce,  ci va e, oh sorpresa, si trova davanti come interlocutori solo rappresentanti della Lega compreso un sottosegretario indagato per corruzione.

Negli anni il focoso metalmeccanico deve avere appreso la virtù della temperanza e non se ne va, sta a sentire tutto il pistolotto  elettorale con il quale l’efferato energumeno illustra i propositi del suo partito. Lo immaginiamo poi posseduto da quello che francesi chiamano l’esprit de l’escalier che ci fa dire dopo un episodio sgradito e umiliante e solo  mentre scendiamo le scale:  potevo rispondergli così, potevo ribattere in quest’altro modo, potevo dare pan per focaccia a quello stronzo! ma ormai è tardi e vorresti dimenticare. Come probabilmente avrebbe voluto fare Landini se il caso non fosse diventato di dominio pubblico. Così, preso in castagna, reagisce: sarebbe stato ingannato, credeva si trattasse di un incontro ufficiale, e ridicolizza le molte anime del governo.

Verrebbe da dire che invece di anime il sindacato e la Cgil dimostrano di averne una sola. E una sola faccia, esibita ormai in molte occasioni e con molti precedenti grazie ai quali non c’è da stupirsi dell’accaduto, anche se gli è subito succeduto una veemente esternazione del segretario in merito allo sgombero poliziesco di Primavalle, peraltro in linea   con quelle politiche del Viminale in materia di sicurezza  che non dovevano essergli ignote anche prima del famoso conciliabolo.

Ha ragione Landini di dire che fa parte della missione di rappresentanza delle parti sociali confrontarsi con il governo. E infatti quell’incontro  poteva essere l’occasione per esporre critiche e obiezioni appunto sullinterpretazione aberrante che viene data di ogni fenomeno, si tratti di immigrazione, di rivendicazioni salariali, di scioperi e proteste, di senzatetto obbligati allillegalità, come se si trattasse di problemi di ordine pubblico e fermenti da sedare con idranti e manganelli, invece di limitarsi in forma postuma a rinfacciare quei 49 milioni come siamo capaci e autorizzati a fare tutti noi su Facebook.

C’è da stupirsi quindi di chi si stupisce della presenza al Viminale del veemente ex segretario della Fiom che già da tempo ha assunto i modi e i toni composti che si addicono a una figura istituzionale intenta a intessere proficue relazioni negoziali e ispirate all’unità di quelli che ci vogliono sulla stessa barca,:  ambientalisti e madamine pro Tav,  padroni e lavoratori, minori sotto il caporalato di tutte le latitudini e intelligenze artificiali, volontari coatti dei grandi eventi con Jovanotti e sofisticati creativi, triplice e confindustria in piazza il Primo Maggio  “per dare una scossa la governo”, genovesi e i Benetton salvatori dell’Alitalia.

E mettiamoci anche la latitanza dall’unica proposta ragionevole per l’Ilva quella della nazionalizzazione, se è vero come è vero che quel comparto serve all’Italia,  o da una battaglia contro la riforma Fornero.

E non vogliamo aggiungere la rimozione dal carnet degli impegni della cancellazione dell’articolo 18, non fosse altro che per il suo valore simbolico di difesa delloccupazione sempre più precarizzata e della dignità delle mansioni, tutte, o l’abiura da quella indecente sottoscrizione di un patto per il Welfare contrattuale che ha ufficializzato la conversione  della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale? O la totale adesione alla colpevolizzazione di sigle minori, di autonomi e comitati di base, (giustamente condannata da Cremaschi che auspica il ritorno a un sindacato di classe) rei di fermare il paese per deplorevole affiliazione ai moti populisti come ha a suo tempo deplorato il segretario della Cisl, che romperebbero il fronte di lotta unitaria svolta in apparente clandestinità se pensiamo al silenzio che ha circondato Job Act,  Buona Scuola, salvo qualche risveglio dallo stato letargico in merito al reddito di cittadinanza colpevole, ma guarda che delitto, di essere superiore a un salario vergognoso. 

C’è da stare attenti alle analisi di chi piange la fine della sinistra collocandola al tempo stesso nel contesto dei fenomeni naturali e incontrastabili della globalizzazione e degli effetti collaterali del progresso. Per ritrovarne traccia basterebbe andare nei movimenti ridicolizzati dai poteri, per la città e lambiente, per la casa, per la qualità delle risorse e l’accesso equo, basterebbe recarsi tra quei pochi che si battono per il territorio contro al militarizzazione, la speculazione, la corruzione e gli abusi delle Grandi Opere, contro le privatizzazioni di beni comuni e proprietà pubbliche messe all’incanto.

Ma non aspettatevi di scoprirne un po’ sotto la vernice riformista  e europeista di chi pensa che basta un pizzico di tecnologia, qualche robot, cemento per dare uno spazio vitale agli immigrati, generosi part time per far esprimere il talento delle casalinghe, con compensi di pari vergogna con quelli dei compagni tutto venduto grazie al dolce sapore della rinuncia, necessaria e ineluttabile, in cambio degli unici diritti concessi: alla fatica e a accontentarsi.

 

 


Gli scippatori a Cernobbio e i derubati applaudono

teschio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo dovessimo dar retta alla saggezza popolare, espressa in proverbi più che in comportamenti,  dopo le cronache da Cernobbio del Corriere, toccherebbe correre a voltare 5Stelle. Gli schizzinosi ospiti dello Studio Ambrosetti (ai quali, cito, si offre là l’opportunità di ascoltare alcuni dei principali responsabili europei ed i migliori osservatori al mondo) che coprono gran parte dell’arco oligarchico e cleptocratico non vedono l’ora di liberarsi di questo governo. Interpretando il pensiero del motore d’Italia tramite  un voto digitale anonimo «sull’operato del governo», scrive l’editorialista,  la risposta  di quelli che un anno fa al 53% avevano espresso un giudizio positivo sull’operato del governo Gentiloni,  è stata univoca come di rado capita in questi casi: il giudizio unanime   di  oltre otto top manager e imprenditori su dieci  è che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta lavorando male.

Insomma, conclude articolo, il governo resta popolare fuori da Villa d’Este ma lì dentro l’uno per cento degli italiani quegli “uomini in giacca e cravatta, sono sempre più convinti che stia portando l’Italia in un vicolo cieco. E lo dicono in maniera sempre più aperta”

Ogni giorno abbiamo quindi la dimostrazione che la lotta di classe non è morta, è viva e la conducono i padroni contro gli sfruttati con una tale protervia e violenza che prendono per pericolosi rivoluzionari o almeno insurrezionalisti perfino Conte e Di Maio, perseverando nel volerci persuadere  come dei bravi papà che lo fanno per noi, per il bene di quella marmaglia di ragazzini scapestrati, dissipati e pigri, che hanno troppo voluto e troppo consumato in spese voluttuarie e che adesso si ritrova con le pezze al culo e si affida a incompetenti  guaglioni fotocopie dei loro elettori e dunque altrettanto immaturi e ignoranti.

Gli  imprenditori italiani che delocalizzano, che investono nella roulette finanziaria  invece che in tecnologia, innovazione e sicurezza,  che attentano alla salute e all’ambiente, che usano lo stato come ente assistenziale e gli istituti di credito come bancomat per le loro pretese di azionisti assatanati, sarebbero in pensiero per noi bambocci malcresciuti che vorrebbero le loro pensioni maturate invece di approfittare delle opportunità offerte dai fondi privati spesso promossi e gestiti dagli stessi datori di lavoro, che aspirano a curarsi negli ospedali pubblici invece di investire in assicurazioni o in  quel nuovo brand sindacale, quel “welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale, o. che vorrebbero recarsi al lavoro in qualcosa di meglio e più veloce di un carro bestiame invece di godere delle magnifiche sorti e progressive  dell’alta velocità.

L’aspetto peggiore è che questa oscena narrazione fa presa se guardiamo al risentimento acido e rancoroso con il quale in questi giorni in giro per i social si dà addosso ai risparmiatori truffati dalle banche che non dovrebbero essere risarciti, nella loro qualità di speculatori arrischiati puniti per la loro avidità e, si direbbe, per il loro sconsiderato dilettantismo borsistico, che certi avventurismi vanno lasciati a gente pratica.

Personalmente   conosco l’istituto del risparmio solo per via dei temi che la mia generazione e quelle precedenti erano sollecitate a scrivere annualmente a nome e per conto dell’Ina. Un anno mi aggiudicai il premio che l’Istituto donava ai più meritevoli:  una  polizza, che fu subito negletta dalla mia famiglia appartenente a una dinastia di poco avveduti dissipatori dei guadagni conquistati lavorando,  e  il salvadanaio a forma di casetta,  ambitissimo ma che mi venne subito tolto per darlo, così dissero, a una bambina meno abbiente. E che soldi ci mette dentro se è meno abbiente? Chiesi, meritandomi una reprimenda. Lo ricordo per dire che non voglio fare qui una difesa d’ufficio dei gabbati., ma per dire che da sempre – Berlusconi adottò lo slogan secondo il quale ci potevamo salvare  dalle cravatte europee per via dei fondamenti sani – gli italiani godono della fama di parsimoniosi avveduti, sollecitati a farlo in vista di investimenti in mattone nelle varie Milano 1 e 2 e così via, ma anche in spese in sanità privata, dentisti, chirurghi e clinici anche quelli nel novero del padronato caro allo Studio Ambrosetti.

In tempi di restrizione dei consumi, la roulette – quasi russa – della finanza adotta l’ideologia dell’austerità per raccomandare sobrietà salutista: mangiare meno, farsi l’orto di guerra, stimolare la prole a cogliere le opportunità dell’avvicendamento scuola-lavoro, accontentarsi di qualsiasi lavoro umiliante e precario, ridurre talento, aspettative e desideri alla pura e semplice garanzia di sopravvivenza in nome dalla necessità. Stato dal quale ci hanno persuasi  che si possa uscire recandosi alla Las Vegas globale, partecipando al gioco d’azzardo che promette di sbancare il tavolo verde puntando il poco sottratto ai bisogni in saccoccia.

A ben altri dovremmo dare la colpa, alla cupola che governa il totalitarismo economico e finanziario, ai suoi sacerdoti che officiano le liturgie a Wall Street e pure al cinema indicando nuovi miti e eroi negativi, ai suoi croupier indottrinati nell’arte del ricatto e dell’intimidazione, che contrattano fidi e scoperti in cambio della sottoscrizione di impegni degni dei racket, ai suoi cravattari aguzzini che imboniscono i pensionati per sottrargli la liquidazione e  scommetterla nelle trecarte truccate, mentre  lo Stato e noi tutti siamo chiamati a concorrere al salvataggio dei casinò criminali grazie a provvedimento di emergenza (nel 2017 in una notte il governo  ha stanziato ben 5 miliardi per il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, al tracollo per essersi esposte in favore di una clientela d’alto bordo).

Perché a questo sono ormai ridotti lo Stato senza sovranità, un Parlamento a potere sempre più ridotto malgrado sia stato salvato in extremis da ulteriori espropri di competenze e ruolo che si presta a accontentare i clan compresi quelli famigliari degli speculatori, a farsi camerieri in livrea del capitale privato e degli operatori del mercato azionario,  tenuti sotto schiaffo dalle agenzie di rating, in qualità di estorsori,  costretti a acquisire le parti infette del sistema per scaricarli dalle perdite assorbendole in vista di un futuro migliore.

Sconsiderati e sventati, questo si, golosi e imprudenti, questo sì, irresponsabili e ingordi i piccoli risparmiatori che quando hanno preso non si sono interrogati sulla provenienza di quei soldi infetti. Ma anche plagiati e truffati, loro. E imbecilli noi che ci caschiamo a prestarci a un’altra guerriglia tra poveri invece di ribellarci quando ci vengono a dire che non ci sono i soldi per l’assistenza, per la tutela del territorio, per le case all’Aquila e Amatrice, per le scuole che crollano e l’istruzione pubblica che è sempre più negletta, per la ricerca ridotta a meno della scatola del “Piccolo chimico”, per le bonifiche e il Mezzogiorno, mentre ci sono per le armi, quelle che sparano in guerre imposte dall’impero per offesa e “difesa” dai poveracci peggio di noi, e le altre, quelle mosse dalle bad company, imprese che si spostano per sfruttare eserciti di lavoratori senza garanzie e diritti, istituti creditizi che obbligano la nostra banca, lo Stato attingendo alle nostre tasche, a far fronte alle loro operazioni sporche.

Così i poveracci sono tutti colpevoli, quelli di volerci guadagnare noi di farci sfruttare, che a volte condannarsi a essere vittime è un peccato.


Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 


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