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Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


Extraterrestre, portaci via

ext Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma ve lo immaginate il proverbiale marziano che scende dalla sua navicella a Roma il 6 marzo 2020?

Ve lo figurate?  che gira per il centro fantasma dove i negozi chiudono mestamente alle 18 come se il virus riprendesse vigore all’ora dell’apericena, o che si ritrova alla Romanina o a Euroma 2 dove bighellonano torme di ragazzini in vacanza coatta da scuola, giunti là con metro e bus? Oppure  fermo e stupefatto davanti a vetrine che espongono caftani etnochic castigati da signore à la page per la rischiosa origine e il temerario viaggio lungo la Via della Seta?  o che esibiscono il must irrinunciabile per fashion victim al tempo del colera, la prestigiosa mascherina firmata Fendi a 190 euro al pezzo?

Lo pensate mentre con il Google stellare cerca di farsi largo tra la massa acritica e contraddittoria dell’informazioni sulla stampa e in rete, compreso l’agile volumetto messo a punto dal Sole 24 Ore con le istruzioni antipanico o il pamphlet prodotto in tempo reale – o forse magicamente profetico?- dell’unico “scienziato”  in regime di esclusiva papale del catastrofismo, autoincaricatosi in funzione di autorità indiscussa e suprema di governare la comunicazione  e l’azione di biomolecolari,  biologi, epidemiologi, medici, statistici, i nutrizionisti, immunologi, farmaceutici  ridotti sdegnosamente al silenzio dal Burioni? Che possiamo solo sperare stiano nel frattempo cimentandosi nella sperimentazione di un vaccino, malgrado da decenni la ricerca sia penalizzata, le istituzioni e gli enti  pubblici affamati, le università statali condannate a morte. Anche se forse faranno prima le mamme di milioni di bambini  variamente parcheggiati, attrezzandosi col piccolo chimico, stufe di sentirsi accusare perché si sono permesse di lamentarsi per i figli a casa per un mese o forse di più, da quelli che da anni provvedono a smantellare tutta la rete di servizi “pubblici” essenziali, nonni compresi.

Perché prima o poi anche l’extraterreste avrà cognizione che, in perfetto allineamento con la filosofia di Madame Lagarde e della professoressa Fornero, sta per imporsi una forma di selezione malthusiana incaricata di decimare la popolazione anziana, salvo qualcuno che per censo, potenza di solito oscura, notorietà usurpata, può contare sull’eterna giovinezza, anche grazie a una certa ucronica interpretazione del tempo e delle età secondo la quale Renzi e Macron sono promettenti ragazzoni.

Perché se gli ultrasessantacinquenni che hanno imparato a loro spese che la narrazione sulla obbligatorietà della prevenzione, che la cura e la manutenzione del fisico sono privilegi per pochi, che la diagnostica è considerata un capriccio di dissipati parassiti, e cui oggi è dolcemente ma inesorabilmente imposto l’isolamento in casa, non schiatteranno di virus, cui sono condannati non dalla livella cinica della pestilenza, ma appunto da patologie spesso trascurate per via di quella che l’Accademia della Crusca nelle edizioni per marziani definirebbe “malasanità”, verranno abbattuti dalla signora con la falce per abbandono, solitudine, proverbialmente malattie della vecchiaia.

Perché – può arrivare a immaginarselo anche Et,  finiscono le riserve in dispensa e in freezer, i pacchi di pasta e i pelati arraffati all’inizio della crisi, e mica vorranno evadere per fare la spesa? Perché se lamentano un malanno in aree somatiche estranee al Covid19, cuore, stomaco, prostata, in mancanza di telemedicina, mica vorranno fare gli untori al pronto soccorso? dove comunque dovrebbero recarsi non accompagnati come da misura di legge, e se la dovranno cavare con la camomilla, in casa, soli,  che mica vorranno mettere a rischio i congiunti? e dove tra un po’, in mancanza della doverosa dimestichezza con home banking e servizi online, verranno tagliati luce, gas e acqua, che mica vorranno andare a contagiare i concittadini alla posta?

Ma siccome c’è da supporre che, malgrado la malaugurata iniziativa di venire tra noi, lo strano visitatore sia dotato di una superiore intelligenza, e ci vuol poco, io me lo immagino stranito davanti a quello che sta succedendo con la pandemia apocalittica o con la banale influenza, a seconda che sia interpretata da una o dall’altra delle tifoserie epidemiologiche.

E che comunque, come succede sempre nel nostro Paese, si presta a inevitabili scopi propagandistici e elettorali, con grande dispiego di mezzi a disposizione delle curve di fan ai vari livelli territoriali, governo, opposizione e diversamente opposizione, regioni, tra quelle che esigevano l’autonomia e rese remissive dal virus pretendono aiuti dal vituperato centro, che postulavano la superiore efficienza dei privati e la rendevano irrinunciabile e irreversibile grazie alla progressiva devastazione della sanità pubblica, oggi inclini a implorare come una grazia qualche servizio di clinici e cliniche d’oro, E  pure quelle che senza autonomia hanno fatto come se ci fosse già per loro, venendo meno ai dettati costituzionali e aprendo la strada all’aziendalismo, ai serbatoi di voti spendibili e commerciabili,  come nel Lazio dove i posti letto di terapia intensiva (quelli che dovrebbero garantire la salvezza degli appestati) sono in numero di 590, con un rapporto di 1 per 10 mila abitanti.

Si stupirebbe il marziano che venga dato credito ai due sbruffoni che reclamano l’investitura a gestire lo stato di eccezione dichiarato dalle autorità e pure da qualche interprete di Carl Schmitt un tanto all’etto,  preoccupato che l’emergenza proclamata ad uso imperiale porti a una riduzione o compressione dei diritti, come se non fosse già stata esercitata in nome dell’austerità, del contrasto al terrorismo islamico, del rispetto di trattati e convenzioni sovranazionali, proprio quelle che rendono impossibile governare la crisi e le sue declinazioni, raffreddori, pestilenze, ricoveri ospedalieri, diagnostica e ricerca, in modo che i governi passati e presenti possano rivendicare la loro impotenza come rispetto delle leggi naturali imposte dall’appartenenza all’Occidente, all’Ue, alla Nato.

Il fatto è che lo stato di eccezione – lo capirebbe anche Et, piangendo per la nostalgia di casa,  funziona se un ceto dirigente al servizio dei poteri economici e finanziari padronali ne sapessero approfittare, se non si trattasse dei ciechi della parabola, di una banda di ubriachi dinamici che saltellano su un piede solo per dimostrare la tenuta alcolica promulgando  “delibere” e “protocolli” su scala Regionale, Provinciale o Comunale con una coazione a ripetere che ha fatto dimenticare anche di cambiare le intestazioni nella fotocopia di disposizioni frutto di una ebbrezza regolamentare, improvvisando soluzioni estemporanee e improvvisate, oscillanti tra raccomandazioni allarmistiche di chiudersi in casa e minimizzazioni del rischio, università e teatri chiusi, ma outlet aperti, per non fermare l’impeto progressivo  di commercio e turismo.

E così si chiudono le scuole, vedi caso in coincidenza con il rinnovo del contratto dei docenti, per lanciare l’obiettivo desiderato dell’auspicata preparazione delle nuove leve allo smartworking (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/02/26/a-scuola-di-smart-virus/), quando la Buona Scuola si è attrezzata solo per la fine dell’istruzione e la transizione alla preparazione dei ceti abbienti alle funzioni di attendenti in multinazionali e eserciti e i poveracci a lavori precari e frustranti, tanto che telestudio potrebbe consistere nell’offerta tramite RaiPlay delle lezioni del Maestro Manzi.

Non ci resta che corrergli dietro mentre si affretta a risalire sulla sua astronave, canticchiando con la poca voce che ci resta: extraterreste portami via.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


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