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Orologerie

Forse qualcuno sarà sorpreso dall’apprendere che una delle meraviglie del mondo medievale, gli orologi meccanici incastonati nelle torri comunali e nei campanili, furono in gran parte frutto delle lotte sociali e in particolare di quelle dei lavoranti delle corporazioni che volevano evitare di essere derubati del loro  tempo dall’alleanza preti – padroni. Fino ad allora gli orari della giornata e dunque anche quelli di inizio e fine lavoro venivano segnalati dalle campane delle chiese che spesso venivano calcolati con metodi sommari e non sempre trasparenti rubando minuti e mezz’ore.  Così nonostante il costo enorme  e l’onere di una manutenzione specializzata e frequente, questi orologi vennero spesso invocati a furor di popolo e diventarono ben presto fonti di prestigio non solo per lo stupore derivante da una tecnologia del tutto nuova, ma anche perché la loro presenza indicava anche un rapporto di lavoro più avanzato che attirava gli artigiani migliori e si traduceva alla fine in un vantaggio economico per la comunità. Ora la massima parte dei queste persone non sapeva né leggere né scrivere e spesso nemmeno far di conto anche se dovevano districarsi tra un’infinità di rapporti monetari, non avevano frequentato scuole, non avevano libri né altri ausili di conoscenza che non fossero i compagni, la bottega e la chiesa e tuttavia avevano una profonda padronanza del loro mondo, sapevano individuare i propri interessi e di certo conoscevano a fondo il proprio lavoro, il mondo di relazione ad esso inerente e gli strumenti che utilizzavano : il loro universo era ristretto dentro un piccolo orizzonte, ma era molto meno alienato del nostro del quale  non abbiamo alcuna reale conoscenza, nonostante essa sia facilmente disponibile.

Molti guidano un’auto o usano un computer o un telefonino, avendo solo una vaghissima idea di come realmente funzionino e dunque sono essenzialmente dei fruitori ciechi che non riescono a comprendere se stessi né gli oggetti che usano e spessissimo nemmeno il lavoro che svolgono. Certo i campi della conoscenza si sono moltiplicati a dismisura e non si può di certo sapere tutto, ma questo è stato sfruttato dal tecno capitalismo inducendo una forma di passività cognitiva, per cui ci si affida sempre e totalmente all’esperto o a chi viene presentato come tale, spogliandoci di ogni residuo atteggiamento critico, dentro un rapporto che diventa quasi magico e comunque di dipendenza. In realtà proprio dentro questa alienazione cognitiva il sistema ripropone l’offerta di protezione che è l’archetipo del dominio, come diceva Horkheimer. Se ti affidi a corpo morto di volta in volta all’economista, al virologo, al sociologo, allo shampista  sarai salvo e non ha nessuna importanza se queste persone non hanno in realtà soluzioni da offrire o ne hanno di parziali o artefatte oppure sono indotte da uno spietato sistema di premio – punizione a dire ciò che il potere vuole: l’importante è offrirti un riparo a ciò che non sai e magari a ciò di cui sei stato privato.

Solo così si può spiegare perché molte persone credono a cose del tutto contrarie alla loro esperienza concreta e rifiutano persino di vedere e di ragionare sui dati elementari che smentiscono in radice ciò che viene suggerito: la diffusione di paura viene compensata dall’offerta di protezione che, per esempio in questo folle periodo – non è soltanto di tipo sanitario, bensì anche di carattere cognitivo nel quale gli arresti domiciliari vengono asseverati dai concistori di virologi . Ma attenzione non sono offerte che si possono rifiutare,  chi non è disposto a credere senza toccare con mano diventa negazionista e irresponsabile, esattamente così come chi ha dei fondati dubbi su certo terrorismo ad orologeria di cui la Francia è maestra indiscussa  o come chi come una volta pretendeva di discutere i dogmi della fede: tutti vengono esclusi in qualche modo dalla salvezza, dalla quiete edenica del conformismo. Sono decenni che si sta costruendo questa mentalità e questa obbedienza che passa attraverso l’acquiescenza cognitiva che a volte presenta fenomeni davvero sconcertanti: per esempio lo spettacolo dei cosiddetti privilegiati, ossia cittadini a stipendio pubblico fisso o pensionati che non riescono a rendersi conto che saranno travolti dalla distruzione di economia dovuta alle assurde misure di segregazione e distanziamento sociale, i quali  sembrano non sospettare che perderanno i loro posti e le loro pensioni e quindi sono disposti ad inscenare una guerra tra poveri, una rappresentazione alla Bosch del carnevale e della quaresima, agitando i vessilli della paura  pandemica  Ma d’altronde questi sono i risultati dell’alienazione dal mondo giunta al massimo livello.


Attaccatevi al tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immagino la vostra delusione se avevate incautamente pensato che toccasse essere grati al Covid per aver messo in luce antiche magagne, inique disuguaglianze e turpi traffici, con l’auspicio che così nulla tornasse come prima.

Ieri chiamata a rispondere sulla crisi del trasporto pubblico la garrula ministra “competente” ha intrattenuto gli astanti con i suoi capricci rococò: magnifiche sorti delle funivie, e poi “buoni mobilità alternativa”, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini e per l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale, anche con il generoso sostegno di incentivi del welfare aziendale, così apprezzato  a pari merito da imprese e sindacati, i primi che sfruttano due volte i lavoratori i secondi che esprimono la loro nuova vocazione per la consulenza in materia di fondi e assicurazioni e benefits .

Questo esecutivo si sta proprio distinguendo per una formidabile capacità “elusiva” dei problemi, dimostrando un ineguagliato talento nel caricare scelte, responsabilità e  colpe sulle spalle “cittadini” esonerando chi governa a tutti i livelli, centrale e periferico.

E dire che la garrula ministra stavolta avrebbe dovuto fare i conti col fuoco amico, con un target  cresciuto in anni in virtù del processo di consegna del “riformismo”  all’impianto ideologico  neoliberista, con  privatizzazioni camuffate e mutazione delle aziende di servizio pubblico in greppie clientelari,  interessate al profitto da accumulare aumentando le tariffe e abbassando gli standard di qualità delle prestazioni, secondo la regola in vigore che impone di socializzare le perdite e capitalizzare i guadagni.

Tanto che perfino l’ex sindaco di Napoli, pur non abilitato alla “pretesa di innocenza”, ha pubblicato una foto dei bus cittadini strapieni di viaggiatori.

Tanto che Asstra, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano in Italia, sia di proprietà degli enti locali che private,  ha lanciato un grido d’allarme: in previsione di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%)  è impossibile  conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni.

Solo nelle ore di punta mattutine, hanno dichiarato,  si rischierebbe infatti di non poter soddisfare la domanda di circa 550 mila spostamenti ogni giorno (scenario al 50%), arrecando un notevole disservizio quotidiano all’utenza”. Nell’ipotesi di riduzione al 50% della capienza massima consentita, verrebbe impedito a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro“.

È perfino banale sospettare che gli associati dell’Asstra, la crème delle varie Atac, Atm, Anm, così come la ministra, i sindaci in carica  e gli ex a volte traghettati in società, fondazioni, incarichi prestigiosi, non siano stati né siano soliti spostarsi in tram, bus, metropolitana, funicolare, preferendo di gran lunga le auto blu, cui si sono convertiti, necessariamente dicono, perfino quelli il cui  temporaneo successo è stato assicurato dalla guerra ai privilegi. 

E  il caso ormai leggendario della Panda Rossa, dimostra comunque che l’esemplare e dimostrativa rinuncia a certe prerogative non garantisce il buon amministratore.

Non ci viaggiavano prima, tantomeno ci viaggiano adesso, non hanno subito le attese interminabili a Via Labicana senza pensiline, pioggia o solleone, non si sono spintonati sul 56 dal Quartiere Adriano passando per Via Padova, non hanno patito insieme a altri 3600 forzati sulla metropolitana di Scampia. Così era inevitabile che al termine del tavolo sul trasporto pubblico si arrivasse alla determinazione di adeguare il termometro alle esigenze della febbre, confermando che la soglia di riempimento dei mezzi è fissata all’80%.

Che poi, ammettiamolo,  i mezzi pubblici, vista la proverbiale inefficienza, insalubrità, costrizione inevitabile a mescolarsi con il popolaccio, sono monopolio esclusivo di quella plebe che vive ai margini, meritatamente  estromessa dai centri cittadini in quanto lesiva del decoro,  cui si sono aggiunti via via i recenti condannati alla marginalità, gente che non poteva pagare il mutuo, gente che non poteva sostenere affitti elevati, disoccupati e sottoccupati che – non è una leggenda metropolitana – si fanno la guerra con gli immigrati per conquistarsi le borgate. E quelli nuovi di zecca, quelli che stanno pagando il prezzo disperato del governo dell’emergenza (l’ISTAT  segnala che nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-34 anni è sceso al di sotto del 40%, e da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro), quelli estromessi dal mercato, commercianti, esercenti, artigiani.

E  d’altra parte dopo la veloce repressione non solo morale dei primi scioperi all’inizio del lockdown dichiarati dai cittadini/lavoratori di serie B, chiamati a sacrificarsi per quelli di serie A in cambio della definizione di martiri del dovere, le eventuali  proteste sono state catalogate o come virulenza negazionista, oppure come il molesto ma insignificante manifestarsi dell’indole al vittimismo e alla lagna della marmaglia.

Dalla tribuna morale al pulpito di una quarantena civile e politica  durata più di mezzo secolo, un ceto che conserva ancora magri privilegi grazie  ai quali si sente protetto, immune e “esentato” dalla solidarietà  ha potuto officiare i riti del distanziamento, del lavoro agile, della didattica a distanza, sentendosi oggi autorizzato a lanciare l’anatema contro il popolino bizzoso e renitente.

Le facce di tolla che hanno completamente interiorizzato il fatto che “non c’è alternativa”  e che sono state, prima, tra i fan dei tagli alla spesa pubblica, e che poi hanno dottoreggiato, chiamandosi fuori, sui crimini  commessi nel chiudere  presidi sanitari sul territorio, sulle mancate assunzioni di personale sanitario, sull’umiliazione  del personale, oggi si accodano a che incolpa la “gente” della nuova virulenza, effetto del malcostume irresponsabile di chi sentito l’odor di licenza si è dato a bagordi, orge, rave.  

È stato facile convincere che il problema sia il virus e non il sistema che l’ha promosso, ancora più istintivo far credere che gli effetti perversi del mercato: austerità, disuguaglianze, privatizzazioni, espropriazione dei poteri statali, inquinamento, si contrastino con gli strumenti del mercato.  

E infatti le risposte, dopo la manualistica del bon ton sanitario e sessuale, sono sempre le stesse: favorire le soluzioni private e individuali,  rafforzare il marketing dell’elettrico, vedi mai che la Fca dismetta il brand delle mascherine, spingere l’acceleratore sullo smartworking, così estemporaneo disorganico e inefficiente da far capire anche i più riottosi chi ne trae giovamento: contratti anomali, riduzione delle retribuzioni, disponibilità h24,  estromissione delle donne dal mercato del lavoro in favore del part time.  E mobilità, intesa come imposizione di una flessibilità che va a danno dei lavoratori, delle madri di famiglia, dei genitori, degli insegnanti,  degli studenti, costretti a una elasticità di orari che condizionano i tempi dell’esistenza, in modo da impegnarli in prima persona  a tamponare i guasti.

In sostanza a  noi, che saliamo sui mezzi pubblici dopo lunghe attese, ci spintoniamo, diamo un’occhiata a Immuni per monitorare le vicinanze pericolose, stanno dicendo “attaccati al tram”, una delle tante declinazioni del pensiero del Marchese del Grillo.


Finché c’è pandemia c’è profitto

Con i tempi che corrono e con la concreta possibilità  di essere messi di nuovo in gabbia, capisco che qualcuno per sopravvivere possa pensare di dedicarsi ad attività criminali, le uniche ormai, assieme a quelle finanziarie, ad avere qualche futuro, ma anche qui non bisogna commettere l’errore di indirizzarsi verso settori tradizionali ormai poco remunerativi e per giunta pericolosi come il controllo della prostituzione, lo spaccio di droga o il gioco d’azzardo: ci sono attività che garantiscono guadagni molto superiori e rischi davvero minimi. Anzi come per certi casi di criminalità organizzata può anche portare ad essere stimati e onorati come come benefattori.  Per esempio dovreste seriamente pensare di mettervi nel business delle mascherine, anche se sapete benissimo che non servono proprio a nulla e che colpirete solo i poveracci: pensate che una bobina di polipropilene con la quale potete realizzare 705 mila “museruole da Covid”  costa appena 600 euro e quindi la realizzazione di una mascherina da vendere a 50 centesimi vi costerà appena 0,0011 euro. Detto in termini più chiari con un solo euro ne potreste produrre 1175 da cui ricavare più di 23 mila euro vendendole a 20 centesimi al distributore. Oh certo poi dovrete mettere in conto altre spese, per materiali secondari, elettricità e  ammortamento per i macchinari a ciclo completo, ma si tratta di poca cosa: in Cina – praticamente l’unico Paese dove si producono i macchinari completi o i pezzi da assemblare – si possono acquistare “mascherinatrici”  per cifre che vanno dai 10 ai 100 mila dollari per una produzione di 160 mascherine mono uso al minuto. Più impegnativo è il discorso per le pezze da bocca più sofisticate  tipo quelle  FFP2 che comunque sono vendibili più o meno allo stesso rapporto costo – ricavo. Il governo svizzero ha importato dall’ex celeste impero una macchina capace di fabbricare 120 mila mascherine al giorno del tipo più sofisticato, le FFP2 appunto: è costata 800 mila franchi ( grosso modo 742 mila euro)  ma siccome queste mascherine vengono vendute a 10 -12 franchi ciascuna (anche 22 in caso per altro frequente di speculazione) l’ammortamento dell’investimento avviene in un giorno.

Insomma volete mettere? Con 70 mila mila dollari vi comprate una macchina che produce 120 mascherine monouso al minuto con sterilizzazione e confezionamento incluso: per cui potreste farvi oltre un milione al giorno con una spesa complessiva non superiore a quella di un’auto di fascia alta ben accessoriata. Se poi voleste acquistare anche una stampatrice di prezzo molto contenuto per fare la personalizzazione potreste vendere il vostro prodotto anche a due o tre euro al pezzo, decuplicando il profitto.  Questo con un ciclo di produzione di  8 ore al giorno, ma volendo fare una buona azione e sfruttare senza pietà qualche immigrato – così oltretutto dimostrate di essere accoglienti – potete anche andare avanti per 12 o 14 ore e sborsare appena un cinquantino al giorno che è il giusto salario dell’umanità in versione Soros.  Insomma i soldi veri, i miliardi a centinaia  si faranno con i vaccini, sempre che le grandi mafie del farmaco e della filantropia abbiano il coraggio di vendere a caro prezzo qualcosa di assolutamente inutile o persino dannoso come sembra emergere dal misterioso “incidente” occorso all’Astra Zeneca una delle maggiori aziende farmaceutiche in lizza per il vaccino ( vedi qui ), ma in ogni caso potrete arrangiarvi piuttosto bene così come tutti quelli che lavorano nella filiera che va dalla produzione mediatica della pandemia alla vendita dei supporti sanitari. Naturalmente adoperare il cervello sarebbe quasi gratuito e anche molto più efficace contro certe infezioni, ma si tratta di qualcosa che non è di facile reperibilità e oltretutto come si sa il suo uso è fortemente sconsigliato dalle autorità politiche e sanitarie le quali ritengono che il suo uso sia di per sé un abuso.

Ovviamente sarebbe bello poter campare onestamente di un lavoro che non sia semplicemente il risvolto parassitario di un inganno e magari anche non riempire il mondo plastica la cui produzione è aumentata a dismisura in questi mesi nonostante i riti apotropaici e solo parolai al tempio di Greta, ma come diceva Gabriel Laub in una società di mercato gli uomini onesti si lasciano corrompere in un solo caso: tutte le volte che si presenta un’occasione.


Cosmicomiche italiane

marzi  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginiamo che sia sceso dall’astronave  proprio qui il solito marziano, dal quale qualcuno, compreso un filosofo  più acchiappacitrulli che visionario, Zizek, si aspetta la salvezza dai mali commessi dagli umani.

Imponendogli la mascherina dovremmo raccontargli che forse arrivò dalla Cina, ma c’è anche chi pensa che a portarlo là sia stato un untore occidentale forse un italiano esponente di spicco dell’internazionalizzazione del sistema Italia, un virus influenzale della famiglia dei Covid. Che presto si diffuse, persuadendo le autorità sanitarie, istituzionali, centrali  e regionali, che si trattava di un ceppo particolarmente contagioso e particolarmente letale, a guardare al numero dei decessi nelle aree più popolose, industrializzate e inquinate del Paese.

Tanto che si stabilisce subito un rapporto causa effetto tra la qualità dell’aria e l’incidenza della patologia sull’apparato respiratorio.

Solo molto tempo dopo, e vallo a spiegare al marziano, si scoprirà che con tutta probabilità gli effetti letali sarebbero invece a carico di quello circolatorio, suscitando il sospetto che molti anziani già affetti da malattie a carico del cuore e della circolazione siano morti per terapie inappropriate, conseguenti tra l’altro alla interdizione per gli anatomopatologi di praticare autopsie sulle vittime, considerate superflue ma che invece avrebbero potuto chiarire le vere cause di morte.

Inizia da subito l’erogazione da parte delle autorità di cui sopra – che agiscono seguendo le indicazioni disomogenee, contraddittorie, confuse di una selezione di personalità scientifiche che da anni hanno consolidato relazioni  stabili con la politica anche in virtù di una certa indole alla spettacolarizzazione del loro sapere, mai colpito da dubbio – di informazioni e statistiche a dimostrazione che l’unica strada da intraprendere è la serrata del Paese. Anche perché, e questa da subito è l’unica certezza incontrovertibile, il sistema della sanità pubblica dopo anni di tagli, dopo la consegna ai privati del settore della cura e della ricerca, dimostra subito di non poter far fronte a una epidemia, come in realtà si evidenziava già – ma forse vi vergognereste di dirlo all’ometto  verde – a ogni influenza stagionale, che mieteva u gran numero di dipartite, incrementate da accertate infezioni ospedaliere.

Allo slogan “Andrà tutto bene”, che campeggia ovunque, si sostituisce subito # iorestoacasa, impegno indicato come il più responsabile a tutela della propria salute e di quella degli altri, e reso obbligatorio da una pioggia di provvedimenti limitativi della libertà personali, che aggirano il dettato costituzionale in presenza, viene affermato e confermato da alcuni costituzionalisti, di una emergenza che impone leggi eccezionali, in forma di Dpcm, insieme a poteri commissariali, svincolati dal controllo parlamentare. E infatti il loro rispetto è garantito dalle forze dell’ordine, dalle polizie municipali e dalla presenza occhiuta di militari incaricati di vigilare sulla loro applicazione comminando sanzioni elevate ai trasgressori e avvalendosi di delazioni e denunce anonime di cittadini coscienziosi.

Inizia così il lungo lockdown (non dite al marziano che ricorso a un anglicismo non nasce da una attitudine italiana alla solidale socialità che addirittura non prevede un termine appropriato nella lingua di Dante, ma nella inclinazione della comunicazione di chi sta in alto a rendere indecifrabile e quindi più potente le decisioni autoritarie).

Chiamiamolo dunque confinamento e consiste nel dividere gli italiani in due grandi categorie: quelli che possono salvarsi dal  contagio della pestilenza, imperscrutabile, misteriosa e minacciosa, della quale si continua a non sapere nulla e che viene quindi contrastata con l’uso di mascherine, guanti e  l’invito a lavarsi frequentemente le mani, come si dovrebbe peraltro fare sempre nel rispetto di normali criteri di igiene, stando a casa,   e quelli, declinati in forma di martiri e eroi nazionali, che devono prestarsi per spirito di servizio e doverosa abnegazione essendo addetti ad attività definite essenziali.

I servitori del popolo esposti al morbo sono i lavoratori di produzioni indispensabili (compresi gli F35), operai di grandi industrie, manutentori, dipendenti della grande distribuzione, e poi quelli dei trasporti, quelli delle consegne a domicilio, i magazzinieri delle multinazionali delle vendite online, riscattate dal bisogno immediato, i pony, le cassiere del supermercato, cui fino a ieri si guardava come a indolenti parassiti perché non volevano fare i turni alle feste comandate.

Non ne fanno parte i santoni della scienza che ispirano e guidano le scelte governative in modo da contenere le esuberanze di un popolo renitente e indisciplinato, da mettere in riga come un ragazzino riottoso, proprio come era stato necessario fare in occasione di crisi economiche che avevano richiesto l’adozione di criteri di austerità punitivi.

Ai martiri, anche a quelli che circolano nelle zone rosse, i datori di lavoro,  quelli di Bergamo is running,  quelli che si accordano con il Governo e i sindacati per bloccare gli scioperi e le proteste di operai che si chiedono come mai, se il morbo è così pericoloso, a loro non è data salvezza,  concedono dispositivi di tutela in applicazione unilaterale di un protocollo concordato con l’esecutivo e appoggiato dai sindacati che prevede in forma discrezionale e “volontaria” l’adozione di “strumentazione adeguata”, il distanziamento nei siti di uso collettivo, guanti e mascherine, queste ultime perlopiù a spese del dipendente.

Così, secondo un rapporto dell’Istat il 55,7% della forza-lavoro, escludendo chi ha operato in modalità smartworking,  è rimasta attiva durante il lockdown, spostandosi da casa per andare a lavoro: i livelli più alti si sono avuti a  Milano che registra il 67,1%,Lodi 73,1% e Crema 69,2%, che distano solo 24 km da Codogno, epicentro del virus.

E in prima linea, ovviamente,  c’è il personale sanitario,  celebrato e commemorato con un repertorio retorico epico anche grazie all’adozione di una narrazione e di un linguaggio bellico rievocativo dell’amor patrio e della opportunità di dotarsi d nuove leve di eroi nazionali, gli stessi fino a due mesi prima sottopagati, spinti a collocarsi nel privato, umiliati da salari poco dignitosi e caratterizzati da disuguaglianze gerarchiche.

Infatti la loro presenza virtuale si materializza via cavo, via etere e via intervista telefoniche, mentre è accertata la latitanza doverosa e avveduta da laboratori, reparti e corsie di ospedali. Quei luoghi dai quali ben presto si capisce che è meglio non frequentare insieme a case di riposo e ospizi, dichiarati focolai e dove sono stati conferiti da tempo e recentemente proprio i soggetti a rischio. Chi lamenta sintomi riconducibili al virus (e vaglielo a spiegare al visitatore interstellare) dopo qualche tentativo di relazionarsi coi numeri verdi, con i pronto soccorso, disorientato dai consigli telefonici dei medici di base e dalle contraddittorie informazioni sui sistemi diagnostici, tamponi si tamponi no, indagini sierologiche si o no, tachipirina raccomandata o sconsigliata, si arrende all’evidenza e si cura in casa nel timore di essere conferito nelle terapie intensive e sottoposto a trattamenti che in seguito si riveleranno inadatti se non controproducenti.

Per più di due mesi gli italiani vengono retrocessi a gregge:  impaurito dall’infezione e dalle sanzioni, assediato, criminalizzato se si sottrae alle leggi marziali, perseguitato  nella quotidianità con una manifestazione di potenza muscolare  che solitamente caratterizza la repressione dei crimini più vergognosi, chi segregato tra le mura domestiche, chi “in trincea”, separato comunque dai propri cari, isolato nella malattia e nella morte, perfino  privato dei conforti della religione.

Mentre intanto viene sospeso il diritto alla cura di patologie che non siano il Coronavirus, dell’istruzione somministrata in forma volontaria e dilettantistica,  dell’occupazione, quando si tratta di partite Iva, part time, precariato, artigianato e commercio, costretto a consumare i risparmi nell’attesa di un obolo statale, magari in forma id prestito da risarcire a banche alle quali il presidente del Consiglio chiede amore, in cambio della consegna dell’economia nelle loro mani criminali.

Ci sarebbe proprio da vergognarsi agli occhi del marziano per aver accettato tutto questo, sena mai mettere in discussione le imposizioni, gli obblighi, la repressione che di giorno in giorno sembrano essere sempre meno legittimi e giustificabili.

Ma più ancora è inspiegabile che nessuno si interroghi sul Dopo, che secondo la paccottiglia ideale sciorinata da una informazione che ha definitivamente tradito il suo mandato, non dovrà essere come il Prima. Quando governo e i corpi separati istituiti per l’occasione, non hanno pensato a nessun programma che non disegni un futuro di stenti, privazioni, rinunce sotto forma di costi da pagare perfino per rimettere in sesto una sanità che negli anni è stata il terreno di scorrerei dei predoni, sotto forma di carità pelosa da risarcire, sotto forma di espedienti per sopravvivere quando interi settori sono destinati a scomparire, dal turismo e il suo indotto, compresi quei B&B che avevano costituito un sommerso promosso anche nelle sue forme più opache, la ristorazione, il commercio al dettaglio, il settore pubblico quando non ci saranno più le risorse per pagare gli stipendi.

Sappiamo già che  marzo la produzione industriale è diminuita del 29,3%, mentre 270mila negozi (stima prudenziale della Confcommercio) sono destinati alla chiusura: sono le cifre di un fallimento che va di pari passo con il flop della comunicazione apocalittica che ha legittimato il confinamento se da noi il numero dei contagiati ufficiali è allo 0,36%, in Germania (con il lockdown “addolcito”  e in  Svezia dove non è stato messo in atto è allo 0,26%.

Il marziano – ma nemmeno il governo e le sue task force quando parlano di ricostruzione – ha certamente letto un volumetto di Keynes che aveva partecipato alla Conferenza di Pace di Versailles e che si intitola “Le conseguenze economiche della pace”, con il quale metteva in guardia dagli effetti punitivi di quella che definiva una “pace cartaginese”, ricordando le  condizioni eccessivamente rigide imposte da Roma a Cartagine  al termine della  seconda guerra punica col proposito di  accentuare e perpetuare l’inferiorità del perdente.

È che dopo la guerra al virus gli sconfitti siamo noi, beneficati dal Piano Marshall dell’Ue che ci condanna con il Mes a un stato di consolidata soggezione, con la prospettiva della definitiva perdita di sovranità in favore della prepotenza egemonica del sistema bancario, con la prospettiva di un’occupazione sempre più dequalificata, quella dei “cantieri”, dei lavoretti alla spina, i part time e il cottimo al Pc, suffragato anche in via parlamentare da una proposta presentata non a caso da esponenti del Pd del Jobs Act  tra i quali Martina, Orlando, Serracchiani, per ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario, lo stesso fronte che si fa interprete dei bisogni di Fca che chiede aiuti sotto forma di garanzia al Paese che ha tradito dopo averlo dissanguato, lo stesso che in nome della militanza antirazzista pensa di riscattare i lavoratori resi schiavi della sue riforme, riducendo in servitù legale gli invisibili temporaneamente  “regolarizzati”.

E’ a questo punto che lo vedrete darsela a gambe, il marziano: ha capito che sono meglio le guerre stellari.


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