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Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


A misfatto compiuto

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regna una grande confusione sotto il nostro cielo: l’opposizione irriducibilmente europeista che annovera non sorprendentemente  il destinatario della famosa lettera segreta di intimidazioni del 2011 e quelli che l’hanno usata come format per le manovre successive, scoprono le meraviglie del sovranismo di ritorno e rimproverano il governo di umiliante acquiescenza e vile assoggettamento ai diktat imperiali. E in aggiunta rimbrottano la maggioranza per la lungaggine con cui eseguono gli ordini, che minaccia il festoso cenone dei parlamentari.

La Raggi viene accusata di creare disordine all’ombra dell’esile alberello di Piazza Venezia per aver fatto quello che per anni altri sindaci avevano promesso senza realizzarlo per non disturbare la lobby del turismo soprattutto quello benedetto oltre Tevere.

Il truculento all’Interno,  che indossa la divisa estratta dall’armadio della sala delle mascherate  eleganti del Cavaliere, senza che nessuno sbirro si inalberi per l’abuso, dismette la sua accanita battaglia per la legalità, sbaciucchiando, eppure si sa che le effusioni con malavitosi non portano bene, un incorreggibile microcriminale.

Il Movimento in funzione di gregario del governo, motivato a difendere il futuro dei giovani, alcuni dei quali, e intelligenti che però potevano fare di più, ricoprono ruoli decisionali all’interno del Parlamento e della compagine ministeriale,  blocca le assunzioni all’Università e penalizza la ricerca, condannandoli alla marginalità rispetto al  “mercato del lavoro” che non richiede persone con alto tasso di istruzione (o ne richiede troppo poche), mentre le imprese, cui i governi Renzi e Gentiloni hanno destinato risorse proprio perché promuovessero la precarietà, non investono in beni di alta tecnologia e innovazione.

La maggioranza che dovrebbe essere grata ai governi trascorsi per aver prodotto la devastazione sulle cui rovine ha  edificato la sua provvisoria fortuna,  convinta di rafforzarsi con il perenne trastullo del rinfaccio per scelte scriteriate e danni del passato, invece li copia, avendo appreso subito la lezione della docilità e della rinuncia  come forma perfetta della realpolitik ai tempi del neoliberismo.

Con l’abiura completa dei valori che ne avevano decretato il successo, se il populismo è stato sostituito da provvedimenti rivendicati come impopolari, ma non perché sia complicato proporli, comunicarli  e adottarli con il consenso che ne suffraga l’attuazione, ma perché si ritorcono contro i cittadini, il popolo insomma. E se il sovranismo si sgretola in favore della restituzione piena di decisioni e interventi all’unica indiscussa autorità, ben oltre masse e stato, quell’economia finanziaria globale che impone la riduzione delle spese sociali, le privatizzazioni, l’adattamento di ogni settore alle regole imposte dalla sua scienza esatta.

Tutto è talmente avvelenato dall’intimidazione e dal ricatto del racket che pare tocchi dire virtuosi e pragmatici Si a tutto quello cui si diceva e si doveva dire No, altrimenti si incorre in sanzioni, multe, cravatte e riprovazione carolingia, che impone a noi tutto quello che loro sono autorizzati a rifiutare e nega quello che a loro è concesso, compresi monete a circolazione nazionale, l’ipotesi di divise fiscali,  sforamenti,  respingimenti crudeli.

Così si dice Si al Terzo Valico, in fase troppo avanzata.

Si dice Si alla prosecuzione del Mose, a conferma che sarebbe doveroso accettare gli errori clamorosi che furono compiuti nella scelta di quella soluzione, delle ragioni aberranti per cui altre soluzioni, migliori da tutti i punti di vista, furono scartate, del gigantesco edificio corruttivo che ha permesso di realizzarsi, corroborando l’ideologia che ispira le azioni di tutela della città e della sua laguna, l’applicazione ottusa cioè dell’ingegneria e dei suoi sistemi meccanici rigidi e mastodontici su un organismo vivo e complesso.

E naturalmente di dice Si, sommessamente, ma non troppo, al passaggio delle Grandi Navi: il no del Ministero dell’Ambiente è stato respinto al mittente, senza reazioni della parte offesa, e sono cominciati in grande stile, approvati dalla Commissione di Salvaguardia (della quale fanno parte oltre a un designato dall’Unesco – a proposito di confusione, due rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture, uno delle politiche agricole e uno del dicastero che aveva dato parere negativo, l’Ambiente appunto), i lavori per lo scavo del canale Vittorio Emanuele, necessario a garantire l’accessibilità al porto da parte dei condomini del mare.

E poi “il complesso delle verifiche effettuate non ci offre alcuna possibilità di impedire la realizzazione del progetto: allo stato, non sono emerse illegittimità o irregolarità dell’iter procedurale”, ha detto Conte per motivare il Si al Tap, anche quello irrinunciabile intervento di “interesse comune”. Anche in quel caso l’interruzione dei lavori e la cancellazione del gasdotto “comporterebbe costi incalcolabili”.

E invece ci piacerebbe che quei costi venissero calcolati, insieme ad altri trascurati e omessi, quelli dei benefici che dovrebbero giustificare la realizzazione di un’opera che ha un senso solo all’interno della restaurazione della guerra fredda,  creare una via del gas che bypassi la Russia ad evitare che il centro Europa sia troppo dipendente dalle sue forniture  e magari a preparare il terreno anche quello del sottosuolo, a altre fratture, quelle del Fracking stelle e strisce  o a forniture che arrivano da repubbliche a dominio Usa.

Si è detto Si agli F35,  si dice Sì sulla militarizzazione delle isole (della Sardegna ho scritto recentemente anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/ ), si è “dovuto” dire Si al Muos in Sicilia, anche quello incontrovertibile e incontrastabile come il rischio che a un non remoto accendersi di ostilità Niscemi e Sigonella diventino obiettivo strategico.

Perché i conti dell’azzeccagarbugli degli italiani e del suo governo sono proprio quelli della serva, della serva Italia, calcolati per riconfermare e dimostrare subalternità e sottomissione al padrone, senza considerare i danni collaterali, la manomissione del nostro territorio e la pressione sull’ambiente irreversibili, la mobilitazione di risorse finanziarie e umane che dovrebbero trovare una collocazione più razionale e “sociale”, la condanna senza appello a costituirci in qualità di hangar, rampa di lancio, corridoio di passaggio, tubo e condotta, poligono e trincea, e laboratorio per test mortali. Uno dei quali ha già avvalorato la diagnosi: siamo proprio il paese dove il Si suona, purtroppo.

 


Nato per uccidere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un tempo l’opportunità della guerra era sostenuta anche dalla tacita intesa tra tiranni, generali e soldataglia che il dopo sarebbe stato radioso, che le città dell’impero sarebbero risorte più belle e più forti che pria, erette grazie al lavoro dei tanti che si sarebbero così sottratti alla servitù della gleba, alla fame insoddisfatta con due rape nascoste all’avidità degli esattori.

Oggi non è più così. da noi in particolare la ricostruzione non si addice al regime che ha interesse a spopolare interi territori per farne parchi e riserve dove mettere in scena lo spettacolo in memoria di una nazione bella, viva e creativa e per riunire greggi di individui e annetterli sotto forma di popolazione cittadina agli eserciti mobili e precari che devono tenersi a disposizione di un mercato del lavoro che così li controlla meglio e li assolda, li sottopaga e li sposta a suo piacimento.

Oggi non perdono tempo nemmeno a più a persuaderci dell’opportunità della guerra, promossa a improrogabile necessità. E che si deve muovere e sopportare per forza, senza discutere e senza opporsi con ridicoli e arcaici pacifismi per i soliti motivi, smania espansionistica, estensione spaziale offerta agli  istinti e alle istanze predatorie di risorse e nuove geografie. Aggiungiamo anche alle antiche e imperiture motivazioni, la volontà di accelerare il processo di estinzione del futuro: gente senza speranza è più manovrabile, controllabile, ricattabile in nome della sicurezza miserabile di un immanente riparato e risparmiato ancorché sottomesso. E perché no?  la creazione di posti di lavoro con la militarizzazione della  manodopera, con la conversione della estesa “manovalanza” contemporanea  in esercito da adibire a nuove “ammuine” indispensabili a fronte di modi di fare la guerra inediti e tragicamente astratti, con piloti che bombardano stando seduti al desk e soldati che premono bottoni a chilometri di distanza dall’obiettivo da conquistare.

O l’intento non recondito di smetterla con le ubbie del diritto internazionale preliminare al rispetto dei diritti interni e fondamentali, di cancellare con stati di emergenza le sovranità degli Stati e le tentennanti superstiti democrazie, reclamando unità fittizie e artificiali quanto indifferibili in nome del contrasto a un nemico comune, il terrorismo. Che legittima azioni e belligeranze che dai tempi delle campagne in Irak qualcuno ha avuto la faccia tosta di definire “etiche”.

O, non ultima, la necessità di “valorizzare” l’industria degli armamenti, perché se ne aumentino i profitti ma anche la condizionate influenza, stornando risorse dai bilanci di welfare, tutela del territorio, istruzione e imponendo investimenti formidabili in strumenti inutili ma indispensabili a stringere il cappio economico intorno al colle di nazioni gregarie.

Si, gregarie come l’Italia che, secondo i dati riportati dal primo rapporto annuale sulle spese militari  presentato dall’Osservatorio MIL€X e presentato alla Camera dei Deputati lo scorso  febbraio,  spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti. Con “investimenti” in costante aumento (+21% nelle ultime tre legislature), che rappresenta l’1,4% del PIL nazionale, nella aberrante media Nato, Usa esclusi, ma che pare ancora poco per l’Alleanza Atlantica, che esige di arrivare al 2% in base a una decisione (mai sottoposta al vaglio del Parlamento) per corrispondere alle aspettative dei guardiani del mondo.

Non si sa per quale pudore, per quale reticenza i tanti che reclamano l’uscita dall’Europa, non fanno il salto di qualità politica e morale di chiedere l’uscita dalla Nato, per sottrarci dal pericolo e dalla correità con l’impero e con il suo totalitarismo, che giustamente il Simplicissimus oggi chiama col suo nome, una Jihad statunitense, quella che  ha diretto l’attacco contro la Siria anche grazie all’appoggio fornito dalla  base aeronavale  di Sigonella e dalla stazione di Niscemi del sistema statunitense Muos di trasmissioni navali.

E dire che proprio la nostra posizione geografica, quella che ci espone all’arrivo dei disperati che fuggono da miserie e guerre delle quali siamo corresponsabili, costituisce la qualità e la cifra di una neutralità tanto coraggiosa e forte da generare ragione, da far coltivare indipendenza per noi e per gli altri, da alimentare amicizia e pace.

 

 


Pinocchio scatena l’inferno

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Prima o poi doveva succedere. L’ambasciatore Usa ha segato il naso lungo e le gambe corte del burattino di Palazzo Chigi, rivelando l’elmetto e la divisa mimetica sotto il cappelluccio e la camiciola col fiocco:  l’Italia ha pubblicamente indicato la sua volontà di mobilitare e inviare 5000 unità in Libia. E non ha lasciato scampo al nostro Pinocchio in trono, che aveva fornito la sua versione nel boudoir di Canale 5, largamente preferito a altre Camere, smentendolo clamorosamente: “Non si è trattato affatto di un suggerimento o di una raccomandazione da parte degli Stati Uniti”.

Quante intelligenze luminose del passato dovrebbero farci causa per abuso e manomissione del loro pensiero tirato di qua e di là in favore di vizi, perversioni, soprusi, a cominciare da Machiavelli, se perfino un furbetto del quartierino si sente autorizzato alla menzogna, al cinismo, alla sopraffazione, legittimate come indispensabili virtù del “principe”, necessari alla manutenzione dello stato, senza preoccuparsi dei giudizi negativi che gli procurerebbero, che tanto, si sa, il popolo è sciocco e credulone.  E che sia un po’ vero lo dimostrerebbe il fatto che lo smascheramento non è venuto dalla gente, tantomeno dai suoi rappresentanti eletti e nemmeno da un bambino che ha  svelato le nudità imperiali, ma dal nunzio dell’imperatore stesso, esplicitamente divertito dall’incarico di rendere palesi una volta di più, da Clare Boothe Luce in poi e anche prima, i difetti attribuiti agli italiani, infingardaggine, indolenza e insolenza, ambiguità e ipocrisia, fanfaronaggine e superficialità, e soprattutto un istinto alla codarda doppiezza, alla falsità, all’imbroglio, a volte creativo più spesso solo cialtrone.

C’è chi ha voluto leggere nello sghignazzo arrogante dell’ambasciatore quella idiosincrasia puritana per la bugia, che, nella retorica che accompagna la narrazione americana pubblica e privata, avrebbe il sopravvento morale sull’interesse, sull’ambizione, sul profitto. È invece più probabile che, senza dover ricorrere alle rituali intercettazioni, il padrone americano abbia semplicemente ricordato che la colonnella di Renzi da mesi quantificava in 5 mila unità le “truppe” pronte a prestarsi, che il pischello in mimetica ha concesso Sigonella ai droni, e abbia voluto rimettere al suo posto il saputello, ricordagli che è a quel posto usurpato per ubbidire, per mostrare mansueta disciplina, ma senza farlo sapere, zitto e muci e nel suo stesso interesse, in modo da conservarsi una parvenza di autorevolezza, ma anche per confermare che a tutte le baggianate idiote sullo scontro di civiltà, sulla necessità di una guerra in difesa di valori e principi democratici contro il fanatismo sanguinario, lui e gli italiani ci credono talmente da essere pronti a spenderci i risparmi e da andarci a morire.

Il fatto è che anche uno di quegli psicoterapeuti che raccattano adepti tra le madame Bovary di Facebook o tra uomini frustrati nella loro virilità dalle mimose e pizze dell’8 marzo, potrebbe osare una diagnosi della patologia del nostro premier, caso di studio esemplare del bugiardo compulsivo.

È proprio vero che oggi più che mai per diagnosticare e interpretare la crisi che stiamo attraversando ci vorrebbe lo psichiatra, per via dell’istinto suicida del capitalismo, per via dell’indole necrofila del potere, che ama il sangue e la morte, per via appunto della coazione a mentire di chi quel potere se lo vuol conservare a tutti i costi. E, ammettiamolo, per via del nostro evidente masochismo che ci fa sopportare un regime di incompetenti, incapaci servitorelli sadici, che hanno in odio cultura, sapere, conoscenza, bellezza. E che quando mentono non lo fanno nemmeno più per regalarci radiose visioni, un immaginario che ci gratifichi illusoriamente e ci faccia dimenticare l’odierna miseria, ma invece per imporci l’oscena e restrittiva necessità, la divinità gretta e sciagurata che impone il sacrificio di speranze, diritti, certezze.

Si, potremmo sottoporlo a indagine clinica, ma basterebbe anche un test di quelli che circolano sui supplementi dei quotidiani o in rete, per comprendere la natura dell’impostore pronto a mandarci in una guerra, però “informale”, voluta o suggerita che sia. Basta leggere i suoi tweet, le sue dichiarazioni, il suo mentire e smentire, per capire che   mentire per lui è l’unico modo di vivere: la verità gli è scomoda mentre sparare balle gli sembra giusto. E c’è da intuire che questo comportamento si sia sviluppato fin da fanciullino, ispirato dal su’ babbo e in risposta a situazioni difficili a casa o a scuola che sembrano risolversi meglio con la menzogna. Come è noto, il suo profilo psicologico lo porta a mettere gli uni contro gli altri, inventando e alimentando conflittualità, cambiando la verità die fatti per piegarla a suo piacimento. E se viene colto in castagna, eccolo incolpare dei suoi sbagli e attribuire responsabilità  e negligenze ad altri. Mente per noia, per avere attenzione, per ottenere consenso, per suscitare compassione o ammirazione, per bassa stima di s+ alternata a dissennata sopravvalutazione.

Ci sarebbe da rimpiangere la più “normale” megalomania del Cavaliere che mentiva per alimentare il suo mito – e con successo se finivano per credere alle sue prodezze con la nipote di Mubarak, o per difendere le aziende, o per cavarsi dalle peste giudiziarie, o per confermare la sua narrazione di sé, spaccona, millantata e guascona, talmente gradassa e sbomballata che ce ne accorgevamo tutti, tutti la denunciavano, era oggetto di satira e invettiva, di vigilanza e attenzione.

Sarà consigliabile riservare la stessa sorveglianza ai comportamenti del bugiardello che supera il maestro con l’oscura potenza  del “malato”, matto senza genio, se non quello di trascinarci verso l’incubo. ma allora siamo più matti e più stupidi noi che glielo lasciamo fare.


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