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Il Re-intronato

gio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Possono stare sereni i lettori dei settimanali per famiglie, gli amanti delle cronache dai palazzi reali, i nostalgici di monarchie  sia pure corrotte e esangui, ma dotate di invidiabili tratti aristocratici, compresa la sobrietà di chi ha già tutto, grazie ad appannaggi e rendite, e la severità di chi per lignaggio o dispotismo non deve rendere mai conto dei suoi atti in virtù di inespugnabili immunità

Re Giorgio, forse immortale, certo irriducibile, non è tornato, semplicemente non è mai andato via, è sempre in sella al suo destriero in qualità di monumento equestre in mezzo a Piazza Italia. E  chi si fosse ingenuamente immaginato per lui gli anni dolenti forse, ma gentilmente e modestamente appartati di un Cincinnato a Via del Boschetto, adesso si dovrà convincersi che l’abdicazione era un atto formale, un sapiente beau geste interpretato per restare a fare quello che gli è sempre stato caro, manovrare dietro le quinte,  senza responsabilità e oneri svolgere ruoli di suggeritore prima, di burattinaio poi, tirando i fili di pupazzi per i quali prestava un’opera di padre padrone pronto ai rabbuffi e agli scapaccioni, ma prodigo di consigli e scusanti, così come si voleva nel remoto impero ai cui ordini si è prestato con spirito di servizio ben remunerato. E imitabile nel gestire negoziati opachi e trattative segrete, come nel diffondere letargici quando vibranti messaggi di pacificazione, di quelli che dovrebbero riconciliare doverosamente  le vittime con i carnefici, nei panni di nocchiero di quelle “stesse barche” dove staremmo tutti, peccato che a noi come sul Titanic non  spettino scialuppe e salvagente.

È tornato  e in qualità di più anziano componente di Palazzo Madama, quel Seanto che aveva tentato con le sue truppe di radere al suolo,  ha aperto la seduta inaugurale. Ieri  aveva anticipato l’evento con una delle sue fastose autocelebrazioni raccolta dal Corriere e nella quale si è presentato  come arbitro. Per cercare, ha detto,  di “dare ragione dei cambiamenti dettati dal voto e indicare le possibili prospettive per la formazione di un governo, prerogative che poi chiaramente spetteranno al presidente Sergio Mattarella, e riguardo la tenuta del Paese in questo nuovo scenario politico”.

Stiamo freschi, con un arbitro da partite vendute al crimine delle calcio scommesse e all ‘imperio delle società calcistiche.

E infatti chi si fosse preso la b riga di ascoltare la prolusione del vegliardo, non avrebbe dubbi per via di un pistolotto a metà tra la riedizione del messaggio di fine anno compreso l’esordio del secondo settennato e un editoriale di Scalfari, a riprova che non tutte le ciambelle riescono col buco e a volte la vecchiaia non rende saggi ma solo più intronati. E pure più acidamente cattivi e irriconoscenti, tanto che spudoratamente ha messo in castigo gli inadempienti  partiti delle maggioranza che hanno governato, ma che oggi hanno ricevuto l’ostracismo del popolo deluso, come se tutto si fosse svolto in forma aberrante e accelerata dalle sue dimissioni in poi, quando è venuto meno il suo provvidenziale ruolo di vigilate della democrazia.

Altrettanta altera riprovazione ha riservato a noi, plebaglia riottosa che ha espresso un voto di evidente contestazione, come un fanciullino viziato che sente lontani i genitori dalle sue vicende personali, dai suoi sogni e i suoi trastulli. E quindi adesso, anche se non ha usato gli stessi termini, saranno cazzi di chi andrà a governare, a cominciare dai movimenti che hanno avuto vita facile quando vivevano nella beata e irresponsabile condizione di criticare e che adesso saranno alle prese col fare. Non è mancato il rituale monito intimidatorio del re carolingio ]]]]]a ricordare l’impegno per tutti di riconoscersi nell’Europa, colpevolmente sentita da qualche immaturo e sconsiderato ribellista come una gabbia di vincoli e imposizioni, quando invece sarebbe una meravigliosa e progressiva opportunità di civiltà e benessere,

Già quando non passava gli esami da procuratore il ragazzo Napolitano reduce dall’altrettanto inopportuna appartenenza ai Guf, aveva dimostrato di essere un po’indolente. E anche oggi ha fatto copia incolla con l’indimenticato discorso del liscia e bussa che aveva anticipato la sua “risalita” al trono. Quello, insomma, del  bastone e della carota, offerta ma a condizione di affidarsi alla sua autorità e al suo comando.

Per carità, se tanto ci dà tanto, se per caso ci fosse l’intento di “intronarsi” nuovamente, ci tocca guardare a Mattarella come a un faro per i naufraghi della democrazia.

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Gellificazioni

10454733443_b7326178b5_bL’erba cattiva non muore mai. Il detto popolare ha un senso perché non basta estirpare qualche filo, l’opera di disinfestazione deve essere attenta e continua per ottenere successo. E così non è stato sufficiente isolare in qualche modo il venerabile stelo aretino di nome Licio Gelli pensando o facendo finta di pensare che così si fosse superato il problema P2. Adesso che il venerabile Gelli è definitivamente morto in veneranda età ci si accorge che molto di quanto aveva tramato e pensato si è realizzato. Lo disse lui stesso in piena epoca berlusconiana: “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”.

Una tracotante confessione piuttosto nota di fronte alla quale il Paese non ha saputo avere un guizzo di dignità, di verità o di ribellione, come del resto applaude agli ultimi sviluppi del piduismo portati avanti da personaggi nati e cresciuti in quella stessa vorace e ignorante temperie culturale e geografica. L’erba cattiva è cresciuta e anzi ora diffama quella buona dicendo che essa è il vero complotto. Quindi meglio di tante considerazioni riporto la prefazione di “Gelli e la P2” una pregevole (si fa per dire) opera dello storico ufficiale della massoneria italiana Aldo Mola, monarchico prima noto soprattutto per le fantasiose interpretazioni della marcia su Roma, secondo le quali Mussolini sarebbe stato una comparsa e il vero fascista il Re al quale in definitica si dovrebbe attribuire tutto il merito della dittatura. Già questo ci introduce all’atmosfera mentale della prefazione nella quale si sostiene che il “complotto piduista” sarebbe stata l’invenzione vincente per abbattere il centro moderato e risucchiare così la sinistra democristiana nel calderone della Sinistra di matrice comunista. Traveggole senza senso e tra l’altro in diretto contrasto col pensiero del venerabile oltre che con la realtà, ma che testimoniano della impressionante ricrescita libera delle erbe infestanti e delle maligne mutazioni del pensiero elementare. Così si sbeffeggia la commissione P2 e Tina Anselmi con la doppia impunità dell’ambiente ormai favorevole ad ogni inquinata fantasia autoritaria e al fatto che il documento che segue è l’introduzione all’edizione romena.  Comunque buona lettura, nella speranza che la difesa della mala erba possa servire più dell’ accusa a conoscere il piccolo mondo dei miserabili conformismi reazionari, il loro metodo e il loro spirito.

“La verità prima o poi si fa strada.
Sono trascorsi trent’anni da quando, il 17 marzo 1981, alcuni magistrati della Procura della repubblica di Milano ordinarono la perquisizione dell’abitazione e degli uffici di Licio Gelli. In questi giorni uno di essi, Gherardo Colombo, ha ripetuto ai giornali quanto già scrisse in Il vizio della memoria: andavano in cerca di documenti sui rapporti tra Gelli e Michele Sindona. Nella sede
della Gio.le, a Castiglion Fibocchi, i militi si trovarono tra le mani varie carte e un brogliaccio con i nomi degli iscritti alla loggia “Propaganda Massonica” n.2, del tutto estranea all’inchiesta. Dopo un frenetico consulto telefonico con Milano sequestrarono tutto. Le carte furono protocollate e
fotocopiate. Secondo Colombo costituivano la prova che la Repubblica era minacciata. Da parte di chi? Secondo Colombo ad assediarla erano proprio gli stessi che ne garantivano stabilità e sicurezza: alti gradi delle Forze Armate,vertici dello Stato, parlamentari dei partiti di governo,
giornalisti, professionisti, un migliaio di persone tranquille e dabbene. Un assurdità. Però…
Però all’opinione pubblica gli estremisti di opposte fazioni e giornalisti in cerca di facile successo narrarono una verità del tutto diversa: misero sotto accusa Gelli e la massoneria e alimentarono la ricorrente psicosi del colpo di Stato.

Raggiunsero l’obiettivo. Il presidente del Consiglio dei ministri, Arnaldo Forlani, si dimise. Fu sostituito da Giovanni Spadolini, esponente di un partito piccolissimo, con molti militanti massoni e qualche iscritto alla P2. Spadolini cavalcò l’onda: annunciò che bisognava affrontare quattro emergenze. Secondo lui la più grave era la P2.

Dal quel corto circuito politico-mediatico nacquero prima la commissione dei “saggi” (istituita da Forlani) che a maggioranza concluse che bisognava indagare più a fondo, poi lo scioglimento della P2 da parte del Parlamento (senza alcun fondamento culturale, giuridico, storiografico: una
decisione politica che mise a nudo lo sbandamento emotivo delle Camere), infine la Commissione parlamentare d’inchiesta che dopo un paio d’anni si chiuse con sei diverse relazioni: altrettante ‘verità’,o meglio altrettante opinioni. Negli anni seguenti furono pubblicati gli Atti dei suoi lavori:
quasi centomila pagine,oggi dimenticate.

Che cosa rimane di quella tempesta?
Sarebbe falso dire che tutto finì in nulla. Tante vite e tante oneste carriere furono stroncate. La massoneria finì e rimane sotto scacco. La libertà d’associazione risultò incerta. Ma soprattutto entrò in crisi irreversibile il ventaglio dei partiti dalla destra moderata al partito socialista,passando
attraverso socialdemocratici, repubblicani, liberali e democristiani:quel “grande centro” che dieci anni dopo fu liquidato definitivamente da “Mani pulite”, sotto la cui pressione la sinistra democristiana si consegnò mani e piedi legati all’ex Partito comunista che completò il disegno avviato nel marzo 1981 e fu il vincitore di quella partita (in premio oggi ha un consiglio nazionale
presieduto da Rosy Bindi).

Sarebbe falso dire che non accadde nulla. In realtà l’ “affare P2” fu una manovra politica studiata a tavolino: avviata sin dalla denuncia anonima (!) contro Licio Celli (sic!) risalente al 1975, e alla richiesta di chiarimenti sulla P2 e la massoneria da parte del capogruppo del PCI alla Camera, Alessandro Natta, nel 1978. E continuò con la richiesta di incriminazione per attentato alla
Costituzione a carico del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga avanzata dai parlamentari del PCI.

La vera strategia, il vero colpo di stato avviato in quegli anni e attuato con metodica tenacia emerge ora dalla pubblicazione degli appunti vergati da Tina Anselmi fra il 30 ottobre 1981 e il 17 maggio 1984.  Apparentemente essi non aggiungono nulla di importante a quanto si sapeva sui lavori della Commissione parlamentare d’Inchiesta sulla loggia Propaganda massonica n. 2 e sulla sua presidente. Tuttavia questi “diari segreti” e i “foglietti” anselmiani vengono enfaticamente intitolati, sono interessanti perché mettono definitivamente a nudo la mentalità e il modus operandi dei protagonisti dell’ “affare”.

Tina Anselmi narra che, quando venne invitata da Nilde Iotti, deputata del partito comunista italiano e presidente della Camera, ad assumere la presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, le bastarono appena quindici minuti per accettare: un quarto d’ora durante il
quale telefonò al democristiano Leopoldo Elia, presidente della corte costituzionale, che la incoraggiò ad assumere l’incarico propostole da Iotti sia perché entrambe erano state partigiane, sia nel timore che il presidente del senato, Amintore Fanfani, avanzasse un proprio candidato, come era
naturale per la priorità della Camera Alta rispetto a quella dei deputati.
Anselmi aggiunge che due mesi dopo l’insediamento, il 5 dicembre 1981, lo stesso Elia le dettò la linea da seguire e i nomi degli “esperti” ai quali rivolgersi. Carlo Moro, Fulvio Mastropaolo, Pierpaolo Casadei Monti, Eugenio Selvaggi, Tommaso Morlino: nessuno dei quali (che si sapesse o
si sappia) aveva pubblicato un solo rigo sulla massoneria. Ma la commissione non aveva scopi culturali o storiografici, bensì politici:l’annientamento delle componenti razionali e “occidentali”del Centro a vantaggio dei cattocomunisti.

Leopoldo Elia fece di più. Indicò ad Anselmi l’itinerario da seguire: scavare sulla presidenza Saragat, indagare sull’influenza della massoneria contro la candidatura di Aldo Moro alla presidenza della repubblica sin dalla presidenza Saragat e sull’ultimo viaggio del leader democristiano negli Stati Uniti d’America; e infine le dettò il “compito storico: con la giustizia
determinare il cambiamento di una parte della classe dirigente del paese, compresa quella della Democrazia cristiana”

E’esattamente quanto si è poi verificato ed è tuttora in corso: tentare di rovesciare la classe dirigente “con la giustizia” cioè utilizzando inchieste giudiziarie e processi non solo mediatici. La Commissione sulla P2 precorse quanto poi venne perfezionato da Tangentopoli: l’azzeramento di
Psi, Dc. Psdi, Pli e Pri, i cui esponenti di spicco furono emarginati, mentre talune loro frange s’intrupparono nell’ex Partito comunista italiano il cui vertice rimase compatto e indenne.

Dagli appunti si constata che Tina Anselmi (come del resto la maggior parte dei componenti della commissione) brancolò nel buio tra rivelazioni, sussurri e grida che accompagnarono i lavori. Sotto la data 17 dicembre 1981 Anselmi annota per esempio che, tramite la sorella Susanna, Gianni Agnelli le rivelò che “il vero capo della P2 era Lelio Lagorio”, deputato socialista, ministro della
Difesa, per breve momento presidente del consiglio in pectore e a mio non sommesso avviso uomo di specchiatissima dirittura. L’asserzione è talmente enorme da far dubitare dell’attendibilità degli appunti, non nel senso che essi non siano di mano di Tina Anselmi ma perché inducono a domandarsi se la deputata democristiana abbia sempre capito quanto le veniva detto o riferito di seconda o terza mano e se abbia saputo sceverare le dicerie dai fatti.
Questi appunti, insomma, vanno confrontati con gli Atti della Commissione parlamentare. Così, per esempio, l’asserzione da lei attribuita all’ “Avvocato” andrà confrontata con la dichiarazione resa da Gianni Agnelli ai commissari, senza previo giuramento a differenza della miriade di altri testi: una testimonianza nella quale Agnelli dichiarò che la Fiat aveva finanziato il grande Oriente d’Italia in misura generosa ma non quantificata con certezza, né per scopi precisi: “a fondo perduto”.

Anselmi fece da ricetrasmittente delle dicerie che dall’orecchio passano sulla carta: “I due De Benedetti (Carlo e Franco) hanno fatto domanda d’iscrizione alla P2 a Torino”. Novella Giovanna d’Arco, “sente le voci”: ma a differenza della Pulzella non le arrivano dal cielo bensì dal ministro dell’Interno, da magistrati, da giornalisti, da sicofanti… E lei scrive, annota, disegna. Soffre e
s’indigna. Ossessionata dalla massoneria, dalla P2, dai piduisti, dal Male.
A rischiararle la via arrivarono anche alcuni sedicenti “massoni democratici”, cioè alcuni signori radiati dal Grande Oriente d’Italia che da anni riempivano le cassette delle lettere di parlamentari, redazioni di quotidiani di sinistra e settimanali scandalistici con chili e chili di “rivelazioni”.

Usavano i media per vendicarsi e offrivano ai massonofobi la “prova” di quanto fosse perversa la Libera Muratoria: golpista, stragista, corruttrice. Tra i tanti massoni democratici, uno assicurò che “Andreotti è nei fascicoli di Gelli non trovati. Gelli entrava a Palazzo Ghigi senza riscontri”.

Naturalmente la staffetta partigiana scriveva, ghiotta e aggiungeva: “L’avvocato Agnelli dava i soldi senza essere massone?!”. Benefattore senza secondi scopi?
Il 6 aprile 1982 Anselmi sintetizzò i pareri dei tre saggi ai quali Forlani aveva affidato il parere sulla segretezza della P2. Secondo Crisafulli “non è solo la P2 segreta, ma tutta la massoneria”. A giudizio di Lionello levi Sandri la P2 era politicamente pericolosa. Aldo Sandulli invece affermò che “la loggia non aveva finalità politiche”. La maggior parte dei testi ribadì infatti che sia Gelli sia i piduisti non avevano affatto l’intento di sovvertire un quadro istituzionale e politico nel quale si riconoscevano; semmai volevano consolidarlo.

Contro Gelli e la P2 scesero in campo altri massoni, a cominciare da Armandino Corona “venuto appositamente dalla Sardegna (a Roma), con l’aereo privato” (che Corona non possedeva affatto). Il
futuro gran maestro del Grande Oriente dichiarò che “nel governo della massoneria ci sono tutti i partiti, compreso Pci e DC (figurano come indipendenti)”. L’8 giugno Anselmi annotò la soffiata avuta da Corona: allo Sporting Club di Losanna Gelli riceveva a fine settimana quattro cinque
persone ogni volta. Vero? Non vero? Corona è morto e non può né confermare né smentire.
Interessanti sono gli appunti di Anselmi sulle deposizioni di ministri e politici, come Gian Aldo Arnaud (“Entrai nella massoneria per avere protezione, sicurezza…”), Massimo De Carolis, Francesco Cosentino, Egidio Carenini, Emo Danesi, Enrico Manca, Publio Fiori (“bugiardo” annota Anselmi, forse un po’ prevenuta), Franco Foschi,..
Altrettanto quelle di Giorgio Pisanu, a contatto con Flavio Carboni e Ciriaco De Mita, Mario Pedini, Pietro Longo, Pierluigi Romita… La presidente annota puntigliosamente quanto può servire alla guerriglia interna tra correnti e capibastone del suo partito e tra le varie componenti dell’arco centrista (DC, Psdi, Pri, Pli), mentre sin dall’inizio dell’inchiesta dà per scontato che i socialisti fossero impegolati nella massoneria sino al collo, in strana combutta con gruppi della destra conservatrice, monarchica, incline alla restaurazione dei valori dello Stato. Non la sfiora il sospetto che qualche comunista potesse essere interessato alla Libera Muratoria. Al riguardo si appaga delle
sdegnate proteste di quanti smentiscono fermamente che qualche compagno potesse essere stato tentato dagli ideali di libertà, uguaglianza, fratellanza…

Tra le molte “testimonianze” spicca per superiorità quella del democristiano Adolfo Sarti, ministro di Grazia e Giustizia che conobbe Gelli tramite Roberto Gervaso: “Il discorso sulla massoneria era finalizzato a offrire un’area di incontro e confronto fra le aree culturale e politica della mia parte (la Democrazia cristiana ndA) e quella di parte laica. Sembravano anche essere
venute meno le pregiudiziali religiose sulla massoneria. Decisi di siglare l’adesione alla massoneria, spinto prevalentemente da curiosità culturale. Feci la revoca per telefono, parlando con Gelli (…)
Non ho mai fatto rinuncia scritta, nell’anno successivo in cui Gelli mi scrisse annunciandomi l’accettazione”.
La scarna deposizione di Sarti è la sintesi dell’intera vicenda.

A differenza di quanto venne detto ed è ancora ripetuto, la Loggia Propaganda massonica n. 2 non fu affatto la metastasi della massoneria, né stava alla Libera Muratoria come le brigate Rosse al Partito comunista. Il punto è che l’Italia era un Paese in cronico ritardo sull’Occidente. Chiuso nella
tenaglia di clericali e stalinisti, con una pesante eredità di fatuo nazionalismo, che è altra cosa dall’identità nazionale, era dominata da una sottocultura minoritaria nella qualità delle idee ma maggioritaria nel controllo del potere (come del resto accade ancor oggi). I suoi idoli erano gli “anti”: Alfredo Oriani e Antonio Gramsci, Piero Gobetti…a tacere di don Milani.

In quel serraglio ideologico era davvero ardua l’opzione massonica, tanto più in un quadro internazionale che vedeva la gara fra Terza e Quarta internazionale, tra URSS e Cina, tra i movimenti di liberazione armati dall’Africa all’America centro-meridionale tramite Cuba e il caos nel Vicino e Medio Oriente. In quel groviglio il direttore del Cesis affermò che “molti dirigenti dei servizio segreti aderirono alla P2 per controllare Gelli”, che però secondo altri controllava i servizi segreti italiani per conto della Cia o del KGB o di vari altri Paesi o magari di schegge del terzo
Reich… Giro-girotondo, come è bello il mondo.

In tale scenario Tina Anselmi appuntava che il banchiere Roberto Calvi “era di un ermetismo non comune. Non diceva nemmeno a se stesso le cose”. Chi non parlava, chi non vedeva. Era il caso della Banca d’Italia che, a giudizio di Orazio Bagnasco, “banchiere, socialista” secondo Anselmi, “non presupponeva il crac (di Michele Sindona ) e così nessun altro uomo di finanza”. Non
sorprende, del resto. La Banca d’Italia non ha “presupposto” la crisi finanziaria che da anni ha sconvolto la vita economica del Pianeta e non ha fornito alcuna ricetta per uscirne se non i consigli dell’ovvio buon senso. Perciò venne decisa l’affossamento del banco Ambrosiano, come lucidamente previsto da Michele Sindona e annotato da Anselmi: “Nonostante il Banco ambrosiano sia solido, per ragioni ideologiche si liquiderà il Banco, perché non si vuole una presenza privata”.

Ora è definitivamente chiara l’ enormità delle prevaricazioni compiute dalla presidente della commissione parlamentare d’inchiesta che operava con i poteri di magistrato ma con coperture politiche e quindi al di fuori di ogni norma. Così Anselmi decise perquisizioni e sequestro di documenti e sempre molto tardivamente si accorse della fuga di notizie, del fiume di carte che dalla
commissione ( che pur era tenuta a operare con il rispetto delle norme procedurali) passava ai giornali, tanto che la sua stessa relazione conclusiva venne pubblicata con largo anticipo da un supplemento come supplemento.
Tina Anselmi Tina ha ripetuto per decenni che la P2 è viva e lotta contro la democrazia. E una miriade di altri continuano a dirlo come giaculatoria: a conferma dell’arretratezza culturale di una parte importante della carta stampata e della necessità dimettere fine una volta per tutte all’uso
strumentale dei temi di P2 e piduista quali capi d’accusa, tanto più che dal 1994 la Corte di Cassazione ha chiuso la partita assolvendo in via definitiva i cosiddetti piduisti dall’accusa di cospirazione politica.

Sin dal 2008 questo libro lo ha spiegato, documenti alla mano. Esso ha avuto due edizioni e dè stato presentato due volte in Italia: il 9 dicembre 2008 a San Remo e il 12 marzo 2009 a Pietrasanta, la città del poeta e scrittore massone Giosuè Carducci. In entrambe le occasioni estremisti di sinistra hanno tentato di impedire con la violenza una pacifica presentazione organizzata da Enti pubblici.
L’opera adesso è tradotta in romeno: a conferma della fratellanza latina e del cammino verso la verità,che prima o poi trionferà”.


Ci vuole un altro 25 aprile

1cab98469589bb5cd553b50c7c45fddec407e94d263ee79db73c286dQuesto 25 aprile, settantesimo anniversario della Liberazione, cade alla vigilia della restaurazione di una nuova forma di fascismo che troverà la sua consacrazione nell’Italicum in via di votazione, ancora peggiore come legge elettorale di quella Acerbo che permise a Mussolini di instaurare la dittatura. Dovrebbe dunque essere un 25 aprile speciale, una festa di lotta o quantomeno di rabbia per il tentativo di svuotarla di senso e riportarla nell’ovile reazionario; invece assume il carattere di una commemorazione, di un epitaffio sulle speranze prima irrealizzate, poi discusse e infine tradite nel modo più indecente da chi avrebbe dovuto accudirle.

D’altro canto il 25 aprile è stato almeno da mezzo secolo, una festa investita da ubiquità e ipocrisie: un giorno nel quale una parte celebra la liberazione politica da un regime, la possibilità di un cammino diverso per la società, un’altra invece lo scampato pericolo per una classe dirigente -monarchia e chiesa comprese – che dopo essersi compromessa fino al midollo con la dittatura al punto da essere tutt’uno con quella, temeva di essere spazzata via dalla sua completa e catastrofica sconfitta. Questa parte ha da sempre festeggiato non tanto la liberazione dell’Italia dall’alleato del giorno prima, quanto l’essere riuscita nell’operazione di cambiare tutore e garante all’ultimo minuto: nel luglio del ’43 sia i gerarchi fascisti che la dinastia sabauda non avevano altra prospettiva che sacrificare Mussolini per salvare sotto qualche forma il regime e/o il trono, ma soprattutto gli assetti di potere che si erano venuti determinando. Il vecchio re giocò d’anticipo, certo di essere riuscito a salvare la dinastia mettendosi sotto la protezione dell’incipiente vincitore, sia pure in modo grottesco e costituendosi come unica zattera di salvataggio per la classe dirigente del Paese che nel ventennio si era ingrassata a dismisura. Un piano che sarebbe andato tranquillamente in porto senza la guerra partigiana.

Questa parte, pur formalmente democratica e apparentemente aliena da nostalgie in camicia nera, ha sempre festeggiato solo ritualmente la Resistenza, ha sempre considerato con sguardo circospetto la Costituzione che appunto è frutto della lotta di liberazione dal nazifascismo per non parlare della Repubblica fondata sul lavoro: sono tutte cose che si sono messe di traverso verso l’uscita “morbida”, conformista e continuista dalla tragedia della guerra e della dittatura, hanno in qualche modo costretto alla democrazia. L’unica cosa che questa parte ha sempre festeggiato, oltre al fatto di averla scampata, è stato il nuovo padrone come surrogato esterno dell’autoritarismo interno e garanzia di mantenimento del potere. E ora questa parte, non contenta di essere uscita allo scoperto con il berlusconismo, di aver messo sotto accusa la guerra partigiana, di aver affermato l’uguaglianza di vittime e carnefici con i colpi al cerchio e alla botte inferti dai vari Violante, Napolitano e compagnia cantante compreso l’epigono redivivo Mattarella, sente di poter imporre definitivamente questa nuova visione del 25 aprile nella quale la Liberazione e il suo significato vengono sostituiti da una indefinita e rituale  “libertà” buona soltanto a sostenere la deriva oligarchica che ormai è arrivata alla cruna dell’ago.

Ciò che si vuole negare e suturare è l’intollerabile, scandalosa e per certi versi inattesa frattura con l’ordine precedente che la Resistenza ha prodotto sul piano delle istituzioni, creando un taglio netto con il Paese clericofascista che aveva abolito sindacati, Parlamento, elezioni e alla fine si era abbandonato alle leggi razziali. Ma ora è tempo di normalizzare, di gattopardizzare e di dimenticare. Ora è il tempo di Renzi che rappresenta al meglio il peggio del Paese. E questo richiede un’altra guerra di Liberazione.

 


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