Non so se nell’arco della mia vita si arriverà a sapere tutto della la vicenda pandemica, dei suoi sporchi affari, dei suoi scopi politici, della resa della scienza ai soldi, ma già da qualche tempo cominciano a scoprirsi gli altarini:  la scoperta in Germania di una documentazione dalla quale emerge che alcune autorità mediche sono state assunte per fornire una versione apocalittica dell’epidemia e dunque giustificare i confinamenti; il fatto che l’Oms non possa escludere, al contrario di quanto dicano le fake news dei giornali nostrani, che il virus sia artificiale; ciò che sta accadendo con i vaccini con migliaia di morti e una enormità di effetti avversi, ma soprattutto con la scoperta che moltissimi risultano positivi dopo i vaccini a mRna  e il dubbio  che proprio questi  possano diffondere la malattia, favorendo per giunta la formazione di ceppi più patogeni. Sta di fatto che in Israele, campione mondiale di vaccinazione, con 800 mila persone già sottoposte al trattamento e sei settimane di blocchi la situazione è peggiorata. Non parliamo dei 30 mila morti in Italia a causa della mancata assistenza sanitaria per tutte le altre patologie, un numero non molto lontano da quello delle presunte vittime del Covid arruolate in questa schiera anche in presenza di malattie terminali e sulla base degli inconsistenti tamponi, ormai bocciati dall’organizzazione mondale della sanità..

In realtà durante tutto quest’anno di via crucis  c’è sempre stato qualcosa che stonava in maniera evidente in questa narrazione planetaria, qualcosa che appariva assurdo e contradditorio, in totale contrasto con le scienza epidemiologica, che esprimeva una volontà di estrema drammatizzazione di una sindrome influenzale. Ed è un anno che mi domando come sia stato possibile che tanta gente sia cascata in questa trappola cognitiva.  Per la paura, certo, per un atteggiamento di sudditanza, per un indole passiva indotta dal pensiero unico e accompagnata da un a scarsa volontà e capacità di leggere sopra e sotto le righe, per la futilità feroce nella quale viviamo. Ma forse non basta, c’è stato qualcosa in più, un elemento ancestrale che da sempre ha legato il potere alla salute e che è stato sfruttato fino in fondo in questa occasione. Nei giorni scorsi Anna Lombroso ha accennato alla figura dei re taumaturghi sia francesi che inglesi ( ma in realtà di qualsiasi altra area) cui erano attribuiti poteri di guarigione dovuti alla natura divina della loro regalità e sebbene col secolo dei lumi questo legame sia stato spezzato esso aleggia ancora attorno al potere. Se qualcuno ricorda il libro Cuore ci trova dentro anche questo, nella salvifica “mano che ha toccato il Re”. In effetti il  legame tra potere e salute e dunque affidamento è qualcosa di ancestrale che mano mano è saltato fuori dagli studi etnografici  e linguistici, mostrando una medesima radice, una sorta di sinolo originario.

Per molti decenni nel secolo scorso i linguisti si sono chiesti come mai il termine più esplicito del potere, ossia la parola  Re si fosse conservata solo agli estremi del mondo indoeuropeo ossia nel latino Rex, nel celtico Rix (solitamente posposto come in Vercingetorix calco poi per la saga di Obelix) nel gotico Reiks ricco e potente da cui deriva il termine Reich  e nell’ indiano Raja. In mezzo, ovvero dall’ Oder all’Indo  questo termine non esiste. O meglio esiste contenuto in altre parole che conservano  la radice sanscrita Râg che vuol dire luminoso e si riferiscono generalmente a funzioni diverse. Non ve la voglio far lunga, ma attraverso il verbo greco ὁράω che significa vedere sia fisicamente che mentalmente ( da lì’ deriva ad esempio  oracolo ) e che incorpora questa radice si è compreso che il termine Re si riferisce originariamente anche all’osservazione degli astri, alla regolazione delle stagioni, al sacro, alla profezia, al sacerdozio, alla funzione sciamanica e dunque anche alla guarigione come risultato di questa unione tra cielo e terra. E’ del tutto evidente che all’ origine il potere reale, nato sostanzialmente con l’agricoltura e la gestione delle derrate alimentari,  sia stato associato a pratiche sacrali relative inizialmente al tempo e alle stagioni, al corso del sole e alle pratiche divinatorie  nel contesto delle varie alla varie culture, estendendosi poi a tutte le funzioni,  tanto che i re erano quasi sempre  essi stessi dei. In seguito, in tempi storici più vicini a noi le funzione sacre e temporali, per così dire, si sono separate, ma mai del tutto e con quella nettezza che vorremmo: ancora oggi spesso il potere supremo si identifica come protettore o addirittura capo di una certa religione, in Paesi tra i più tecnologicamente avanzati si ipotizza, sia pure solo simbolicamente, un’ origine divina del supremo riferimento istituzionale, mentre in altri contesti è la discendenza da qualche profeta o parente  ad essere una questione centrale.

E’ per questo che il potere ha sempre avuto anche un aspetto taumaturgico che rimane come archetipo pure nei tempi della modernità. E la modernità più vacua e più brutale è stata in qualche modo aiutata da questo legame inconscio per rendere più solida una narrazione costruita sulla sabbia. La cosa paradossale è che tale sgangherata narrazione, che ha violato tutti i principi e il senso della scienza, ha avuto proprio quest’ultima come oggetto di culto acritico, come tramite di collegamento tra il potere concreto e quello nascosto in qualche archetipo mentale.