Il 25 luglio di sempre

0003_gran-consiglioProprio oggi, 76 anni fa, cadde il regime fascista, dopo che il Gran Consiglio aveva sfiduciato Mussolini, dunque per sua stessa mano e grazie a due parallele congiure di Palazzo, ordite una dal Re che meditava su un possibile pronunciamento dell’esercito e da Dino Grandi uno degli uomini più influenti del regime, espressione di quei gruppi industriali e finanziari che col fascismo si erano ingrassati, ma che ora volevano sopravvivergli. Per carità non voglio certo aggiungere altre righe ai milioni scritte sull’evento, quanto piuttosto mettere in luce aspetti di continuità nella vita pubblica italiana, che in qualche modo si possono scorgere anche nelle vicende attuali. Innanzitutto l’immobilismo, l’attendismo e il trasformismo delle classi dirigenti dello Stivale, nonché la loro ottusità perché i gerarchi che consapevolmente votarono contro Mussolini (ci fu chi lo fece senza capire cosa stava accadendo) lo fecero nell’ illusione di ritagliarsi un futuro politico senza arrivare a comprendere che quel disastro avrebbe provocato un incendio di enormi proporzioni e risvegliato tutti i gattopardismi possibili: magari l’Italia sarebbe rimasta fascista  nella sostanza (e il governo Badoglio ha dimostrato pienamente questa eventualità ) ma proprio per questo non si sarebbe tollerato alcun nome di rilievo del passato regime. Dal canto suo una Casa Reale paralizzata e totalmente priva di iniziativa, dopo aver acconsentito a una guerra per la quale l’Italia non era assolutamente preparata tanto che nello stesso patto di acciaio si specificava che Roma non sarebbe stata pronta a un conflitto prima del ’43 – 44, si era lasciata scappare molte occasioni per deporre Mussolini o costringerlo a chiedere una pace separata, finché l’esercito era ancora in grado di opporre una qualche resistenza nel caso la Germania avesse tentato un’invasione e non farlo nel momento in cui i tedeschi erano già in forze nello Stivale con  il regio esercito allo sbando e sparso per mezzo mondo.

Sarebbero state molte le occasioni per mettere in crisi l’uomo del destino prima fra tutte la fallimentare campagna di Grecia che mise un luce la totale inadeguatezza del Paese al conflitto nel quale si era gettato, senza che nessuno lo richiedesse, men che meno la Germania che sapeva quali erano le condizioni italiane. Se gli alti gradi delle forze armate avevano dimostrato una totale incapacità nelle operazioni belliche erano però fedeli alla Corona, come del resto gran parte delle forze armate e un colpo di mano non sarebbe stato così difficile, tanto più che al momento  l’Italia era in guerra con la sola Gran Bretagna e Hitler stava preparando l’operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica con una tale ossessione che riusci a perdere la battaglia d’Inghilterra, praticamente già vinta, spostando ad oriente tutta l’aviazione. Avrebbe potuto anche organizzare un pronunciamento nel maggio del ’43 quando cadde la Tunisia esponendo lo Stivale a una diretta invasione. Ma il re attese fino a che non finì col compromettere del tutto i destini della dinastia deludendo anche quelli che speravano in lui per liberare il Paese dal regime.

Lo stesso Mussolini che più volte si era riproposto di dire a Hitler che l’Italia non ce la faceva più e che avrebbe dovuto chiedere una pace separata, spinto in questo anche dai vertici dell’esercito, non trovò mai il coraggio di farlo e si limitò ad attendere gli eventi che non lasciavano scampo. E così i gerarchi cui pure non poteva sfuggire la catastrofe ma che non riuscirono ad agire se non quando la situazione si fece disperata e insostenibile. Insomma tutti sapevano, intuivano, immaginavano piani, ma nessuno fece nulla prima che gli eventi si incaricassero di costringere all’azione. Naturalmente sempre troppo tardi per gli scopi che ognuno si prefiggeva. Anche le forze di opposizione aspettarono a lungo prima di organizzarsi nonostante la guerra avesse consumato il consenso che il regime era riuscito ad ottenere sul finire degli anni ’30 e di fatto si cominciarono ad aggregarsi solo quando i gruppi clandestini comunisti e socialisti, gli unici che avessero una qualche consistenza popolare, riuscirono a far partire  gli scioperi della primavera ’43 a Milano e Torino, inizialmente indotti soprattutto dai salari impossibili di fronte al raddoppio del costo della vita e solo successivamente politicizzati.  Insomma in qualche modo anche il popolo pur avendo ormai perso ogni fiducia  nel fascismo, nel duce, nei capetti e nei caporioni attese che succedesse qualcosa.

E’ abbastanza evidente che si tratta di elementi costanti nella vita pubblica italiana i quali tendono a riprodursi nelle varie situazioni e che sono così forti da risaltare anche nei momenti più drammatici. E anche se non ne abbiamo sentore anche adesso siamo a un qualche 25 luglio, all’incrocio di molte strade e di molti padroni, senza che nessuno osi davvero spezzare la cortina di sostanziale immobilismo in attesa che siano gli eventi a scegliere piuttosto che scegliere gli eventi. Magari con la scusa che cambiare qualcosa costi di più che non cambiarla. Però un  25 luglio c’è per tutti.

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