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Anche i commercialisti hanno un cuore

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche i commercialisti hanno un’anima, recitava il titolo di una commedia all’italiana. È talmente vero che da tempo circola sui nostri schermi uno spot della corporazione dei fiscalisti nel quale si vedono gli alacri professionisti prodigarsi generosamente nell’interesse della collettività, niente di meno dei pompieri, delle forze dell’ordine, della protezione civile, dei docenti.

E difatti lo slogan scelto dalla loro pubblicità progresso  comunica con icastica immediatezza la loro filosofia: I commercialisti utili al Paese, e come sottotitolo reca Un vero commercialista fa la differenza, denuncia esplicita per l’occupazione del loro spazio di “servizio” alla collettività esercitata da quella conversione dei sindacati da incaricati della tutela dei bisogni dei lavoratori e custodi dei loro diritti, in patronati, centri di consulenza, piazzisti di fondi e assicurazioni.

Non c’è da stupirsi. L’eclissi degli stati, oltre che dei ceti intermedi, quelli della rappresentanza, dai parlamentari ridotti a esecutori notarili degli atti dell’esecutivo sotto forma di fiducia incondizionata, ai partiti trasformatisi in organizzazioni lobbistiche e aziendalistiche, ai leader commercializzati con le tecniche del marketing, ai soggetti di salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale retrocessi da depositari e conservatori di valori a manager e addetti alle vendite, ha reso necessarie altre figure.

Parlo ovviamente degli avvocati in un sistema sociale nel quale la maggior parte delle relazioni personali o  industriali trova il suo sbocco fisiologico in vertenze giudiziarie, degli psicologi, degli assistenti sociali, di consulenti familiari chiamati a dirimere nodi sentimentali ed emotivi che una volta si scioglievano naturalmente in seno alla tribù, dei filosofi un tanto al metro chiamati dalle multinazionali al posto dei feroci cacciatori di teste  “comprendere il presente e formare il futuro” delle imprese, dei coach personali e aziendali, indispensabili per la formazione di addetti a retrocessioni, licenziamenti e delocalizzazioni, dei peacekeeper per sedare  animi accesi e mediare non solo in caso di terrorismo tradizionale, ma soprattutto per   ridurre alla ragionevolezza secondo i criteri di regime lavoratori incazzati, cittadini espropriati, abitanti defraudati, sollecitati a accettare improbabili “compensazioni” forzate, pena la galera anche all’età nella quale ad altri viene offerta la grazia e o una veloce e indolore redenzione.

E parlo  dei Pr e comunicatori, oggi sempre più obbligatori e versatili nei settori della irrinunciabile netiquette, della fotogenia, del food in vista della dovuta presenza nei social anche in forma di selfie continuamente reiterato. Ormai poi non c’è aspirante scrittore che non si doti di un agente, così come se ne equipaggiano influencer, ex tronisti, giornalisti che vogliono assicurarsi cachet prestigiosi per moderare convegni, o per presenziare a talkshow, soubrette richieste in veste di madrine a battesimi, cresime, matrimoni e perfino in qualità di prefiche illustri a funerali Vip.

Proprio vero che gli Usa ci hanno colonizzato anche l’immaginario:  nessuno che voglia consolidare e mantenere un ruolo nel consorzio civile può rinunciare al suo legale, al suo analista, psico o finanziario, al suo agente, al suo personal trainer, al suo coiffeur, al suo consulente matrimoniale, al suo buyer anche per gli acquisti su Amazon.

Figuriamoci se può farsi la dichiarazione dei redditi da solo quando la proclamata semplificazione viene applicata soltanto per promuovere l’aggiramento delle regole, per favorire licenze e deroghe, mentre la severità si impone per  i poveracci, perseguiti se compiono involontari errori, per le partite Iva dei precari strozzati da contratti anomali, per i pensionati costretti a subire il modesto ma necessario taglieggiamento dei patronati, per chi ha una badante e non sa districarsi nelle pratiche che obbligatoriamente l’Inps assolve in via telematica. Figuriamoci se è stata casuale la realizzazione di un sistema fiscale così rigido da diventare arbitrario e discrezionale, per l’impossibilità di applicarne i criteri, quando si trasforma in un gioco di scatole cinesi pieno di fessure che consentono altri giochi ma di prestigio, sotterfugi, espedienti sotto forma di illeciti, evasioni, elusioni, trasferimenti opachi e riciclaggi.

Eh si anche i commercialisti hanno un cuore e spesso pulsa dalla parte del portafogli e pure della rivoltella, se è vero che si tratta di una delle professioni che con maggior scrupolo  si presta al servizio della criminalità organizzata, in veste di colletti bianchi poliedrici e eclettici in tutta la gamma dei reati economici, scouting di aziende in sofferenza da acquisire nel supermercato dell’illegalità, assoldamento di prestanome tra vecchietti in ospizio, pulizia di denaro sporco e riciclaggio dei proventi di droga, prostituzione, gioco: il poco estraneo alla bisca statale, “accoglienza” umanitaria.

A conferma della gran confusione che regna sotto il cielo, tra attività legali e attività rese legali da leggi e convenzioni, ma illecite e delittuose perché colpiscono interesse generale, beni comuni, incrementano differenze a disuguaglianze, traggono profitto dallo sfruttamento più feroce e avido, umiliano e degradano fino alla servitù e al suicidio. E se è ormai accertato che è più criminoso fondare una banca, o salvarla,  che rapinarla.

 

 


Cosmicomiche, i parlamentari dimezzati

visc1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La proposta di riduzione dei parlamentari prima della fine della legislatura è stata messa sul piatto dal M5S, accolta con un certo entusiasmo da Matteo Renzi e infine fatta  propria anche da Salvini, che ha prospettato un suo percorso   secondo il quale sarebbe possibile approvare «per direttissima» la riduzione di deputati e senatori (che porterebbe il numero dei primi a 400, dagli attuali 630, e quello dei secondi a 200, dagli attuali 315, per un risparmio di circa 50 milioni l’anno), sciogliere le Camere, votare con la vecchia legge (dunque continuando a eleggere 945 tra deputati e senatori) e confezionare  definitivamente la riforma nella prossima legislatura.

Un simile e così ampio consenso non può che insospettire: fin troppo facile e perfino banale dire che si tratta di una concessione che chi sente sfuggirgli di mano il “suo” popolo offre in risposta al malessere e alla sfiducia. Un’elemosina che incide sul volume visibile della rappresentanza, non sul suo “peso”  né tantomeno sulla sua qualità.

In presenza di quella che viene ormai chiamata postdemocrazia e nella quale ideali, principi e regole sembrano meritare solo un rispetto formale, pare inevitabile che l’unica forma unanime di partecipazione consista nella sfiducia, nella diffidenza e nel sospetto riservato al “personale” politico, all’attività di rappresentanza e di governo, alle istituzioni, sentimenti e emozioni normalizzati, autorizzati e infine legittimati per via normativa sotto forma di azioni “punitive” di un ceto che ha perso autorevolezza e prestigio.

Su questo sembrano concordare i movimenti che hanno assunto una cifra “impolitica” come fosse un progresso virtuoso di avvicinamento al popolo, cui viene riconosciuto il diritto non più di conquistare il potere, nemmeno di controllarlo ma semmai di ridurlo, mantenendo per sè la prerogativa largamente ininfluente di stigmatizzarlo, penalizzarlo non tanto nella cabina elettorale dove si officia una stanza liturgia, bensì su Internet, dove si conquista il privilegio di minare la reputazione.

Ma sono d’accordo anche i partiti tradizionali, che hanno già approfittato dell’equivoco, a suo tempo con interventi sulla Costituzione che hanno favorito l’impoverimento delle competenze statali per attribuirle a un decentramento solo formale, con i tentativi di marca golpista  di rafforzamento dell’esecutivo per via referendaria, con lo svuotamento dei pronunciamenti plebiscitari e la resa incondizionata a lobby e potentati, come nel caso dell’acqua pubblica, E con la cancellazione delle provincie, allegoria perfetta della manomissione della democrazia,  quando invece di eliminare gli “enti inutili” si sono eliminati gli elettori diventati più che superflui, molesti, quando la semplificazione è diventata complicazione con l’aumento degli organismi intermedi,  la richiesta pressante di fondi per garantire i servizi essenziali su strade e scuole, la potenza malsana data alle pretese di autonomia delle regioni più ricche, e il ridicolo del rito di elezioni, quelle delle Città metropolitane, cui sono chiamati a votare per le supercittà i  sindaci e u consiglieri comunali dei comuni  che insistono nell’area metropolitana.

L’esperienza ci insegna che i tagli, siano quelli doverosi dell’austerità, che quelli  promossi per il nostro bene, per salvaguardare le nostre tasche di cittadini, non hanno mai buon fine: nel caso delle province (che  gestiscono ancora oltre 5100 scuole e l’80% della rete viaria nazionale, ma non hanno più dipendenti né risorse) sono stati sforbiciati energicamente i servizi per numero e qualità, i dipendenti sono stati distribuiti dissennatamente nelle Regioni, nei Ministeri e nei tribunali con il paradosso di barellieri messi a fare i cancellieri (l’informazione viene dall’Upi),  soprattutto non è mai stato calcolato il “risparmio” che secondo il promotore che ha dato il nome alla riforma doveva ammontare a 2 miliardi, poi ragionevolmente ridotti a 32 milioni, rimozione che come si sa riguarda tutto il gioco di scommesse cui siamo chiamati  a contribuire nella bisca dello “sviluppo”.

Sarebbe meglio guardarsi dalle brioche offerte alle plebi malmostose, al posto della crema ci mettono il veleno.


Sovranismo e “addizione” europea

images (1)Oggi ho fatto una scoperta che per me ha dello straordinario: su Marx XXI è apparso un articolo nel quale finalmente si esce dalle mezze parole e si dice che l’Europa è un’entità sovrana e dunque partecipa del sovranismo non diversamente  dagli stati stati che lo compongono: si tratta semplicemente di un ingrandimento quantitativo, di una semplice addizione che non cambia la sostanza e la qualità delle cose quando non la peggiora. Dunque essere antisovranisti in nome dell’Europa è un controsenso, un equivoco o un abbaglio nel migliore dei casi. E’ una cosa che dico da anni e non per merito di particolare intelligenza, ma perché è un fatto ovvio anche a prescindere dagli atteggiamenti sempre più imperialisti e colonialisti assunti dalle oligarchie continentali nell’ultimo quindicennio sulla scia degli Usa, ma perché qualsiasi contesto politico, economico e  territoriale ha senso solo se può esercitare la sovranità al suo interno. Dunque la polemica sul sovranismo è sempre stata priva di un significato fattuale che non fosse quello di mortificare la sovranità degli Stati storici dove questa ha ancora bisogno di un qualche consenso popolare, sia pure estorto a media armati, per esaltare quello dell’Unione la cui governance non deve temere un simile fastidio. E’ ben noto come il Parlamento  che andremo a eleggere sia del tutto privo di poteri. una sorta di allegoria democratica come i carri di cartapesta a Carnevale, con la sola differenza che non ci si diverte affatto. Del resto non è che l’unione di 50 stati al di là dell’atlantico che molti europeisti destri e sinistri prendono a modello sia per ciò stesso garanzia di assenza di nazionalismo, anzi si tratta dell’entità più nazionalista che si vede da secoli.

La cosa straordinaria e inquietante è che ci siano voluti parecchi anni perché questa cosa così lampante sul sovranismo europeo cominciasse ad emergere dalle acque torbide dei discorsi in malafede o semplicemente ottusi, anzi forse proprio grazie alla quantità di fango storico – politico che gli oligarchi del continente hanno sollevato su Russia e Cina, mostrando un volto sciovinista e allo stesso tempo servile nei confronti di oltre atlantico che è tipico delle posizioni ultranazionali . O forse sta emergendo via via che diventa più chiaro come le retorica dell’Unione abbia in realtà come protagonisti gli stati più forti che hanno imposto le regole, metodi di convivenza e alla fine un giogo mortale agli altri.

Si dice che non è mai troppo tardi, ma non sempre è vero: non lo è in questo caso proprio per le sinistre residuali che dopo il crollo dell’unione sovietica hanno trovato nell’europeismo un rifugio, una tendopoli per terremotati e vi hanno trasportato le suppellettili  scampate al disastro. Soprattutto un internazionalismo esaltato e astratto, nato all’indomani del primo massacro bellico, incline a considerare superata la questione nazionale e di conseguenza a delegittimare non soltanto l’autodeterminazione dei popoli ma anche i problemi della rappresentanza collegati agli stati, gettando il bambino con l’acqua sporca. Si tratta di vizi antichi e di dialettiche di base, nati col marxismo stesso  visto che lo sviluppo capitalistico in occidente è stato determinato nella sua nascita e nelle sue forme dai surplus dovuti inizialmente alle rapine nel medio oriente di cui gli italiani furono maestri, poi allo sfruttamento del nuovo continente che ammazzo lo Stivale e fece decollare gli stati atlantici, infine alla politica coloniale in Africa, Asia e Sud America. Questo nodo gordiano rende praticamente impossibile alla sinistra sia riconoscere fino in fondo i vizi assurdi dell’Europa, sia comprendere come – ad esempio – in Cina non si pratichi tout court un semplice capitalismo nemmeno più tanto travestito, ma si applichi una peculiare forma di liberazione da un capitalismo che si è proposto essenzialmente non come scontro di classe, ma come dominio coloniale. Del resto basta leggere Mao per vedere che il grande timoniere già nel 1940 intendeva  prima di  arrivare al socialismo, “sgomberare il terreno allo sviluppo del capitalismo”. E questo non per creare ipotetiche condizioni rivoluzionarie che si sono dimostrate relativamente inconsistenti sul piano storico e anche su quello teorico, ma perché nessuna rivoluzione sarebbe mai possibile sotto un dominio esterno di natura esplicita o implicita.

Su questo si potrebbe discutere a lungo, come del resto si è fatto nell’ultimo secolo, ma non è lo scopo di questo post che invece vuole salutare il farsi strada di una visione apertamente diversa rispetto all’idea di Europa anche all’interno di ambienti tendenzialmente incollati all’ortodossia. Certo fuori tempo massimo per guidare o anche per condizionare in un modesto sub appalto gli sviluppi di una lotta di liberazione dall’oligarchia. Ma se è troppo tardi per far sentire la propria voce, non è non è mai troppo tardi per rinascere.


Il Re Sole nell’inverno della democrazia

7788539927_emmanuel-macron-le-14-mai-2017-a-l-hotel-de-ville-de-parisSpesso si dice e si argomenta che la grande astensione dal voto finisca per indebolire gli eletti, ma questo è vero solo in un contesto di democrazia reale nella quale il problema della rappresentanza diventa cruciale, non in sistemi di governance dove quest’ultima, oltre ad essere vittima della comunicazione globale, acquista un senso solo in relazione al rito delle urne ed è comunque così deformata dai sistemi elettorali iper maggioritari da perdere qualsiasi peso. Così può facilmente accadere di essere eletti e di godere di larghe maggioranze con una percentuale minima di consensi senza che questo costituisca un problema anzi stimolando presidenti, premier e maggioranze di minoranza ad agire al di fuori di ogni consenso e mettendo in piena luce le nuove forme che l’autoritarismo sta acquisendo nel terzo millennio.

E’ ciò che è accaduto con Macron, portato all’Eliseo da appena il 16 per cento del corpo elettorale, il quale subito dopo le elezioni politiche ha gettato la maschera. Non solo si è impadronito di tutti i posti chiave nelle istituzioni non lasciando nulla all’opposizione ( e nemmeno agli alleati se è per questo), violando così un’ antica tradizione della Repubblica, ma adesso si fa Re Sole e annuncia la decisione del tutto inedita e irrituale di tenere un discorso “al congresso”, ovvero ai parlamentari congiunti di Camera e Senato riuniti a Versailles: il tema è il programma da seguire nel prossimo quinquennio che naturalmente consiste in una valanga di “riforme” neo liberiste. Lo scopo di questa assemblea dalla quale è completamente assente la stragrande maggioranza del popolo è quello di minare l’autorità del suo stesso governo e del suo primo ministro Eduard Philippe, per far intendere bene a tutti che è lui a prendere ogni decisione, che non è più la massima autorità, ma l’unica. Cosa non da poco visto che questa riunione degli stati generali alla reggia di Versailles per determinare la politica nazionale è in completo contrasto con la lettera e lo spirito della Costituzione della Quinta repubblica la quale stabilisce che debba essere il governo a determinare e dirigere la politica nazionale.

Così fin dall’inizio il Parlamento già gravato dalle profonde deformazioni della legge elettorale francese, si avvia ad essere di fatto esautorato, ma contemporaneamente anche viene esautorato anche il popolo visto che Macron che si è anche rifiutato di concedere la rituale conferenza stampa per la festa nazionale del 14 luglio e non certo per timore di trovarsi in difficoltà visto che si tratta di appuntamenti comunicativi già ampiamente concordati e addomesticati, ma di pura noncuranza se non disprezzo per il popolo. Adesso in Francia si comincia a parlare di deriva bonapartista da parte di quello che si era presentato come il campione della democrazia liberale e in prima fila sono proprio coloro che avevano consigliato il voto per Macron per fare fronte contro la Le Pen e da perfetti imbecilli avevano dato addosso a Melenchon reo di aver suggerito l’astensione alle presidenziali proprio per non far stravincere il cocco di Rothschild e provocare un disastro anche alle politiche. Adesso che la frittata è fatta socialisti e comunisti, insieme anche ai vecchi gollisti  sono in pieno marasma dovendo subire un’ offensiva autoritaria che essi stessi in qualche modo hanno propiziato. Melenchon è l’unico ad essersi rifiutato di andare alla corte di Versailles con la sua France Insoumise a fare il suddito obbediente, ma francamente non si sa bene a cosa possa portare questo aventino visto che il momento d’oro della sua nuova sinistra è rimasto impigliato nei tentacoli di quella vecchia e non si sa quanto possa rappresentare per i francesi un’alterniva a tutto campo.

La tracotanza di Macron nasce proprio dall’essere un presidente eletto da una minoranza assoluta di francesi: non ha alcuna ragione di inseguire il consenso e tantomeno quello di attenersi a un programma visto il suo era composto solo di slogan assolutamente vaghi e privi di ogni contenuto: è un presidente eletto dai poteri finanziari e dai media che sono in mano ad essi, è a loro che può andare semmai la sua gratitudine, a loro offrirà le sue ottuse ricette reazionarie. E del resto i francesi astenendosi in massa dalle elezioni politiche hanno espresso una totale sfiducia nelle istituzioni che paradossalmente può essere usata a proprio vantaggio proprio da Macron. C’è chi si illude che la frattura fra popolo e palazzo rappresenti un pericolo per quest’ultimo quando invece lo è semmai per il popolo stesso.


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