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Magna Letizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vorrei  che occupati a approfittare dell’opportunità  offerta dalla rete di emettere una condanna giudiziaria, purtroppo solo virtuale, vi foste dimenticati di quella morale nel caso ricordaste la toccante immaginetta della ministra dell’Istruzione, candidata sindaco di Milano, Letizia Moratti Brichetto Arnaboldi  che un 25 aprile 2006 in piena campagna elettorale spinge spudoratamente la sedia a rotelle dell’anziano padre, in qualità di testimonial del suo antifascismo, “dinastico” come il talento per le assicurazioni e le intermediazioni.

 Ma della persona giusta al posto giusto, in questo caso quello di Assessora alle Politiche sociali della Regione Lombardia, ben altro potremmo dire oltre all’inanellarsi di accuse e pendenze, nonostante che  solo per quello si dovrebbe ricorrere a quella misura non eccezionale:  commissariare il Pirellone,  come si è fatto in passato con una determinazione attribuibile più che all’ardimento degli Esecutivi di allora al fatto che si trattava di enti che non possedevano l’autorevolezza politica e morale della operosa Lombardia e del suo capoluogo.

Eh si, non occorreva assistere al simpatico siparietto del leccaculo di tutti regimi, anche lui perenne e infestante come l’intervistata, per sapere che cosa aspetta la regione più colpita dal Covid, per effetto di anni di demolizione del sistema sanitario, dei guasti ambientali, di una urbanizzazione selvaggia compiuta per appagare gli appetiti di una cupola bancaria e imprenditoriale della quale la Moratti, da pochi mesi in temporaneo riposo dopo le dimissioni da presidente di UbiBanca,  è la plastica incarnazione, la figura allegorica ritratta sul frontone del tempio dei mercanti che impartiscono i comandi per quello che poi la politica scrive sotto dettatura.

E il delicato quadretto che ho richiamato alla memoria è davvero simbolico della sfrontatezza irriguardosa di certi personaggi durevoli.

Rivela il segreto della loro condizione di intoccabili e intangibili, con le mani in tutte le paste e in tutti i vasi di marmellata, invidiati e imitati per aver combinato una impudente spregiudicatezza con le benemerenze frugali e morigerate degli “anonimi lombardi” che crollano quando i cuori di mamma e i portafogli di papà devono ammorbidirsi per figli un po’ discoli. Come successe per il suo candidato assessore all’atto dell’elezione a sindaco, quel Maurizio Lupi già incaricato dell’urbanistica dal 1997 al 2001, con Albertini, poi deputato Pdl,  proponente di una legge che per miracolo non venne approvata e che sanciva  le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria devono avere  le stesse prerogative nel governare il territorio, infine poi titolare dei Trasporti coinvolto in uno scandalo per incarichi opachi. E anche lui afflitto da un junior ingombrante almeno quanto il proprietario della Bat-casa, il loft abusivo dello scapestrato rampollo della Letizia. 

Anche Lupi era un esponente di spicco di Comunione e Liberazione, un’appartenenza che distingue da subito la solida ragazzona, avviata dal babbo alla carriera di broker quando le altre festeggiavano il debutto in società al Circolo, in combinazione con quel piglio dinamico e spiccio di rito ambrosiano, interpretato magistralmente dalla Franca Valeri nel “Vedovo”.

E deve essere davvero una miscela vincente insieme a un arrivismo sfrenato e a una bulimica avidità in grado di garantire successo e incarichi politicamente e socialmente prestigiosi a soggetti  eternamente indagati e troppo spesso prosciolti, che restano là e si rinnovano indeformabili e  inviolabili.

Basta pensare a lei come  all’iniziatrice del sacco di Milano, anche se poi la sua opera sarà completata da due sindaci che hanno preso sul serio la missione di esecutori del suo disegno, ispirato alla trasformazione della pianificazione del territorio in una pratica negoziale per la cessione ai privati di territorio e beni comuni, la cancellazione dell’urbanistica dal panorama legislativo.

Si deve a lei il programma di scaricare  sulla città, grazie a un Pgt poi ritoccato addirittura in peggio dal successore, 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni  che dovevano essere  realizzate entro il 2030, un volume di quasi 160 nuovi Pirelloni che, uno sopra l’altro, formerebbero una torre di 20 chilometri, un frontline irto di grattacieli – secondo i suoi visionari amministratori dovevano essere almeno 50 nella Dèfense meneghina della Zona Nord, per far compagnia alle cinque torri di proprietà del gruppo Ligresti, destinate al terziario e già allora ridotte a inquietante archeologia a fronte della statistica che denunciava almeno un milioni di uffici sfitti. 

E sempre lei è la fanatica profetessa della “valorizzazione” grazie all’operazione  che ha come teatro l’ex Fiera/Citylife, il Porta Nuova District degli ex scali ferroviari FS/Sistemi Urbani, l’ex Piazza d’Armi, le ex caserme, le cui quantità edificatorie permesse dal Comune  sono state e sono “consensualmente contrattate” in base ad accordi con le proprietà fondiarie e gli investitori:   Intesa San Paolo, Generali, Hines-Catella, Fondo Sovrano del Qatar.

Nemmeno i fallimenti dei suoi sodali, le voragini in bilancio delle banche amiche aveva potuto dissuaderla perché intanto si mettevano le basi per il Grande Evento del secolo, l’Expo, con la sua Grande Corruzione malgrado la nomina di un Commissario che casualmente in seguito diventerà primo cittadino malgrado il flop e oggi ricandidato, malgrado il controllo dell’Autorità anticorruzione costretta a prendere atto del capolavoro di illegalità realizzato grazie alla conversione di un intervento  definito “di interesse generale” in “benedetta emergenza” da fronteggiare stravolgendo le regole e le procedure d’appalto, nominando autorità speciali, producendo varianti, comprando a caro prezzo terreni che ancora oggi sono ridotti a mesta discarica delle vestigia del Bal Excelsior della nutrizione.

Era quella la Città Ideale, l’Utopia di Letizia, laboratorio a un tempo della concezione di cittadinanza di Comunione e Liberazione e del New Public Management meneghino degli indagati dopo ManiPulite  che non si fecero mancare qualche imputazione di intreccio con la ‘ndrangheta.  

D’altra parte questa commistione tra marketing del bene comune   e il  bigottismo da inveterata baciapile aveva lasciato un’impronta indelebile con la sua riforma dell’istruzione , quella della Scuola delle Tre I – Impresa, Inglese, Internet,  ostaggio del pensiero quantitativa e dell’ideologia  del saper fare, dell’aziendalizzazione dell’istruzione fino alla fornitura gratuita di manodopera alle aziende con l’Alternanza scuola-lavoro, con le premesse per la creazione della figura del Dirigente Scolastico  e la premialità per docenti coinvolti in attività di tipo organizzativo o in base ad un “merito” valutabile attraverso test per infiltrare nel sistema didattico gli imperativi e  i criteri del mercato: debiti, crediti, successo formativo, performance, obiettivo, risultato, servizio all’utenza, open day. Anche grazie a una pedagogia selettiva rivolta a studenti-clienti.

E mentre al tempo stesso lanciava l’ipotesi di cancellare l’odiato evoluzionismo e Darwin dai programmi scolastici, preferendogli la narrazione mitico-simbolica della “creazione” con tanto di serpenti, mele, diavolacci e quella troietta di Eva .

E sempre lei in veste, come ama definirsi, di “civil servant”, si prodiga da presidente del servizio pubblico per dare concretezza al progetto di RaiSet, definendo la Rai doverosamente “complementare a Fininvest”, immaginando una felice ristrutturazione secondo i criteri dell’impresa privata per esaltare competitività e promuovere concorrenza interna, per incrementare i budget pubblicitari, ipotizzando la svendita del patrimonio immobiliare e la messa sul mercato con vari “scivoli” delle risorse umane, promettendo agli italiani un’ azienda “miliardaria” instancabile produttrice di intrattenimento, leggero come la scuola,  più che di molesta informazione.   

Insomma anche senza l’enunciazione dei suoi programmi, sappiamo cosa possiamo aspettarci da lei che non avrà nemmeno bisogno del fertile humus   dell’autonomia differenziata  per consegnare definitivamente i rottami della sanità pubblica a privati efficienti e officianti il rito della caritatevole assistenza a caro prezzo: obiettori di coscienza, preti, monache, aziende, “comunità” e ong opache e fondazioni sospette, come ormai è uso globale da quando tutto quello che riguarda l’interesse collettivo a cominciare da salute, ricerca, scuola è delegato alle major confessionali del Mercato.

Non c’era da credere a Cacciari quando disse che bisognava eleggere rappresentanti ricchi che così non erano costretti a  rubare, se nessun ente preposto cercherà l’antidoto per la malattia che affligge il privilegio, l’avidità.


Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


I giorni di Superman

Look2Uno entra in macchina, si mette la cintura, deposita la chiave da qualche parte,  pigia il pulsante di accensione  e immediatamente parte la radio sintonizzata giorni prima su un canale Rai, quindi mentre fa manovra sente questo siparietto di cui non si conosce l’origine: apprende che nel 1938 ci sono due cattive notizie, ma per fortuna anche una buona. In quell’anno – spiega una garrula voce – Hitler assume il comando delle forze armate tedesche e in Italia vengono varate le leggi razziali, ma in compenso in America appare la prima storia di Superman. Lasciamo perdere il fatto che la questione del comando della Wehrmacht è una questione puramente formale e che magari occorreva citare l’invasione tedesca di Boemia e Moravia e la successiva conferenza di Monaco, ma ciò che colpisce  come un sasso  è l’incommensurabilità fra gli eventi, fra la tragedia che si affacciava sull’Europa e una striscia e fumetti.  In quell’anno tra l’altro furono significativamente pubblicate La Nausea di Sartre e la Cripta dei cappuccini di Joseph Roth che hanno molto più da dire sugli gli avvenimenti di un fumetto ispirato alla fantascienza più ingenua.

Ma si ha l’impressione che chi ha scritto o improvvisato il testo non sappia nemmeno di cosa stia parlando e rimbambito dalla infiorescenza micotica dei supereroi, espressione dell’imperial hollywoodiano oltreché della miseria intellettuale del presente,  interpreti il vagito dell’uomo di acciaio come un evento di cruciale importanza.  Potrebbe sembrare il frutto di qualche decerebrato ” all american”, esemplare umano che di certo non difetta alla Rai ed è invece espressione della cultura di un’intera generazione totalmente fumettara e filmica, comunque eterodiretta, che ha perso il senso di sé e della vita, che non riesce e non vuole andare oltre la celebrazione del proprio ego interpretando questa condizione di  prigionia culturale dentro il pensiero unico, come libertà. E per compensare l’ incapacità di rapportarsi agli altri, anzi di concepirli in senso sociale, si mette la maschera del finto buonismo, del politicamente corretto, dispensa buone intenzioni sui social, protesta contro l’odio e la violenza con odio e violenza verbale, mentre è disposto a qualsiasi cosa per la propria scalata sociale e per la propria visibilità dentro il gregge. L’unico vero peccato per l’egoismo coatto è non essere dentro la corrente, non essere trendy, di qualunque cosa si tratti, dell’ambiente o dell’ultima pastiglia in smercio, della cosiddetta democrazia come del fregiarsi di qualche intolleranza alimentare di fantasia, di essere cittadini del mondo non accorgendosi di non essere più cittadini, di vestirsi come si deve così come essere contro il mostro di turno. Sì, perché dentro tutto questo non senso è solo la presenza di un nemico indicato di volta in volta che può fungere da collante. che permette di appropriarsi di parole e illusioni che sono solo tatuaggi mentali o ancor meglio oggetti consumo da rinnovare come fossero cellulari.

Inutile dire che nessuno si interroga davvero sulla democrazia o sul fascismo o sul sovranismo o sul populismo: sono soltanto nomi, si tratta al massimo di emozioni e non di sentimenti, tanto meno di idee, perché è proprio il vuoto a creare un’insoddisfazione che per essere temporaneamente placata ha bisogno di oggetti, di funzioni – finzioni  sempre nuovi, di una circolarità che fa rimanere sempre allo stesso posto come la cavia che corre sulla ruota. Alla fine è solo la perpetuazione di questa condizione ciò che conta ed solo in questo contesto antropologico così bene espresso dalle sardine che si può arrivare a pensare che nel 1938 la bella notizia possa essere la prima uscita di Superman, soprattutto pensando che proprio il superomismo nelle sue varie forme è una tipica espressione narrativa del fascismo (qui ovviamente Nietzsche non c’entra nulla), sia pure nella sua forma proto liberista.  Quella comparsa era in realtà inquietante per il futuro quanto il presente di allora: non è un caso se in una storia comparsa nella primavera del 1940 l’uomo d’acciaio, già arruolato, cattura Hitler e Stalin ponendoli sullo stesso identico piano, cosa che 80 dopo verrà fatta dal parlamento europeo la cui fondamentale cultura è sovrapponibile a quella dei fumetti più popolari .


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