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Sopra il sofà le capre campano

471676789_493So bene che i tempi che corrono non basterebbero cento post al giorno per dire tutto ciò che grida e indigna: oggi ci sarebbe, ad esempio, da parlare il tentativo del guappo di Rignano di dividere il referendum costituzionale in più domande così da non rischiare una bocciatura totale e avere il destro per non dimettersi: un mezzuccio – ça va sans dire anticostituzionale – ma per un bandito sono bazzecole così come è una bazzeccola per la sua Bonnie dire che votare no al Referendum è essere dalla parte di Casa Pound. E c’è l’emersione del fronte Washington – Al Qaeda – ribelli moderati (alla faccia sono quelli del Sarin) mettendo a nudo di che pasta è fatta l’opposizione ad Assad. Ma io invece voglio parlare di mobili, di divani per mostrare come le cosiddette leggi economiche alle quali ci viene chiesto di sacrificare diritti, libertà e futuro, sono in realtà gestibili come si vuole dal contraente più forte.

Lo sappiamo tutti che da anni abbiamo imperdibili e stratosferici sconti che scadono domenica e riprendono il lunedì, di marche mobiliere che puntano in pubblicità sulla figura dell’artigiano, ma che in realtà non sono nient’altro che marchi i quali  semmai gli artigiani veri e le fabbrichette le prendono per la gola per poter fare le offerte. Ora che motivo ci sarebbe di farsi ridere dietro con questa scadenza fasulla degli sconti, con il rischio di far intravvedere una scarsa serietà di fondo? Non basterebbe abbassare i listini e finirla lì? No di certo: i listini sono sacri anche quando c’è una forte diminuzione degli avcquisti, sono lì a sbeffeggiare la legge dell’offerta e della domanda dimostrando che i prezzi calano solo temporaneamente ed eccezionalmente e che la diminuzione del costo del lavoro indotta dalla precarietà, dal job act e dal sistema di ricatti occupazionali in atto si traduce in un calo dei prezzi reali solo provvisorio ed effimero. Con il vantaggio di stimolare gli acquisti proprio per questa natura transitoria  dell’offerta.

Non voglio soffermarmi sul complicato meccanismo degli sconti che serve ad aumentare i profitti, sta di fatto che essa è la sconfessione palese di una delle leggi base dell’economia classica, la dimostrazione del baco che esiste in teorie che considerano gli scambi come se essi avvenissero tra soggetti su un piano di parità che nella realtà  non esiste mai. Così come del resto la famigerata concorrenza. Chissà che un giorno si esca fuori dal sonno dogmatico e si cominci a vedere come  l’economia determini la struttura sociale se non altro nella stessa misura in cui la struttura sociale di fondo e i rapporti di potere determinano l’economia. Ora tutto questo esce fuori da qualche sofà? No questo è solo l’esempio più comico di una politica dei prezzi, la medesima cosa avviene in quasi tutti i settori: per esempio il mini boom dell’auto non fatto diminuire di una lira i listini, ma si è costruito attorno ad offerte, sconti, leasing occulti, finanziamenti agevolati. E così via dai mobili agli elettrodomestici, dai telefoni agli alimentari: solo raramente e marginalmente si assiste ad una diminuzione di prezzo ufficiale. Anzi pur di evitare un simile esito le aziende preferiscono aumentare la quantità di prodotto o la sua dotazione, tanto l’utilità marginale sale con il calo reale dei salari.

Dunque non si tratta di eccezioni alla regola, ma dell’eccezione che si fa regola e che mostra come certe leggi valgano solo  al rialzo, almeno nel campo della manifattura e dei servizi. Eppure è in nome di queste leggi che il ministro Giannini può permettersi di dire “Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate (sic, forse la poverina voleva dire certezze non immediate, ma non possiamo pretendere troppo da una raffinata intelligenza come la sua) fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti… la famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno”. Ma al suo posto per fortuna esisterà il divano, plastica rappresentazione dei valori di riferimento.

 

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Il guappo resta senza corrente

matteo-renzi-mento-756214Nessun potere è illimitato, nemmeno quello della menzogna o della bugia che diventa verità a forza di ripeterla, nemmeno quello del silenzio: le deformazioni narrative operate da un sistema al tramonto il quale  è arrivato persino a suggerire, tramite l’ Fmi e il suo ultimo Global Financial Stability Report che  viviamo troppo a lungo per garantire lauti profitti ai ricchi, alla fine cominciano a mostrarsi nel loro aspetto peggiore. Vengono smascherate come si diceva un tempo. E che clamoroso strappo di maschera costituisce  un dato che non ho trovato sui giornali, che non è stato annunciato in tv dalle volonterose speaker , ma si trova solo nelle tabelle di Terna la società che gestisce la rete elettrica italiana: a marzo i consumi di energia elettrica sono stati i più bassi di sempre o meglio da quando esistono misurazioni affidabili. Sono calati del 2,9% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso che è già stato in assoluto uno dei più magri.

Mi domando di fronte a questo dato che riflette in maniera diretta lo stato dell’economia e ne è un indice fondamentale, che fine possa fare quel  libro di fantascienza chiamato Def, Documento di programmazione economica finanziaria, in cui il governo ha previsto un aumento del Pil dell’1,2 %, già corretto all’ 1% dall’ Ocse: è già pronto per il cestino. Del resto anche la misura della deflazione riflette quasi alla perfezione lo stato delle cose denunciando una diminuzione dello 0,2 per cento dei prezzi al consumo su base annua e questo nel pieno dell’operazione Draghi. Il calo dei prezzi è certamente una cosa buona per tutti  noi, ma a livello macroeconomio rende più arduo ripagare il debito pubblico, contratto in tempi di inflazione e dunque con interessi ormai privi di relazione con l’economia reale. E come se aumentasse lo spread.

Di tutto questo però non c’è traccia nell’informazione, mentre compare qui e là la notizia dell’aumento del consumo dei prodotti petroliferi come se fosse la buona novella del profeta Matteo, quando è solo l’effetto del calo dei calo dei prezzi del carburante per autotrazione e del mini boom automobilistico, anch’esso innescato da offerte commerciali per così dire deflattive. Qualcosa che negli Usa è già arrivato al capolinea con segni meno che si affollano fin dall’inizio dell’anno e che sta sfociando in stagflazione ( aumento dei prezzi in  presenza di un calo dell’economia). Naturalmente tutto questo si riversa sui conti pubblici, impostati su una crescita ipotetica di pura fantasia che non solo non ci sarà, ma che potrebbe anche portare a un segno meno. Ecco perché il guappo di Rignano si agita scompostamente e chiede con insistenza a Bruxelles la concessione di flessibilità: sa bene che per stare dentro i conti dovrà rimangiarsi le promesse, togliere altri soldi ai pensionati (cosa che farebbe comunque su indicazione dell’angelo della morte Cristina Lagarde) e mettere nuove tasse, cosa estremamente sconsigliabile in vista del referendum costituzionale che Renzi, ma l’intero ceto politico morto o di malavita, vuole vincere  per incistarsi definitivamente nel potere. Unilaterlamente nel segno di Matteo, bilaterlamente con l’opposizione puramente figurativa  della destra, trilaterlamente nello spirito.


Deflazione: l’economia di lor signori

produzione_4_produzione_immaterialeE’ stupefacente come dopo anni di massacri sociali di ogni genere sempre presentati come necessari e “moderni”, gli ambienti finanziari, bancari e confindustriali si preoccupino del pericolo di deflazione, ossia della diminuzione generale dei prezzi dovuta al calo della domanda.  L’allarme viene lanciato ormai da settimane, se non da mesi, perché ovviamente la situazione rischia di mettere in crisi i ricavi delle aziende, le quotazioni azionarie, gli asset bancari, e – in prospettiva- anche il debito aggregato visto che il calo dei prezzi (da settembre si calcola un ritmo del 6,5% in Grecia, del 5,6 in Italia, del 4,7 in Spagna, del 4 in Portogallo, del 3 in Slovenia e quasi del 2 in Olanda), riduce il pil e rende di fatto inutili i sacrifici dal punto di vista del debito pubblico e rimette in pericolo l’euro.

Quindi tutti questi signori con i corifei delle società di rating in testa alla processione con la sacra immaginetta del profitto, dopo aver devastato pensioni, salari, diritti e lavoro, invocano dalla Bce un’operazione di quantitative easing, ovvero di immissione massiccia di denaro alle banche in modo da eliminare i titoli tossici, curare le perdite e possibilmente rilanciare un po’ di credito o in alternativa un’altra stagione speculativa. Insomma nel tentativo di riportare un po’ su l’inflazione.

Questo ci fa vedere con una chiarezza davvero cristallina come l’economia sia la “scienza” e la prassi dei ricchi, perché non c’è nemmeno un cane che si sia domandato se una iniezione di inflazione nel sistema non renda ancora più drammatica la condizione di milioni e milioni di persone, a cominciare dai pensionati e precari italiani per finire ai minijobbisti tedeschi, che si troveranno ad affrontare una crescita dei prezzi, dunque una diminuzione di un potere di acquisto che è già al limite.  E che certamente non hanno alcuno strumento automatico di aumento delle retribuzioni, nessuna speranza sindacal contrattuale e anzi vengono investiti da una continua caduta dei salari.

Ma chi se ne frega. Se i profitti sono in diminuzione, se le sofferenze bancarie aumentano, pompiamo soldi nel sistema, aumentiamo artificialmente l’inflazione, portandola al di là della dinamica della domanda: che i poveracci si arrangino. Purché sia salvo ancora una volta l’euro, purché l’economia dei ricchi non subisca dei contraccolpi. Così proprio quell’inflazione che qualche decennio fa penalizzava i lavoratori, tanto da richiedere l’abolizione della scala mobile, adesso viene vista invece come la salvezza dei banchieri e delle casse aziendali.

Chiamiamola scienza, anche se spesso sembra proprio una truffa.


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