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La leggenda del Buon Traditore

buscetta il traditore-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ un buon film Il traditore  di Bellocchio sulla figura del boss dei due mondi, in più famoso dei collaboratori di giustizia, Tommaso Buscetta.

Serviva proprio di questi tempi quando la mafia è stata sottoposta a un processo di normalizzazione, che fa da sfondo a altri fenomeni più scottanti, terrorismo, immigrazione e quando rappresentanti delle istituzioni se ne ricordano nelle doverose celebrazioni estive e se ne imputa qualche recrudescenza locale alla presenza della criminalità degli stranieri.

E’ un cattivo film perché dispiega oggi tutti gli stereotipi letterari e sociologici che sono stati ampiamente superati dalla realtà: dalla miseria combinata con i codici genetici della ferocia ferina,  che espone inesorabilmente una cerchia  di “mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquàdi” al rischio implacabile dell’assoldamento e all’affiliazione nei clan al servizio di padri padrini e padroni, alle liturgie di affiliazione e quelle in onore di Santa Rosalia, dai miti virilisti degli sciupafemmine nutriti nel culto della famiglia quella mafiosa e quella domestica, a quei  valori ancestrali di Onore, Rispetto, Fedeltà, Solidarietà e Assistenza.

È un buon film, perché uno di quegli stereotipi, la sicilianità,  lo tratta con ingegno narrativo a cominciare da quel ritratto di interno  delle prime scene: donne ingioiellate e uomini in abito scuro  che danzano armoniosamente nella penombra dei grandi saloni di una dimora opulenta alla festa della riconciliazione  tra Riina, Buscetta, Pippo Calò, Totuccio Contorno,  Badalamenti con mogli e figli e famigli, ricordando il ballo nel Gattopardo più che il Padrino.

È un cattivo film perché   alla sicilianità, sinistramente rammentata come appartenenza irrinunciabile perfino da uno stornellatore sospetto negli States, si lega la potenziale affiliazione mafiosa come un tratto antropologico incontrastabile, insieme alla paccottiglia dell’osservanza di principi patriarcali e di codici d’onore disonorevoli, come quello cui obbedisce Buscetta che vanta di non avere le mani lorde di sangue, ma è costretto per spirito di servizio e fedeltà alla famiglia a compiere l’esecuzione differita di chi si era salvato facendosi scudo del figlio bambino e poi giovinetto.

È un buon film perché ci conduce passo passo in un percorso psicoanalitico che indaga l’uomo ma vuole anche interpretare i miti della fidelizzazione e del tradimento, (ha detto Bellocchio: nella storia tradire non è sempre un’infamia. Può essere una scelta eroica. I rivoluzionari, ribellandosi all’ingiustizia anche a costo della vita, hanno tradito chi li opprimeva e voleva tenerli in schiavitù) che, oggi più che mai, non riguardano soltanto i contesti criminali.

È un cattivo film perché  in una parabola del Cavaliere, la Morte e il Diavolo, il transfert si muove al contrario  con lo strizzacervelli che si innamora e si fa possedere sentimentalmente e moralmente dal paziente, grazie alla fascinazione esercitata da un eroe negativo, che in tutta la narrazione conserva un carattere epico e perfino lirico per via del dolore che procura e che gli viene procurato. Facendone appunto un cavaliere solitario già condannato alla Morte come il suo giudice, in quello strano sodalizio di vizio e virtù,  cui dice in uno dei primi incontri:  «Dottor Falcone, dobbiamo decidere solo una cosa, chi deve morire prima se lei o io» mentre il Diavolo è incarnato dalla icona impersonale remota e enigmatica del potere politico, quell’Andreotti che prende appunto ermetico e intoccabile.

È un buon film perché aggiunge una galleria di ritratti formidabili per il loro valore documentaristico all’inventario della banalità del male, con i ghigni e gli sberleffi delle belve in gabbia nell’aula bunker,  la loro rozza volgarità che fa da scudo a intelligenze limitate ma a furbizie smisurate, quanto l’impudenza e il cinismo sanguinario di bruti che digrignano i denti e fanno versacci per nascondere la loro impotenza di animali provvisoriamente braccati.

È un cattivo film perché non spiega come mai la potenza di   cerchie  così poco plausibili  si sia rivelata invincibile, se si è infiltrata e ha innervato tutta la società ben oltre l’influenza del ceto politico, impersonato da un imperscrutabile Belzebù ieratico, così come avevano voluto far credere anche i professionisti dell’antimafia, per omettere o rimuovere che il totalitarismo economico e finanziario ha imparato a integrare i metodi criminali e a mutuarne abitudini e modalità in nome di interessi, aspirazioni e istinti comuni: avidità, sfruttamento, corruzione, speculazione, crudeltà anche se agli omicidi preferisce i suicidi indotti, fisici e morali con l’annientamento ineluttabile di dignità e speranza.

È un buon film perché ci fa respirare quell’aria avvelenata dicendoci che nessuno è davvero innocente se lasciamo fare, se fingiamo che la mafia sia un incidente della storia che finirà con i mafiosi, quando invece continuerà a essere vivi e vegeti il profitto, la sopraffazione, la cupidigia di accumulazione.

È un cattivo film perché la ribellione al sistema criminale  prende la forma del tradimento legittimo e autorizzato perché, ha dichiarato l’autore, chi ha veramente tradito i principi ‘sacri’ di Cosa Nostra non è stato Tommaso Buscetta, ma Totò Riina e i Corleonesi, suffragando l’ipotesi irrealistica e antistorica di una degenerazione, di una aberrazione della mafia siciliana avviata con l’ingresso nel brand della droga, come se non avesse ragione Falcone cui fa dire nel film, ma se ne trova traccia nei verbali: non esiste la mafia buona, la mafia è crimine e violenza, anche quando non ammazza ma fa la scalata alle aziende pulite, entra nei consigli di amministrazione delle banche, compra le pizzerie di Milano e le vendemmie di prosecco del trevigiano, quando si accorda con i vertici delle imprese costruttrici e diventa soggetto leader nella realizzazione di grandi opere e grandi eventi, occupando il sistema degli appalti e degli incarichi, realizzando i cicli completi di corruzione e riciclaggio, avvelenando territori, coprendoli di pale, scavando e riempiendo tunnel e canali.

È un buon film Il traditore, andatelo a vedere, perché fa pensare. E’ un cattivo film Il traditore, andatelo a vedere perché fa pensare.

 

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Quattro chiacchiere su Hannibal

155014914-2510a104-3d45-4058-ad49-b562e1ca0967Da due settimane a questa parte ci è stato detto che l’anticiclone africano Hannibal, avrebbe dominato il periodo di Pasqua, portando quasi dovunque temperature estive e bel tempo sullo Stivale salvo in qualche ristretta area come quella di Venezia, dove il turismo comunque non si ferma mai, che avrebbe visto un’eccezionale acqua alta . Aspetta e spera perché nella settimana festiva non soltanto le temperature sono rimaste nella media stagionale, anzi in qualche caso leggermente al di sotto di essa, ma piove quasi dappertutto e anche a Pasqua e Pasquetta ci sarà tempo fresco e perturbato soprattutto all’interno e sulle coste meridionali tirreniche. Ora si può certamente sbagliare nel fare le previsioni del tempo o aumentare di 30 centimetri le previsioni mareali sulla laguna veneta, ma io che sono collegato ad una rete meteo internazionale distribuita su tutto il pianeta di questo allarme caldo e sole non vedevo traccia e quindi non posso che trarne una conclusione: le decine di centri meteo sorti come funghi negli ultimi vent’anni perché evidentemente sono un buon affare, hanno coralmente barato o quanto meno esagerato per favorire i ponti brevi o lunghi, così come pretendono le associazioni degli albergatori, ristoratori, accoglitori di ogni tipo e fattura, di città e di campagna.

Non è certo la prima volta che accade, anzi la menzogna meteo è da decenni un vizio conclamato, una delle stigmate dell’era berlusconiana, di una concezione rozza e infantile dell’economia che è poi quella passata in eredità alle generazioni millennial di questo disgraziato Paese. Tuttavia l’ Hannibal ad portas  pasquale fornisce uno spunto chiaro e senza equivoci sulla facilità con cui  è possibile prendere per il naso le persone persino su ciò che è sotto il loro diretto controllo esperienziale, pure su pioggia, sole, vento e temperatura. Figuriamoci quindi sul resto, su ciò che non possiamo minimamente controllare e sul mondo di fantasia che ci viene narrato. Eppure le troppe volte che si è stati ingannati da previsioni edulcorate dovrebbero averci insegnato che anche le notizie meteo vanno accolte con un minimo di astuzia critica come, a maggior ragione, quelle delle statistiche ufficiali, il pil, l’occupazione, il lavoro, la scuola, la sanità, per non parlare di quelli dei continui allarmai dati per nulla e di quelli invece non pervenuti sulle cose effettivamente accadute. Possibile che ancora oggi siamo soggetti dall’autorità dell’informazione verticale tanto da prenderla come oro colato o rifiutarla in toto, quasi che si trattasse di questioni di fede e non di conoscenza?

Si è possibile: l’egemonia culturale lavora soprattutto nell’accreditare le fonti e nel far pensare che se lo dicono i giornali, se lo dice la televisione, se viene espresso in qualsiasi luogo che reputiamo al di sopra delle nostre forze, allora è vero. In fondo si tratta solo di accrescere e modulare opportunamente il principio di autorità: una volta che esso si è instaurato si può solo eradicare, ma è molto difficile confutarlo. Non pensiate però di cavarvela così a buon mercato, perché in realtà esiste una sovrapposizione semantica e simbolica tra autorità, autorevolezza e potere. Le prime due parole derivano dal verbo augeo che in epoca classica significava aumentare, ma  in origine aveva il significato di porre in essere ciò che prima non c’era ( da cui anche auctor, autore). La seconda deriva invece dalla radice indoeuropea *pa- ti , in latino potis e dal verbo esse e indica appunto la podestà su qualcosa, avere facoltà di fare qualcosa. Sembrano in apparenza due cose diverse e in effetti spesso lo appaiono, ma in realtà fare qualcosa di nuovo implica il massimo potere. Infatti nel latino classico auctoritas è sempre legata a uno stato di superiorità sociale e istituzionale, tanto che  Cicerone assegna il valore dell’auctoritas al senato, quello della libertas al popolo, Adam Smith definisce come “principio di autorità” una disposizione psichica a riconoscere la superiorità, mentre le teorie politiche di Carl Schmidt sullo stato di eccezione riflettono un’inversione tra autorità che determina una svolta grazie a un potere legittimo anche se non legale che diventa la vera sovranità.

Insomma alla fine ogni autorità è potere o deriva da esso e dunque siamo portati a credere anche alle storie più fantastiche, come quello dell’attentato putiniano a Skripal tanto per citarne uno di giornata, grazie all’autoctoritas conferita ai media controllati dall’elite e al discredito contumelioso a cui sono fatte segno le poche fonti dissidenti. Ma anche a credere alle previsioni del tempo di tipo turistico, nonostante le esperienze negative. Tutto si tiene e come sanno bene ingegneri e architetti una struttura di poter per reggersi deve essere pervasiva, riprodursi in ogni ambito, anche in quelli più insospettabili e lontani  dagli arcana imperii.


Le guerre dell’oppio

multinazionali-consumismo_fonte_ilcambiamento.it_Forse qualcuno sopra i quarant’anni e con alle spalle scuole ancora decenti, ha sentito parlare delle due guerre dell’oppio condotte dalla Gran Bretagna della regina Vittoria, quella che si scandalizzava per le gambe dei tavoli scoperte, contro la Cina allo scopo di liberalizzare nel grande Paese il commercio della droga che la dinastia Qing si ostinava a combattere. La materia prima di questo conflitto proveniva dal Bengala dove la Compagnia delle Indie ne aveva sviluppato la coltivazione e voleva ampliare al massimo il mercato, soprattutto verso la Cina dalla quale la Compagnia comprava gran parte dei manufatti trovandosi per così dire in una situazione debitoria . Storia vecchia che sembra ripetersi all’infinito, ma insomma tra il 1839 il 1860 il governo di sua maestà che era poco più della Compagnia con cui di fatto si identificava, riusci ad imporre in qualche modo il “drogaggio” della Cina sperando di fiaccarne la popolazione e dunque di ridurla a possedimento coloniale. Come sappiamo il progetto funzionò solo in piccola parte consentendo l’acquisizione di Hong Kong e successivamente attraverso i cosiddetti “trattati ineguali” tutta una serie di concessioni di cui approfittarono anche Stati Uniti e Francia e in un momento successivo, dopo la rivolta dei boxer, anche l’Italia. A questo proposito è curioso ricordare come l’intreccio delle alleanze portò alla strana circostanza che i primi combattimenti nella prima guerra mondiale si ebbero fra truppe cino – austro – tedesche e giapponesi nel porto di Tsingau dove peraltro si svolse il primo duello aereo in assoluto della storia tra un Fokker tedesco e un Mistubishi del Sol Levante.

Prima che mi lasci prendere la mano e mi lasci andare a raccontare le vicende delle numerose unità della Marina italiana che si trovavano nel porto di Tientsin, dopo l’8 settembre, torno a bomba, ovvero all’uso di una qualche droga per ottenere un controllo impossibile altrimenti. La Cina era troppo grande, troppo abitata, troppo raffinata per averne ragione senza averne prima scardinato le basi sociali e i rapporti di potere tradizionali con un qualche paradiso artificiale , ma se l’uso dell’oppio nel tentativo britannico di penetrazione costituisce forse l’esempio storico più evidente e più vasto di un uso di una droga come strumento bellico, un qualche oppio non manca mai nell’arsenale del potere, vuoi che costituisca un tramite verso il mondo celeste per conferire a sacerdoti e sciamani un’autorità sul mondo dei vivi e dei morti, sia che serva ad attutire e rendere impotente il malcontento o ad aumentare le capacità di lavoro e di sfruttamento come nel mondo andino o addirittura come distintivo sociale delle elites come dall’Ottocento in poi nelle società occidentali. si tratta di usi che in qualche modo seno sincronici, ossia contemporanei, fanno parte di un modo di vita.

Il fatto è che spesso la droga non si vede: l’alcol in quanto sostanza tradizionale pur essendo una delle droghe più forti e dannose per l’intero organismo, non è percepito come tale, il fumo si è affermato come coadiuvante giovanile verso il sogno, altre come ancora di salvezza dal mondo o fuga da esso o ancora più spesso come necessarie alla propria fisiologia sociale: a meno che non si sia costretti a delinquere per procurarsele finendo per diventare ancor più dei paria, spesso l’assunzione di sostanze diventa in un certo senso “normale”. Tuttavia viene considerato “oppio” solo ciò che è chimicamente psicotropo, mentre sfuggono all’osservazione le droghe invisibili, quelle che fanno parte del quotidiano e che paiono assolutamente estranee all’immaginario comune. Le peggiori sostanze sono invece proprio quelle di cui non ci accorgiamo, che non hanno una precisa fisicità, ma di cui siamo completamente schiavi: la bulimia consumistica per esempio è una delle più letali perché troviamo gli spacciatori in ogni momento e su qualsiasi mezzo di comunicazione, perché permette di essere tranquillamente spacciata anche davanti agli asili infantili, perché crea crisi di astinenza tali che si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi resa e a qualsiasi cecità pur di non essere esclusi dalla giostra folle del consumo. Al suono di una musica ridiventata tribale, ridotta a battito cardiaco, davanti a un arte divenuta show, a una cultura ridotta a cartone animato e favola orrifica per bambini inutilmente cresciuti, a una letteratura piegata alla prosaicità del giallo, alla poesia scomparsa, alla mancanza di qualsiasi espressione originale e insieme interessante, non possiamo fare a meno dell’ultimo dispositivo, dell’ultima cazzata, dell’ultima dieta da imbecilli, dell’ultima tendenza o di essere un qualche santino nei social network che esercitano la propria censura morbida o patibolare quando si dice qualcosa che non va bene. Oppure, altra pillola di esctasy estratta dalla psicologia delle masse, di scambiare libertà con una sicurezza che viene messa inforse proprio dai suoi commessi viaggiatori.

E’ questa la guerra dell’oppio delle elites dove chimica e memi si incontrano nel nome del potere e del profitto, traghettati verso l’Olimpo dal mercato. Cosa potranno mai fare gli oppiomani, ingozzati da novità senza incanti, per ribellarsi e per rifiutare i trattati ineguali?  Forse nulla, ma chissà, nelle più lontane periferie dell’impero, o più probabilmente altrove si sta riformando una forma di lucidità, di passione, si stanno ricreando capacità di incanto. Dopotutto è stata la sterminata campagna cinese con la sua civiltà diffusa a salvare la Cina e non certo il potere corrotto degli ultimi imperatori.


Un po’ di complottismo

complottoI complotti e le cospirazioni ci sono sempre stati e così l’idea che qualcuno possa complottare, ma fino a una cinquantina di  anni fa non esisteva come categoria e nemmeno come vocabolo il complottismo, che fu coniato dalla Cia per indicare chi non credeva che a uccidere Kennedy fosse stato Oswald o il solo Oswald, il che a 50 anni di distanza ci spinge a pensare che siamo tutti complottismi convinti.  La parola tuttavia ha ricevuto il suo battesimo del fuoco e la sua diffusione globale dopo l’11 settembre del 2001 quando vennero designate come complottiste una serie di persone le quali mettevano in dubbio  il complotto contro gli Usa messo in atto da un miliardario pazzo e da alcuni governi, sostenendo sulla base di alcuni dati, col tempo divenuti sempre più “veri,” che le dinamiche della vicenda erano in realtà un complotto del potere deciso proprio per intraprendere una guerra al terrorismo e al tempo stesso per ridurre la democrazia. Il fatto è che nel ’63 dominava ancora il criterio di verità e la stessa parola complottismo suonava come stonata e sospetta, ma via via che il pensiero unico e le sue ideologie prendevano piede, il vocabolo cominciò ad avere più senso e ad affermarsi.

Come si vede nel caso dell’11 settembre sia le verità ufficiali che quelle per così dire alternative riguardavano un effettivo complotto, ma i complottisti erano esclusivamente quelli che sbagliavano complotto, ossia non credevano a quello ufficiale e questo ci mette sulla pista giusta per individuare il senso nascosto da un termine di uso comune che fa da viatico al groviglio di pseudo concetti come la post verità che sono al centro del tentativo di porre fine alla libertà di espressione. Di fatto il complottismo non ha riferimenti diretti alla realtà, alla verità, ai dati, alle pezze di appoggio o alla consistenza delle prove, ma alla provenienza, ossia a chi dice cosa, al narratore. Se io dicessi che l’organizzazione del caos in Medio oriente è in gran parte “merito”dal senatore McCain, longa manus del peggio di Washington, verrei definito complottista, nonostante il fatto che il senatore sia stato fotografato numerose volte a fraterno colloquio con i principali attori dell’affaire Siria – Isis, compresso il Califfo. In questo caso l’accusa di complottismo nascerebbe dal fatto che queste informazioni  non sono mai comparse sui media mainstream e dunque non possono che essere false. Sarebbero invece scandalose se venissero da una fonte ufficiale.

Non c’è da stupirsi che una verità possa essere costruita sulla negazione della verità stessa, perché con uno straordinario salto all’indietro nel tempo, il criterio del vero non è più la ragione, ma l’autorità. La narrazione ufficiale non ha bisogno di essere corretta o di rispondere a criteri di rigore, di possedere buon senso e nemmeno di essere coerente con le informazioni che essa stesa fornisce: è vera perché ufficiale, emanazione del potere. Cuius regio eius religio, una frase che ha fatto 30 milioni morti in Europa centrale al tempo delle guerre di religione il cui significato è che il popolo deve seguire la religione del principe, deve fervidamente credere in ciò che crede il potere, sia pure quando impersonato da un perfetto coglione. Difficile definire questo nei termini della politica e della convivenza ereditati dall’illuminismo, impossibile dirlo apertamente in un sistema nel quale si ha ancora una certa fede nel fatto che l’informazione serva al controllo del potere a prescindere dall’evidenza che sia il potere steso a detenerne il monopolio. Così si è trovato nel termine complottismo il vocabolo ideale per fare da contenitore di tutto e del contrario di tutto, che al suo interno non presenta distinzioni né di verisimiglianza, né di qualità del ragionamento o degli argomenti, ma che sta per informazione non credibile perché non ufficiale.

In questo modo si capisce allora perché le major dell’informazione e dell’intrattenimento globale (due aspetti ormai inscindibili dei ministeri della verità) tengano in qualche modo in vita le tesi più stravaganti che vanno dall’ufologia al settarismo più equivoco, insomma tutto il ciarpame narrativo marginale della contemporaneità, mentre tendono a ridicolizzare  o mettere sotto la luce del sospetto ciò che è in grado di mettere in crisi la narrazione del sistema o gli interessi dei soggetti che lo formano e lo dirigono : il complottismo infatti non crea solo tesi alternative da verificare come avverrebbe se esse potessero essere apertamente discusse, ma porta alla sindrome del complotto che se si espandesse rischierebbe di diventare un pericolo. Nello stesso tempo questo consente di presentare le tesi non ufficiali come una vera e propria malattia mentale, una sorta di follia che ha subito trovato nel mare magnum della banalità pseudo scientifica anglicista, un brodo di coltura per qualunque fesseria accademica, non esclusa quella elaborata da due immani pipparoli di nome Craig e Zonis secondo cui il complottismo sarebbe un disturbo mentale che colpisce in particolare medioientali e negri (qui il termine ci sta a pennello) a causa di particolari pratiche sessuali. Si lo so che è ridicolo, ma che volete sono studi accademici dell’Università di Chicago (anche in questo caso il nome calza perfettamente), scienza ufficiale.

E veramente singolare che la cosiddetta libertà provochi alla fine teorie sulla follia del dissidente esattamente simili a quelle prodotte durante lo stalinismo: per ora non si finisce nel manicomio di Kazan, ma tra un po’ si finirà in tribunale viste le leggi che si stanno approntando. In questo modo anche le persone che covano dei dubbi, sono indotte a reprimerli per non essere escluse dal gregge, per non apparire come pazze nel ritenere che non si viva nel migliore dei mondi possibili. Di fatto il complottismo diventa una sorta di termine teologico con cui si definisce l’eresia contro la dottrina ufficiale che è ovviamente una costruzione totalmente artificiale: in effetti i centri di decodificazione che sono sorti per preparare la rivoluzione del silenzio, non sono nient’altro che tribunali dell’inquisizione sotto diversa forma. E colpisce chi interpreta in maniera  diversa le scritture quotidiane.

 


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