Festa immobile. Visto che gli “italiani” sono usciti per una notte dalle tane mentali nelle quali attendono di “passare il Covid” altrettanto paurosi di contrarre un influenza che di violare il consensus generale e di pensare in proprio o di pensare tout court, mi farò la fatidica domanda: ma che cavolo avevano da festeggiare fino all’alba? Allontano da me l’amaro calice dello snobismo perché qui non è in gioco la felicità per una vittoria sui campi di calcio che di certo non può dispiacere a nessuno, ma di capire quanto i protagonisti della notte brava dentro un estate non più italiana, ma apolide, abbiano compreso che questa vittoria sarà usata contro di loro. E il fatto che si siano andati avanti a botti e clacsonate tutta notte rassicura il potere sul fatto di avere in pugno la gente. Che tutto può essere dimenticato per un nonnulla. In questi mesi, leggendo per altri motivi la stampa europea ho avuto la sensazione che questo appuntamento calcistico sia stato tenuto in qualche modo in sordina rispetto ad altre occasioni e che i media non abbiano cavalcato il tifo  come al solito forse perché temevano che festeggiamenti e assembramenti fossero nocivi all’atmosfera di paura che viene mantenuta vivissima in centro Europa. E non so, ma anche il fatto che le grandi squadre ad eccezione dell’Inghilterra e dell’Italia per ragioni diametralmente opposte,  abbiano giocato sottotono lasciando spazio a quelli che di solito sono comprimari, non mi pare completamente casuale: quasi che  i blasoni fossero qualcosa di imbarazzante nel nuovo calcio sanificato. E se questa ipotesi può sembrare quasi eccessiva voglio ricordare che ormai anche il calcio è un affare di quelle reti di finanza e di denaro che non sono certe estranee alla narrazione pandemica mistificata e alle sue conseguenze sociali ed istituzionali.

Ma evidentemente questo non vale da noi dove la festa di popolo non rischia di suscitare resistenze, ma serve soprattutto all’oblio , a fare da compensazione. L’Italia è l’unico Paese al mondo dove i lavoratori accettavano di prendere un salario più basso pur di avere diritto al mugugno, come avveniva con i camalli genovesi: i padroni sapevano che guadagnavano di più lasciando ai loro operai la possibilità di sfogarsi a parole e non coi fatti. E non è solo una specialità genovese come il pesto o la focaccia, è qualcosa che ha origini antichissime tanto da meritare una locuzione latina, in qualche modo atemporale, lo ius murmurandi che indica appunto il permesso di fato accordato di essere critici in privato purché il dissenso non diventi pubblico e soprattutto non diventi politico. Il ventennio fascista è stato da questo punto di vista un fulgido esempio con barzellette e nomignoli filastrocche che sostituivano un’opposizione reale. Nella società dello spettacolo che si sta legando a quella della malattia, c’è evidentemente anche uno ius festeggiandi che ha il medesimo scopo, anche se parrebbe agli antipodi: in questo Anno Secondo PC – post Covid – esso significa assembratevi e abbracciatevi, purché questo sia giustificato da qualcosa di socialmente irrilevante e non costituisca una rivendicazione di libertà. Fatta salva la possibilità da parte del potere di colpevolizzare la folla festante in base a dati completamente costruiti ad hoc per coprire le loro menzogne. Altrove non è così, i festeggiamenti potrebbero facilmente trasformarsi nella consapevolezza di volersi riprendere i propri diritti, la vicinanza fisica, e successivamente l’evidenza di non essere morti di peste potrebbe trasformarsi i uno tsunami. Berlino o Parigi hanno fortunosamente evitato questa possibilità che ha invece sfiorato l’Inghilterra dove il governo ha dovuto cambiare rotta in 24 ore passando dal terrorismo Delta, alla riapertura.

In Italia evidentemente questo pericolo non sussiste, basta che sia garantito lo ius mortaretti e qualsiasi voglia di protesta si trasforma in festa. Poi tutti a casa, buoni buoni per morire, non di Covid, ovviamente , ma socialmente.