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Batracomiomachia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che disgrazia, sono tornate in gran spolvero le sardine.

La colpa, inutile dirlo, è di un accademico di Siena che con la fanciullesca e baldanzosa irruenza data dall’appartenenza ad una élite superiore, culturalmente e moralmente, ha dato voce roboante alla condanna per il populismo bieco, incarnato dalla pesciarola leader di Fratelli d’Italia,  aggiungendo  le rane al repertorio zoologico sgarbiano.

Il Superbone non è nativo digitale e lo dimostra la sua imperizia nel trattare la materia delicata che regola la società dello spettacolo. Ma soprattutto lo sventurato non è nemmeno dotato del beruf necessario a praticare i sentieri ancora più impervi della politica:  “non posso vedere gente simile, di tale ignoranza, che non ha mai letto un libro, che può rivolgersi da pari a pari a un nome come quello di Draghi“, ha dichiarato, non avendo capito che una volta ammessa la Bestia alla cerchia di governo, e non è certo la prima volta, anche la sua camerata di tante battaglie è automaticamente sdoganata, dopo essere stata per anni  zona franca per il libero insulto fisiognomico.

Eppure che fosse cambiata l’aria si era capito per le rimostranze delle quali è stato oggetto un cronista del Giornale Unico  per aver scritto che la Meloni aveva “prodotto” una figlia, formula immediatamente catalogata come l’ennesima ingiuria sessista, mentre trattasi evidentemente del corretto impiego della terminologia in uso presso gli ideologi del “capitale umano”.

Le reazioni alla pasquinata  del rettore prossimamente rimosso, si possono leggere quindi come un caso di successo della religione del politicamente corretto  che ha ormai preso il posto delle regole democratiche, dimostrando prima di tutto che è proibito lo sberleffo ai danni di un target inviolabile, le Donne di Potere, mentre è legittimato anzi sollecitato quello rivolto ai maschi di potere, rivendicato come espressione di libertà di opinione  e autorizzato perciò al dileggio per via della statura, del naso rincagnato, del mento sfuggente, del riporto, dell’hennè che cola impietosamente sul collo della camicia con le iniziali ricamate.

 La tutela della Meloni, come specie protetta in forza all’opposizione di destra necessaria a legittimare la diversamente destra al governo, ed esercitata da chi ha già manomesso il povero Voltaire per difendere il diritto a professare concezioni sconce e inique, viene opportunamente esibita a sostegno del ritrovato valore assoluto della “differenza” egemone in quanto laica e tollerante della sinistra, peraltro abiurata. E difatti deve essere per quello  che in più di 70 anni, pur reiterando le proposte di provvedimenti, commissioni e tribunali speciali  per limitare la professione di fascisti, non è mai stata capace o non ha mai voluto applicare davvero l’apposita legge  che ne interdice l’apologia.

Metteteci anche  la pressione morale della lobby della non violenza, cui è concesso pretendere di zittire i toni accesi con bavagli, censure e gogne, per stabilire quell’ordine felpato che autorizza una sopraffazione più educata, più edulcorata, più “civile” insomma, e si capisce  il successo di certi fermenti da boy scout in grazia dell’establishment, mentre viene esercitata una puntuale repressione nei confronti di margini e periferie moleste e sguaiate che protestano per la casa, la tutela del territorio, perché la vera forma di violenza che mette paura e va contrastata è quella che si materializza intorno alla consapevolezza dei diritti offesi, dando sfogo alla collera dei diseredati.

E difatti da tempo si sono costituiti gli stati generali dei Fasulli, giardinieri in veste di ecologisti, suffragette dell’anti patriarcato in forza a Cl come  al Me Too, gagliarde antagoniste vezzeggiate dai Grandi della Terra, pacifisti arruolati in appoggio a Biden, soliste di Bella Ciao che con Salvini non ci prenderebbero una caffè, salvo quello della macchinetta di palazzo Chigi.

A conferma che il neoliberismo è diventato una corrente filosofica e non una teorizzazione economica,  ormai ne sono posseduti pensatori e intellettuali, pronti a chiedere i Tso per gli eretici, le sanzioni per i disubbidenti, la censura per i critici, l’ostracismo per chi pensa altro ancor prima che agisca di conseguenza, perché rappresenta un rischio, anche sanitario, per la manutenzione dell’ordine stabilito che impedisce di cantare fuori dal coro, che punisce le stonature quando vengono inalbati gli inni che celebrano il trionfo degli uomini della Provvidenza, anche se a guardar bene si tratta dei mercanti che hanno occupato il tempio.

Non è detto però che faccia gioco alla Meloni, unica voce di dissenso in Parlamento, l’insurrezione in sua difesa in quanto “esemplare di genere”, che ostacola il dispiegarsi del suo accreditamento in veste di vittima del regime europeista e progressista, oggi incarnato dal tecnico, oggetto dell’idolatria diffusa, e anticipata appunto dalla chiamata in campo delle sardine che reclamarono a gran voce l’aiuto di Dio sotto forma del suo profeta, incaricato  di dare credito a scelte che non si è riusciti a motivare e legittimare nel contesto e  con gli strumenti della democrazia. E’ probabile che anche grazie alla telefonata dal Colle, che chissà che bollette paga fin dal tempo di opache trattative, sia invece in corso l’arruolamento dell’ultima soldatessa nella giungla da annettere alla maggioranza, almeno quella della cultura e del sentimento popolare e non populista.  

E difatti non poteva mancare la mano offerta cristianamente dalle militanti della sorellanza che l’hanno sempre protesa anche alla Boschi, alla Fornero, alla Bellanova, e, fuori dai confini, anche alla Lagarde forse per via della sua pretesa di femminilità espressa con la ginnastica per il lato B eseguita durante missioni ufficiali, a Ursula von der Leyen capace di mettere in riga pusillanimi premier maschi, grazie all’irriducibile richiamo alla Solidarietà intesa come specifica qualità di genere. Purché, però, a intermittenza e tenendo ben conto delle doverose gerarchie e graduatorie.

In tempi di crisi non va quindi sprecata per le beneficate del cottimo in forma di part time, che permette di combinarsi con il lavoro di cura gratuito, per le “occupate” alla cassa dei supermercati o nei magazzini o nelle multinazionali del commercio online, doverosamente produttive e essenziali, alle operai in cassa integrazione, alle insegnanti precarie con l’andirivieni dall’aula ai fasti della Dad, alle disoccupate che hanno forzosamente scelto di stare a casa perché da sempre il loro salario è inferiore a quello del coniuge e a quelle espulse nei mesi di gestione della pandemia, 470 mila nel secondo trimestre 2020 rispetto al secondo trimestre 2019.

Mentre invece va generosamente elargita a tutela della dignità di sorelle che hanno a disposizione tribune e tribunali, editoriali e sentenze, polizie postali e gogne mediatiche “spontanee” per difendere la propria immagine e la privacy, concetto applicabile solo in alto, dove non osano arrivare le app, il controllo sociale di istituzioni, banche, istituti finanziari e rete commerciale, cui è recentemente stata aggiunta quella della vigilanza “sanitaria”.  

L’entità dell’ingiuria e la qualità dell’affronto subiscono di certo le stesse regole disuguali che vigono in tutta la società da quando le leggi di mercato vengono interpretate come “naturali”. Quindi la Boldrini e la Meloni, ma anche la Ferragni,  pesano e quindi valgono di più, rispetto a misure e provvedimenti che danneggiano   le donne “normali” ancor più dei maschi, secondo una forma di calcolo commerciale che misura il potere di influenza e il peso contrattuale nell’agone della bassa politica  e il consenso che possono generare e che dovremmo cominciare a togliere loro, così come i salari e le opportunità di carriera meritate geneticamente e culturalmente dagli uomini.

Ma sarebbe troppo sperare che da questa poltiglia etica venga fuori qualcosa di ribelle, se protestiamo per lo stivale del poliziotto americano sul collo del nero, ma sopportiamo sul nostro territorio e sul nostro immaginario il tallone di ferro Usa, che non a caso ci opprime anche con la falsa coscienza che sostituisce l’onore e il rispetto di sé e degli altri.   


Servi si, sovrani mai

immastatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

In fondo ci eravamo già passati altre volte: tanto per dire, un paese letargico, quando il principale partito di opposizione scelse di condurre una campagna elettorale non pronunciando mai il nome del competitor, preferendo la damnatio all’esercizio di critica e progettualità,  decise di scendere in piazza per lanciare l’anatema contro il puttaniere compulsivo, e non contro l’autore di leggi ad personam, l’incarnazione vivente del conflitto di interesse, il golpista che finanziava i G8 come fossero le sue “cene eleganti”.

Con il gusto di galleggiare in superficie che caratterizza ormai la pubblica espressione di indignazione, ecco che la disapprovazione contro i manifestanti del 2 giugno concerne l’ostentazione della militanza No-Mask e la irresponsabile promiscuità, resa paradossale dalla richiesta degli stessi proponenti, in veste di cabarettisti dell’assurdo, rivolta a potenziali fan, di partecipare solo virtualmente  e da quella invece indirizzata alla stampa, accolta con entusiasmo: vedi mai che si facciano scappare l’occasione di immortalare  l’imbecille del selfie senza bavaglio alla pari solo con il presidente di regione che ne vuol fare il must dell’estate 2020.

Così tutti quelli che hanno fatto il loro vessillo della richiesta pressante di cancellare quella vergogna nazionale rappresentata dai decreti sicurezza –  solo quelli di Salvini:  quelli del predecessore erano stati graditi avendo ragionevolmente legittimato il diritto ad aver paura del diverso, ingombrante, molesto e che per giunta pregiudica con l’offesa al decoro la reputazione all’estero –  oggi ne reclamano la doverosa applicazione a scopo sanitario e come ammonimento pedagogico alla responsabilità collettiva, che è stata magistralmente esercitata stando sul divano due mesi e mezzo e lasciando andare ad esporsi a ressa e contaminazione qualche milione di connazionali, selezionati tra martiri e eroi destinati per spirito di servizio a sacrificarsi in nome della pagnotta.

E pure quelli che hanno messo in guardia contro il loro inasprimento reso necessario per fronteggiare l’emergenza sanitaria, quelli che ne hanno criticato la discrezionalità arbitraria adottata contro irriguardosi runner, reclamano con la schiuma alla bocca una feroce coercizione repressiva contro la cialtronaggine dei fascisti attuata a colpi di tosse, possibili goccioline eretiche e sternuti insurrezionalisti, con la stessa determinazione con la quale Confindustria e sindacati allineati hanno chiesto ai primi di marzo di sedare le insane manifestazioni dei lavoratori scesi in sciopero per esigere quei dispositivi di sicurezza “temporanei” e quelle procedure nei luoghi di lavoro o nei mezzi di trasporto,  senza i quali in altri contesti non si poteva portar fuori il cane o approvvigionarsi al supermercato, pena la morte certa.

Così questa declinazione di antifascismo della profilassi chiede a gran voce che lo Stato intervenga per bollare, reprimere e perseguire come non fa da più di 70 anni avendo a disposizione strumenti giuridici acconci a mettere all’indice fenomeni sia nostalgici che sottoposti a restyling.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere anche questo onere al miglior governo possibile  impegnato prima con le elargizioni del Cura Italia, a stanziare  3,2 miliardi per il Servizio sanitario nazionale, a sostegno con 1,4 miliardi dei fabbisogni delle aziende del settore, sia quelle pubbliche sia quelle private convenzionate, e con  1,65 a incrementare il fondo pluriennale per le future emergenze nazionali, in attesa delle risorse in prestito dall’Ue che ripagheremo con i tagli alla sanità.

Poi  con il Decreto Liquidità, con generosa distribuzione di fondi per l’internazionalizzazione,  all’esportazione e agli investimenti delle imprese, anche in termini di garanzie offerta alle aziende dell’inveterato tradimento.

Infine con il Decreto Rilancio che a fronte di  una caduta dell’8% del Pil crea l’illusione di poter approfittare di un ulteriore indebitamento grazie alla provvisoria sospensione di Maastricht e del Fiscal Compact, che dovremo risarcire con interessi e rinuncia a garanzie, beni comuni e diritti, escludendo dai “benefici” a pronto rimborso quelli che finora sono sopravvissuti ai margini, in una macedonia di lavoretti, di espedienti perlopiù invisibili e sommersi, già alla fame.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere al Ministero dell’Interno, occupato a una virtuosa conversione dell’ordine pubblico in sorveglianza dei comportamenti di individui indisciplinati, mentre perpetua la vigenza delle ampie misure dle predecessore, comprese le intese con i despoti sanguinari che dovrebbero ripararci dalle invasioni. Mica si può chiedere al Ministero della Giustizia l’applicazione nei luoghi deputati di quelle misure di tutela delle istituzioni e delle sue sedi, officiate nei tribunali della rete e preso com’è da altri contenziosi “interni”.

E nemmeno  al Presidente Mattarella, l’augusta sagoma cartonata che prende vita solo per richiamare a una unità nazionale, continuamente rotta e interrotta da diktat padronali interni e extraterritoriali, e intesa alla criminalizzazione del dissenso, né tantomeno alle autorità di eccezione istituite per scavalcarle le istituzioni, incaricati di dare copertura emergenziale  alla deroga esecutivo-amministrativa monocratica.

Adesso è tornato in auge lo Stato, finora temuto e odiato in veste di Moloch o Leviatano, elemosiniere dei ricchi e esattore dei poveri,  chiamato di volta in volta a punire più che premiare, a legittimare le scelte  dell’Esecutivo, autorizzando perfino la suicida cessione di poteri, competenze e sovranità.

Adesso invece dopo l’evidente fallimento della consegna di interi settori ai privati, dopo l’inadeguatezza, impotenza e incapacità delle articolazioni territoriali, che con impudenza continuano a reclamare ancora maggiore autonomia, perfino i sacerdoti del neoliberismo cominciano a invocare la  necessità di un ruolo più attivo, anche mediante  interventi diretti,  dello Stato in economia, al fine di ridurre le disuguaglianze e di contrastare gli effetti distorsivi della globalizzazione, indispensabile anche per trovare un posto in un mondo multipolare dove è in atto una guerra tra potenze: singoli stati o  blocchi di stati per dividersi mercati, risorse, territori e masse di forza lavoro.

Ci sarebbe da compiacersene se davvero  si superassero gli interessati pregiudizi che uniscono nell’adorazione dello status quo senza alternativa e in un unico fronte il progressismo del bon ton, quella che si compiace di definirsi “sinistra radicale” ormai schierata con le élite liberali nella crociata morale e culturale contro “populismi” e “sovranismi”, termini ineluttabilmente assimilati alla comunicazione e alla propaganda della destra.

Ci sarebbe da compiacersene se quelli che inalberano sui profili le immaginette delle lotte si batte di popolo, curdi, sudamericani, africani, quando torna dall’esilio del suo immaginario qui da noi dall’altro non associasse  l’idea di Stato, di patria e di nazione al fascismo, quelli che pensano che sia una doverosa concessione di identità il temporaneo permesso di soggiorno in cambio  dello sfruttamento nei campi, ma che al tempo stesso considera inevitabile la sua rinuncia per migliaia di quasi un milione di emigranti italiani andati all’estero a cercar fortuna.

Ci sarebbe da compiacersene se non fosse l’ultima spiaggia cui guardare dopo il naufragio di ogni ipotesi di salvezza dalla servitù ideologica e culturale che si è ispirata al vocabolario della meritocrazia e della competizione, che si è accontentata della rivendicazione delle “libertà civili”  disarticolate da quell’edificio di diritti sociali che di credevano inalienabili e conquistati ormai invece manomessi,  che ha legato il benessere di tutti distribuito come una polverina della provvidenza in virtù dello sregolato   movimento dei capitali e delle merci e della tutela degli interessi privati e delle imprese  a condizione dell’abiura alle conquiste e alle garanzie dei  lavoratori, frutti tutti questi  della eclissi del ruolo dello Stato nella regolazione dei processi politici, economici e sociali.

Qualcuno ha pensato che la sovranità di uno Stato potesse essere costituita e difesa dall’energia vitale di una moltitudine di individui liberi e uguali che si uniscono per difendersi e salvaguardarla senza rinunciare alla propria libertà naturale. Adesso l’unica prerogativa concessa e non a tutti è la conservazione del buono stato di salute, certificato da mascherina, tamponi e vaccini.


Stracciato il Santino di Narni

Elezioni Regionali Umbria - Summit Pd e 5 Stelle a NarniNon so se il risultato delle elezioni umbre provocherà una crisi di governo o se si dovrà attendere quelle in Emilia – Romagna, regione chiave per l’economia italiana, per arrivarci. Non saprei nemmeno dire se l’umbratile Conte, per giunta alle prese con uno scandalo vaticano, potrà resistere con il favore del Palazzo o eventualmente succedere ancora una volta a se stesso, se il suo posto verrà preso da un altro tizio qualunque pescato nelle profonde penombre del Paese  o da Draghi che nel frattempo sarà nominato senatore a vita e non so nemmeno se quest’ultimo ambisca al Quirinale o a Palazzo Chigi.  Ma una cosa è assolutamente certa: la vittoria oltre ogni previsione di Salvini e della Meloni, affondano per sempre l’illusione che basti agitare lo spettro del fascismo per essere ascoltati e per far dimenticare i tradimenti o i magna magna e che dunque l’unione innaturale tra Pd e Cinque Stelle, propiziata, anzi imposta da Bruxelles per fermare Salvini, non serve proprio a niente se non a portare più acqua al mulino del demagogo leghista.  Quella foto di Narni che riuniva gli sconfitti di queste elezioni, non è che l’ingiallito dagherrotipo di un errore.  Un santino stracciato.

Un tempo l’antifascismo si coniugava con il progresso delle politiche sociali, era insomma una cosa seria,  ora è un puro feticcio nominalistico che serve soltanto a coprire il taglio di welfare, la precarietà e la caduta dei diritti  e l’elettorato semplicemente se ne frega. Se ne frega anche se questo supposto fascismo che semmai è patrimonio nella sostanza anche degli avversari, viene espresso da personaggi rozzi, arruffoni e di straordinaria modestia intellettuale come Salvini e la Meloni, perché la voglia di cambiamento  e di togliersi dal groppone il peso delle furbate, delle clientele. degli affari incrociati  e delle politiche antisociali è talmente forte da superare il tabù. In questo caso poi c’è anche un altro elemento di cui tenere conto, ovvero il fatto  che nella coalizione degli sconfitti figura anche il partito che era stato eletto per cambiare questo stato di cose cose e che invece si è lasciato trascinare in una coalizione che più di palazzo non si può. Ciò che mi meraviglia è che i 5 stelle siano riusciti a prendere il 7 per cento, perché in queste condizioni è persino un sontuoso premio al voltafaccia rispetto alla ragion stessa di esistenza del movimento. Né si può dire che il Pd abbia fatto una bella figura: nominalmente è sul 22% che è  già un disastro in una regione governata praticamente da sempre da quella che una volta era la sinistra, ma  in realtà è ben sotto questa cifra limite perché i renziani non si sono presentati con la lista di Italia Viva, formazione neo berlusconica, e dunque è probabile che la cifra reale sia  intorno al 15 per cento o anche meno.

Adesso entrambi gli sconfitti dicono che l’alleanza celebrata e benedetta da don Mattarella, non ha funzionato, anzi è stata un disastro senza precedenti, ma allo stesso tempo dicono di voler andare avanti nell’esperienza di governo, inalberando una sfilza tale di frasi fatte e luoghi comuni nel tentare di fare stare insieme le antinomie, che persino un computer sarebbe schifato da tanta automaticità. Tuttavia l’assurda persistenza di Conte in queste condizioni, facendo finta che l’Umbria non conti un cavolo come l’ingombrante  nessuno di Palazzo Chigi ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di dire, sarebbe la prova del nove del fatto che la coalizione di governo, ormai minoranza nel Paese, è stata sostanzialmente frutto di pressioni del tutto estranee alle dinamiche politiche italiane, che poteri esterni hanno surrogano il ricorso alle urne che nel caso specifico della crisi d’estate sarebbe stato d’obbligo.  Naturalmente non è che adesso cambierà molto, che cambiando le facce cambierà una realtà eterodiretta: ormai non è che esista una vera e propria dialettica politica se non in aspetti del tutto marginali, il vero scontro è tra Palazzo e  popolo

 


2 giugno, i generali disertano

Grosz-part.Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il malumore che vieta moralmente ad alcuni generali di presenziare alla parata del 2 giugno abbia avuto origine da altra celebrazione, che per i militari non ha la stessa valenza istituzionale. I festeggiamenti del  25 aprile non prevedono ostensioni pubbliche di armamenti pagati a caro prezzo in un Paese che proprio il 2 giugno festeggia una repubblica che ripudia la guerra, e nemmeno commemorazioni muscolari con parterre di alte uniformi  e pennacchi, tanto è vero che un generale, Paolo Riccò, ha abbandonato provocatoriamente la  cerimonia della festa della Liberazione a Viterbo appena i presenti hanno intonato Bella ciao, inoffensivo inno legittimato anche dalla presenza in hit parade e da versioni multilinguistiche.

Nei confronti del generale,  che ha avuto in quell’occasione il sostegno del ministro dell’Interno, che vuole aggiungere il dicastero della Difesa al suo repertorio di incarichi simbolici e non, è stata aperta un’istruttoria che i vertici militari (si è costituito addirittura un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò») hanno inteso come una inqualificabile offesa alla loro proverbiale indipendenza, rivendicata con forza dal un altro generale, Marco Bertolini, casualmente candidato alle europee con Fratelli d’Italia, in un video sui social: “Il Ministro Trenta pretende di insegnare l’etica alle Forze Armate….  e  ad un signor generale decorato al valor militare che ha avuto la signorilità, il coraggio ed il buon gusto di sottrarre la propria unità ad un comizio durante il 25 aprile di pessimo gusto” e che, viene da aggiungere, è per sua fortuna troppo giovane per aver dovuto dimostrare coraggio e buon gusto l’8 settembre.

Questo è dunque il pretesto che impone coerentemente a tre generali (non abbastanza a riposo) e forse ad altri, di disertare l’evento reintrodotto da Carlo Azeglio Ciampi, che mentre contribuiva in prima persona a sottrarre potere decisionale allo Stato, al Parlamento e pure e al popolo, gli offriva un intrattenimento con tanto di frecce azzurre e carri armati su via di Fori imperiali giustamente interdetta al traffico civile.

Alle defezioni in divisa dei tre pensionati d’oro si sono via via aggiunte quelle di eterni aspiranti a pennacchi, galloni e baionette. A cominciare da Ignazio La Russa che non va  in segno di protesta verso la ministra  “che pensa di trasformare le Forze armate in `Peace&Love´, mancando di rispetto ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa”,   a Giorgia Meloni che protesta così contro il tentativo di convertire “la tradizionale rivista su via dei Fori Imperiali in uno strumento di propaganda anti-militarista”. E potrebbe forse restare a casa anche il sottosegretario Tofalo, 5stelle ma appassionato di divisa come l’influente alleato di governo, tanto che è stato di sovente immortalato in mimetica,  e che ha accusato la Trenta “di non tutelare fino in fondo i militari e gli investimenti nel settore”.

Come al solito basta grattare un po’ sotto i dogmi e si sente l’odore dello sterco del diavolo e dietro la battaglia ideologica dei vertici militari che “non vogliono applaudire i soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate” –  riferendosi anche a Conte colpevole di aver sostenuto che è meglio rinunciare a 5 fucili e spendere i soldi risparmiati per finanziare una borsa di studio, c’è l’allarme per un “riordino” e una riforma del comparto che potrebbero minare autorità e prestigio, valori che pare sia  necessario riconfermare con acconci investimenti in armamenti, strutture, equipaggiamenti, trattamenti di favore e privilegi per i militari al servizio dei signori della guerra globale, con netta preferenza per le alte gerarchie che pensano che la loro indipendenza in nome della sicurezza nazionale debba essere tutelata limitando  il controllo del Parlamento e delle istituzioni sulla legittimità e congruità costituzionale e perfino giudiziaria (ne abbiamo visti di scandali sottratti ai tribunali civili) sui comportamenti  anche all’interno del corpo.

Come dimostrato anche dall’ostilità nei confronti dell’ipotesi di sindacalizzazione che potrebbe accomunare la sicurezza militare alla Polizia di Stato, così come l’equiparazione delle retribuzioni, che minaccia il comparto con il pericolo inquietante di diventare una forza “civile”.

E infatti a farsi interprete delle preoccupazioni dei vertici – la bassa forza continua a non avere voce – è Salvini che ne ha troppa e che così rappresenta anche l’istanza di quelli cui non bastano i Daspo, i decreti sicurezza, il potenziamento delle competenze delle polizie municipali e che a ogni fermento di piazza, picchetto che occupa le vie del borgo, a ogni colpo di pistola sulle stese, anche a fronte dei dati che segnalano la diminuzione dei reati, e chiedono i soldati nelle strade, i militari in piazza, l’artiglieria pesante davanti alle fabbriche o ai cantieri dell’alta velocità.

Non è una novità che l’ordoliberismo dei guardiani del mondo si voglia declinare a tutti i livelli territoriali, in nazioni a sovranità limitata e in quelle dove la si vorrebbe limitare di più, nelle città e nei paesi dove il controllo sociale reclamato e imposto dai “primi” ha il compito di criminalizzare gli ultimi perché si rassicurino i penultimi persuasi alla rinuncia alle libertà e all’obbedienza in nome della sicurezza, come dimostra il permanere di misure eccezionali quando l’emergenza che le ha suggerite finisce: dall’operazione “Strade sicure”, alla presenza militare richiesta dai sindaci per tutelare il decoro  minacciato dal meticciato, ai soldati che controllano le vie di collegamento con le zone del sisma del Centro Italia.

La ministra Trenta fin dal suo insediamento ci ha abituati che le sue stelle non ammontano solo a 5   ma si ispira alle 50 del padrone Usa:  in linea con la prassi di governo che a ogni cauto tentativo di rompere con  il passato consiglia immediato e tempestivo ravvedimento nel timore di sanzioni  peraltro smentite perfino dalla Corte die Conti,  ha perseguito l’approvvigionamento di strumenti di morte per garantire la pace proprio come pontificava la sua predecessora.

La Russa, Meloni, la signora Rauti in Alemanno hanno poco da preoccuparsi, non sarà questo il governo del disarmo che rappresenterà gli scarsi spericolati, da sempre  retrocessi a codardi disfattisti, che di tanto in tanto osano proporre di indirizzare a ben altra finalità i  miliardi destinati all’acquisto di   F-35. Nemmeno quello che  rinnega il  No italiano alla Risoluzione politica delle Nazioni Unite che chiedeva di avviare i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari, mentre dice Si ai consigli per gli acquisti della fortezza europea che ha imposto alla Grecia sull’orlo del precipizio di cascarci dentro, ma armata fino ai denti di rottami da discarica pagati a caro maggiorato…  e a noi di seguire il suo esempio. Che tanto le forze riformiste intendono così il progresso agli ordini della Nato e delle sue imprese di esportazione democratica, compreso quello tecnologico da testare in territori nazionali militarizzati e convertiti in poligoni e laboratori di sperimentazione, tanto che abbiamo finito di vergognarci se ne rivendichiamo il possesso come abbiamo pudore dei morti per l’uranio impoverito quanto ne abbiamo dei tarantini sacrificati dall’Ilva.

Ben altro vorremmo, ma intanto la Trenta faccia 31, ci esoneri dalla sfilata e apra provvedimenti disciplinari nei confronti degli alti gradi che offendono con lei la Repubblica democratica che si celebra oggi e che sarebbero incaricati e pagati per tutelare.

 

 

 

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