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Le nozze ai tempi del colera

sp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il partito trasversale dell’Amore si arricchisce ogni giorno di nuove immaginette sacre offerte alla venerazione dei fedeli e affiliati. Ha contribuito ieri anche  la Stampa alla ricerca di ritratti agiografici da aggiungere all’album di famiglia orbato ormai della vicende della vera dinastia reale i cui ultimi rami genealogici contribuiscono solo in veste di indolenti e pallidi azionisti o di zerbinotti scapestrati.

E ci ha raccontato con gli accenti toccanti del suo Specchio dei Tempi, la tenera storia di una coppia un po’ particolare che convola a nozze, intitolandola “Parla il cuore” e indicandola agli emozionati lettori come un’allegoria della vita e dei sentimenti che l’hanno vinta sul tempo che passa, sulle rughe, sulla vecchiaia e la solitudine cui condanna gli uomini, rievocando, per chi li conosce, gli ultimi versi della lirica “Alla vita” di Hikmeth, quelli che recitano “Prendila sul serio ma sul serio a tal punto, che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia”.

Eh si, perché l’irriducibile protagonista maschile della vicenda ha 76 anni – mentre la leggiadra fidanzatina ne conta appena 37 – e approda con spericolata audacia al suo quinto matrimonio facendo dire alla impavida cronista che “il matrimonio nella terza età è, io credo, l’idea stessa del matrimonio come legame tra due persone.  Non ci si sposa per fare figli, per costruire una o due carriere. Ci si sposa per essere in due e basta. La vita continua, dice il cuore di chi si sposa da vecchio” perché così  “restituisce alla scelta di sposarsi il concept della condivisione disinteressata”.

Ma come? Direte voi,  lo storico quotidiano torinese  -noto per essere da sempre interprete del benpensantismo più retrivo, misoneista e bigotto, quello che in anni non lontani approvava i pogrom e le pulizie etniche a carico di insediamenti rom e accampamenti di poveracci perlopiù stranieri,  quello che gongola per le piazze Si Tav che contrastano con la delicata fermezza delle signorine Felicita gli energumeni che si oppongono al veloce trasferimento sui buffet e comò di oltralpe di gianduiotti e tartufi  – deve aver perso il lume della ragione a squagliarsi per la relazione ovviamente opaca di una intraprendente giovane donna con tutta probabilità ucraina o moldava che ha irretito un ex ribaldo costretto dagli anni e forse da qualche patologia a consegnarsi alle sue cure opache, regalandole in cambio dei servigi squallidi e calcolatori permesso di soggiorno, status e rispettabilità.

Macchè, state tranquilli, basta guardare ai nomi della ineffabile coppia che ha originato il delicato concept a firma Boralevi, per capire le ragioni di tanto entusiasmo.  Perché lui è Claudio Martelli, delfino dell’ ex leader oggi alla ribalta postuma in qualità di compianto statista costretto immeritatamente all’esilio, un beneficiario con altri della cupola post nenniana dei giovamenti del Conto Protezione, ritiratosi poi a vita non abbastanza privata in modo da dedicarsi a buone letture e un po’ meno buone scritture, quelle settimanali sul settimanale Oggi, cui possiamo immaginare sarà riservata l’esclusiva del reportage delle festose se non fastose nozze.

La “lei” invece è Lia Quartapelle,  un’altra ex protégée de luxe,  oggetto dei favori fervidi e calorosi di Renzi che la volle dappertutto in veste di “ambasciatrice” e interprete della sua “visione” atlantica, tanto da conferirle un discusso seggio alla Camera nel collegio di Milano 13 e un trono ben meritato nella Trilaterale.

Il suo curriculum e le sue referenze, compresa quella che riguarda il ruolo svolto per combattere oscure trame russe intese a sostenere l’impeachment di Mattarella dopo il suo diniego alla candidatura di Savona all’Economia, confermano senza dubbi o possibili sospetti a che la sua scelta non può che essere dettata da focosa passione, slancio affettivo e disinteressato, consolidamento per legge di affinità e empatie superiori per qualità e durata a quelle di qualsiasi giovane donna di belle speranze ma inferiori meriti, inferiore ceto, inferiore appartenenza sociale, dunque inferiore credibilità che si aggiudichi i favori e il nome di un anziano benestante che conserva ancora una posizione e una visibilità nella società.

Nemmeno mi soffermo a immaginare che trattamento avrebbe subito anche da parte dei fan del bon ton e del politically correct una coppia speculare, lei 76enne e lui con 40 anni di meno, andando a ritroso nelle cronache rosa dei settimanali cui collabora lo sposino in oggetto, nemmeno mi soffermo sulla inguaribile indole piccolo borghese e provinciale della stampa italiana, che si appassiona alle defezioni dei reali inglesi dalla Corte più ancora che dall’Ue. E nemmeno mi soffermo su quell’altro tratto altrettanto mediocre che la connota, quel voyerismo applicato uniformemente ai talami, ai confessionali e alla politica, che si è prestato a fare da ripetitore di foto di famiglia dei golpisti e dei puttanieri, con pastellate cronachette rosa divulgate per convincere il popolo che padroni e potenti sono come noi, con le loro piccole miserie ma con in più le loro grandi virtù, che devono indurre al perdono per certe leggerezze e certi soprusi.

Invece mi soffermo eccome, a osservare che non è un caso che i nuovi fermenti intitolati e ispirati al trionfo dell’amore piacciano tanto a antiche formazione e alla loro stampa cocchiera perché raccomandano la fine dell’odio che più li spaventa, quello di classe e della ribellione legittima che dovrebbe provocare.

E dire che dovrebbero far capire a tutti  – anche a quelli che si sentono ancora protetti dalla percezione illusoria di essere esenti dalle disuguaglianze più crudeli, per via dell’appartenenza a una classe che conserva ultimi residui di privilegio  – che amore, solidarietà, affetti, reputazione, libere inclinazioni, scelte personali, vincoli di amicizia, di sostegno e assistenza, una vecchiaia rispettata e dignitosa, in una parola i “diritti” se ancora non sono merce riconosciuta sono destinati a diventarla, tanto sono stati resi negoziabili,  contrattabili al minimo in cambio di imitazioni di garanzie elargite e riconoscimenti offerti come mancette per far dimenticare la rinuncia a quelli fondamentali, che credevamo inalienabili e dei quali ci siamo lasciati derubare.

 

 


Nozze coi fichi secchi

Famiglia-RealeEra da un po’ di tempo che volevo scriverlo, senza poterlo fare visto l’incalzare delle vicende del fallito golpetto di palazzo, ma oggi che è la festa della Repubblica e il nuovo governo come un  gruppo di cresimandi con l’abito della festa va alla parata, è forse l’occasione giusta. Circa una decina di giorni fa la Rai che si spaccia per servizio pubblico e che per questo arraffa un lucroso canone annuale da tutti gli italiani senza peraltro rinunciare a valanghe di pubblicità, ha pensato bene di sciupare alcune ore nella diretta dell’ennesimo matrimonio reale inglese tra un qualche pincipino e la modella di turno. Ora i sudditi britannici sono liberissimi di mantenere la famiglia reale, alcuni dei cui membri sono al limite del ritardo mentale, che esprime un gusto da brillocchi e da hard discount (in questo sono inglesissimi); liberi di passare alla regina 82 milioni di sterline l’anno di appannaggio personale, più una cifra di altri 150 milioni per le attività inerenti alla rappresentanza, manutenzione di palazzi e residenze dei vari membri della famiglia, giardini, aerei, treni reali e scorte, senza contare il costo indiretto ma altissimo delle rendite di posizione dei vari membri della famiglia che il  Guardian qualche anno fa conteggiava in circa 180 milioni, sempre di sterline; liberi  di non far pagare alla famiglia reale le tasse sulle attività delle grandi proprietà terriere certamente non acquisite col sudore della fronte; ancora liberi di pagare una tassa speciale dell’importo globale di 40 milioni di sterline per finanziare l’augusta e democratica cerimonia nuziale tra il principe che tra l’altro non diventerà mai re e la starlette da tv. Ma noi cosa c’entriamo con tutto questo? E soprattutto cosa c’entra il servizio pubblico e i soldi in quantità che avrà messo  nelle  capaci tasche dei royal fannulloni per farci godere l’imperdibile vista delle loro facce equine e il pessimo gusto che sanno esprimere?

Tutto questo orrendo trash non dissimile in fondo dalla valanga di spazzatura matrimoniale fornito dalla televisione con tanto di castelli e di carrozze che si ispirano proprio a questi esempi di anacronismo simbolico, sarebbe stato l’ideale per altre reti, dedite alla distribuzione massiccia di oppiacei sotto varie forme, non certo per un servizio pubblico. Non fosse altro che per un dato di natura, diciamo morale prima ancora che politico, visto che il 15 per cento dei sudditi di sua maestà col cappellino è al di sotto del livello di povertà e il Regno Unito è assieme agli Usa uno dei Paesi del mondo dove è più alta la disuguaglianza:  infatti il 10 per cento più ricco della popolazione ha il 54% della ricchezza nazionale  e l’1 per cento più ricco ne possiede da solo il 23 per cento, quasi un quarto. Viceversa il 20 per cento più povero della popolazione possiede collettivamente appena lo 0,8 per cento della ricchezza del paese. Come se non bastasse una ricerca condotta dal prestigioso Institute for Fiscal Studies prevede che già nel 2020 un bambino inglese su 4 nascerà (e vivrà aggiungo io) povero il che tra le altre cose dimostra tutta la volgare fumisteria delle idee neoliberiste: Cameron a suo tempo fece votare il Child Poverty Act, un programma d’intenti che si poneva come obiettivo la riduzione drastica della povertà infantile. Secondo gli esperti che stilarono il documento, le politiche di Cameron di abbattimento del welfare per recuperare risorse avrebbero portato, per il 2020, ad avere solo un bambino su 20 in povertà relativa. Invece sta avvenendo l’esatto contrario e con una velocità drammatica..

In questo quadro d’insieme che evidentemente la Rai non conosce e che se conoscesse probabilmente negherebbe, lo spettacolo spazzatura di sontuosi matrimoni reali non è precisamente una fiaba da raccontare mentre il phon della parrucchiera si agita attorno ai capelli,  ma un vero e proprio spreco di denaro oltre che una incarnazione tangibile della disuguaglianza al suo stadio più puro tra chi ha e chi non ha. Basterebbe solo questo a mettere in luce la falsità etica dei sermoni di bon ton politico, non saprei come definirli altrimenti, che la Rai ci impartisce tutti i giorni. Tutto finisce poi a nozze reali.


Svendola di paternità

tobiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò un bastian contrario, avrò un’evidente e colpevole idiosincrasia nei confronti dello snobismo di massa, ma non mi associo al coretto estatico che è seguito al lieto annuncio da parte di Vendola e del suo compagno di vita dell’acquisizione di un bimbo di nome Tobia, creatura innocente e doppiamente esposta alle ferite della vita, in qualità di simbolo oggetto di ostensione e scandalo proprio da parte di chi dovrebbe proteggerlo e salvaguardarlo.

Ma invece riconosco all’ex presidente della Regione Puglia, che già in passato si era dimostrato esente, inconsapevole o indifferente ad altri veleni, di averci voluto dare dimostrazione, dopo mesi di sorprendente silenzio da parte di uno dei più dinamici, lirici e visionari esternatori “a cazzo” della politica nazionale, che il Ddl Cirinnà, il riconoscimento delle unioni di fatto con annessa o rimossa fedeltà e  l’adozione del figliastro detta stepchild adoption, non c’entrano nulla con l’utero in affitto. Pratica cui,  una volta di più è dimostrato in questo caso, continuano a ricorrere quei tandem affetti da coazione a procreare a tutti i costi, per una varietà di motivi non tutti nobili, spesso manifestazione di indole proprietaria, siano essi coppie sposate o conviventi, perlopiù eterosessuali, equipaggiate di una condizione di benessere e dei mezzi sufficienti per approfittare delle opportunità offerte dal mercato.

E infatti la coppia molto corteggiata dalla stampa scandalistica e non solo, ha potuto andare a comprarsi gli ovuli necessari e poi affittare un grembo materno da una donna che supponiamo non sia una imprenditrice, una docente universitaria, una manager, una professionista, tanto privilegiata da scegliere una prestazione piuttosto discutibile in nome di una malintesa solidarietà, e nemmeno una ragazza madre decisa a assicurare una vita più sicura a un figlio della colpa, come si sarebbe detto un tempo, bensì una qualche probabile povera crista, costretta a abiurare per bisogno a libero arbitrio e leggi di natura, quelle che piacciono tanto a Alfano e Giovanardi, per concedersi in veste di partecipe contenitore.

Privilegiata due volte la coppia Vendola- Testa, perché in condizione di potersi permettere il lusso estremo di una paternità surrogata e di sottrarsi alla legge nazionale italiana, che vieta e vieterà l’utero in affitto, grazie alla nazionalità di uno dei due partner, ma soprattutto in virtù di quella divina condizione di impunità legale e morale che deriva dall’appartenenza castale a un ceto consapevole e legittimato a potersi permettere tutto, anche scelte almeno “inopportune” rispetto a ideali e valori professati e militati,  che dovrebbero condannare sfruttamento e disuguaglianze.

L’amabile pigolio dei fan in risposta al certamente infame schiumar di collera degli squadristi, offre una liberatoria in nome dell’amore, concetto molto propagato in questi giorni di repêchage renziano del berlusconi pensiero: ha vinto l’amore, ha detto il premier altrimenti anaffettivo in occasione dell’approvazione del vergognoso topolino sortito dalla montagna evidentemente insormontabile del pari accesso a diritti fondamentali. Accreditando obliquamente che trattasi  di un bene, anche quello, soggetto alla solita discriminazione, che lo rende godibile e accessibile interamente a chi può, a chi ha, a chi possiede e vuole possedere ancora di più e illimitatamente, a chi ha la fortuna spesso dispensata dalla dea bendata, dalla lotteria naturale, altre volte per fidelizzazione e conformismo, al ceto privilegiato. E che invece è sempre più limitato quando non negato ai comuni mortali, cui si impedisce anche di crepare con dignità, prerogativa anche quella a pagamento, e si vieta di sposarsi o di convivere sotto lo stesso tetto, di procreare anche nell’ambito di una coppia benedetta da Alfano e Gasparri, di garantire assistenza, cura e istruzione alla prole.

In effetti l’amore non gode di buona stampa salvo negli slogan di regime, che invece nutre anche per legge i più tremendi istinti volti a creare inimicizia, sospetto, diffidenza, che rompe vincoli e patti, che induce a odiare e invidiare gli altri da noi, perfino chi sta più sotto, condannato a essere detestato perché non avendo nulla da perdere attenta al poco che ci resta.

E non basta aver sofferto di discriminazione e omofobia, di aver avuto un percorso esistenziale difficile per rivendicarne il possesso esclusivo, per arrogarsi una possibilità vietata da altri e fuori dall’ambito della legalità, in altri contesti professata con dubbia aderenza personale. Basterebbe invece a esaltare un impegno politico, morale, civile   per promuovere una legge che faciliti le adozioni per tutti, coppie eterosessuali, omosessuali, per single, per donne e uomini di buona volontà che un po’ di amore lo conservano anche per creature non “loro” e che sostituiscono al possesso, la solidarietà, la generosità, la tenerezza, la comprensione, l’umanità.

 

 

 

 


Family Day, i panni sporchi si lavano in piazza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per via della loro morigerata compostezza, della loro rigorosa logica, verrebbe proprio da dare ragione – o no? –  a tutti quelli che in rete, sui media, nei social network biasimano l’eccessiva attenzione, la priorità data al tema delle unioni civili “con tutti i problemi che attanagliano il paese, lavoro, immigrazione, sicurezza, stravolgimento dei principi che regolano la vita democratica”.

Accidenti, vien da dire, non hanno mica torto a criticare chi è sceso in piazza – quelli della settimana scorsa, eh, non confondiamo – per le adozioni dei figliastri, per la reversibilità a compagni dello stesso sesso, mentre non si sarebbero avute manifestazioni  altrettanto numerose e vocianti contro le Legge Fornero, il Jobs Act, perfino la Buona Scuola, a conferma che l’istinto alla delega e la remissione di responsabilità ormai si è diffuso e ha investito anche critica, opposizione, collera, sicché ci si aspetta che a difendere garanzie, conquiste, siano altri, con preferenza per i diretti interessati, per le vittime, i colpiti, sancendo la fine della coesione sociale in favore della competizione, della solidarietà in favore del corporativismo.

Fanno sospettare i nuovi e inediti difensori di precari, pensionati, insegnanti avviliti e marchiati da nuove povertà e da perdite di beni irrecuperabili, a cominciare dalla dignità per finire con la libertà, che certe istanze siano da annoverare tra i capricci di privilegiati, stilisti, gente di spettacolo, quelli che hanno potuto fare coming out sfacciati, perché avevano a disposizione una tribuna inviolabile, una popolarità indiscussa, probabilmente mai vulnerati da umiliazioni, manifestazioni di omofobia, emarginazione, e ai quali si perdonano certe esuberanze di look o verbali, perché si sono conquistati il diritto di far parte della “maggioranza” conformista che pensa all’interno delle convenzioni.

Mentre non sembra lecita la richiesta di leggi a difesa di chi vive fuori dalle “leggi di natura”, perché siamo evidentemente così intrisi e innervati in ogni fibra del nostro essere e del nostro pensare dal primato delle disuguaglianze,   che è necessario accettarle, ripeterle su scala e perpetuarle, a difesa del poco che abbiamo, a dimostrazione e conferma di una incerta e labile superiorità, che si manifesta nelle misure dei governi che dividono i cittadini del mondo globale in individui di serie a e di serie b a seconda delle arbitrarie “estrazioni” della lotteria naturale, che sottraggono garanzie e diritti sostituendoli con elemosine, elargizioni e concessioni, ma anche nei comportamenti quotidiani, quando parlano istinti e condizionamenti infami che un tempo avremmo avuto vergogna di esibire, tanto da far rimpiangere buonismo e politically correct.

Ma il fatto è, a detta dei molti benpensanti, che quelli che chiedono il riconoscimento di vincoli e genitorialità “diverse” sono un bel po’ molesti, intemperanti, sguaiati. Ma insomma affidereste un bimbo a una coppia di maschioni in canottiera fucsia, ciglia finte e tatuaggi? Perbacco, meglio brutti, sporchi e cattivi ma  eterosessuali, magari violenti, ma virili, forse psicopatici, ma credenti, turisti sessuali e spensierati frequentatori di vivaci minorenni, comunque rispondenti alle leggi naturali, stranamente retrocesse a rispetto della bestialità piuttosto che delle le norme che   ogni uomo dovrebbe trovare dentro di sé, interrogando la propria ragione. Non trovate che le loro esuberanze siano più volgari e incivili di quelle di premier puttanieri, ma soprattutto di politici adulteri, di preti pedofili, che le loro porcherie le fanno nell’educata oscurità dei loro arcana imperii? Insomma non sembra anche a voi che vogliano troppo, ben oltre le  benevole concessioni che si è disposti a elargire a chi comunque è “diverso”? così è un proliferare di entusiastiche condivisioni di scritti e riflessioni di pensatori e opinionisti del ceto “del culo al caldo”, che rimproverano le esagerazioni e i condizionamenti esercitati dalla lobby gay, segnalano l’occupazione dell’esercito omosessuale di mestieri e cultura, criticano certe incontinenze, denunciano la tendenza degli irriducibili a voler dimostrare che dietro a ragionevoli resistenze si cela il pregiudizio, quello che Nussbaum definisce la nausea dei “normali” nei confronti di chi è diverso. Proprio come è successo che venissero giudicate eccessive le manifestazioni dei “negri” d’America, quelle delle femministe che esigevano di non crepare d’aborto clandestino, ma prima ancora quelle delle suffragette che chiedevano il voto, anche quello non previsto dalle leggi di natura.

Che poi cosa vi sia di sacro e naturale nel matrimonio è tutto da vedere, trattandosi di contratto stipulato da due parti, come dimostrano secoli di sponsali di interesse, combinati, di vincoli che nulla hanno a che fare con amore, solidarietà, assistenza reciproca, per non dire di fedeltà, affetto, conservazione e trasmissione di valori. Che poi cosa vi sia di naturale nel reprimere inclinazioni e attitudini è tutto da vedere, almeno quanto non lo è partorire con dolore, morire di setticemia, mettere il bavaglio a voci e opinioni, proibire desideri e visioni del futuro, come oggi è di moda fare.

Che poi cosa vi sia di naturale nel protervo desiderio di genitorialità se sgorga dal di dentro di coppie convenzionali, è tutto da vedere, se l’appagamento, la consapevole e serena accettazione di se stessi deve passare per la procreazione a tutti i costi, se la sopravvivenza di vincoli d’affetto ha bisogno di una nascita salvifica. Se l’armonia di una donna è incompleta se per caso o per scelta è un “ramo secco”. Ah si, dimenticavo, c’è il problema dell’utero in affitto, pratica a ben vedere disdicevole anche se frequentata da coppie eterosessuale e al di fuori delle leggi del proprio paese. Disdicevole a mio vedere almeno quanto il cervello in affitto concesso a ideologie e padroni abbietti, ma che comunque si volge nell’ambito delle libere scelte, per quanto possono esserle quelle di chi, come quasi tutti, è soggetto a sfruttamento e sopraffazione.

Purtroppo dietro a tutto questo “ragionare” c’è l’ipocrita convinzione di essere nel giusto solo se si accetta una morale comune, che è proprio quella di quel modello esistenziale oltre che economico, fondato sullo sfruttamento, sull’avidità, nel quale i ruoli sessuali nella famiglia e fuori sono al servizio di esigenze padronali e di controllo sociale, a voler confermare che la regola naturale primaria e imprescindibile sia l’ubbidienza, il conformismo, l’assoggettamento, anche contro i propri bisogni, le proprie attitudini, i propri diritti. Che non piacciono al popolo del Familiy Day di oggi e di ieri, alle sentinelle in piedi, ai vescovi e a Gasparri, perché parlano di responsabilità verso se stessi, gli altri e le generazioni a venire, ma parlano soprattutto di libertà, qualcosa di potente eppure fragile, la cui tutela non dovrebbe mai essere delegata a chi ne ha paura.


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