ministro-alfanoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Divisivo è una di quelle parolacce gergali che piacciono a sussiegosi opinionisti, apostoli dell’eufemismo, che la preferiscono al maleducato iniquo, per indicare azioni “necessarie”, austerità ineluttabili volte a mettere gli uni contro gli altri, creando steccati, differenze strumentali, che, si sa, è più facile imperare sulle divisioni.

Ma siccome si tratta ormai di un  sistema di governo, la userò riferendola alla delega in bianco sul lavoro come alla circolare firmata ieri su quello che ad intermittenza diventa un tema optional, aggiuntivo, secondario e laterale, oppure un caposaldo del pensiero unico. E infatti proprio come  la coalizione al governo, che ormai ha assorbito tutti in un Partitone senza iscritti, senza simpatizzanti, senza principi, senza valori, si colloca tra le due o tre convinzioni trite che formano l’ideologia del ceto dirigente:  c’è gente più uguale di altri,  famiglie più legittime di altre, amori più regolari e dunque più accettabili di altri. E rivendica  per chi comanda la facoltà, appena appena sotto- divina, di stabilire chi appartiene a buon diritto alla normalità, chi ne è fuori e inevitabilmente deve essere condannato a esclusione, emarginazione, irregolarità, siano i precari, siano gli immigrati, siano i rifugiati, siano gli omosessuali,. Per arrivare poi a malati, invalidi, vecchi, oppositori anticipando il marzo  infame dell’Ausmerzen, quando le bestie che non reggono la fatica è meglio siano soppresse.

Allora, in questo spirito,   il ministro Alfano, ha emanato una circolare da inviare ai prefetti “per chiedere la cancellazione delle trascrizioni dei matrimoni tra persone dello stesso sesso fatti all’estero. Queste trascrizioni fatte da alcuni sindaci non sono conformi alle leggi italiane (…) Dove risultino adottate queste direttive sindacali in materia di trascrizione delle unioni tra persone dello stesso sesso contratte all’estero e che vogliono essere registrate in Italia”, il ministro invita i  prefetti a  rivolgersi ai sindaci  raccomandando il ritiro di queste disposizioni e alla cancellazione, ove effettuate, delle trascrizioni, avvertendo anche che “in caso di inerzia si procederà al successivo annullamento d’ufficio degli atti che sono stati illegittimamente adottati (…)”. L’eterno delfino affetto da una coazione a ripetere che lo porta a cercarsi e a ubbidire a  padri padrini padroni perfino più giovani di lui,  vorrebbe sostituire le forze dell’ordine con eserciti mercenari di sentinelle a vigilare su inclinazioni, aspirazioni, a reprimere opposizioni e bisogni, e le leggi dello stato di diritto con regole e dogmi dettati da gerarchie ecclesiastiche e politiche, comunque “padronali”,  interessate a trasformare in etica pubblica il rispetto di principi di parte, spesso minoritari, perlopiù irriguardosi di diritti fondamentali. E infatti menziona norme dello Stato che metterebbero fuori legge i matrimoni contratti da persone dello stesso sesso. Ci piacerebbe che le citasse, con articoli, codicilli, postille, clausole e  annesse pandette, renderebbe un servigio alla chiarezza, aiuterebbe quei sindaci, perfino qualcuno del Pd, che ormai si erge a custode di valori  confessionali così come a depositario di quelle famiglie che porta alla disgregazione, tramite nuove povertà economiche e di garanzie, che hanno deciso di disubbidirgli. E che possono farlo perché non sta scritto da nessuna parte che il matrimonio debba necessariamente unire un uomo e una donna. Nemmeno nella Costituzione che vogliono stracciare si precisa il sesso delle persone che vogliono ed hanno diritto al riconoscimento giuridico del loro vincolo d’amore, d’affetto, di solidarietà, di comunanza.   Solo un ceto che si sente sfuggire di mano il controllo di una società in evoluzione, che teme  quel bisogno diffuso e generalizzato di libertà, laddove i diritti sono diventati arbitraria elargizione e discrezionale prerogativa di pochi privilegiati, può immaginare di rispondere con una provocazione che diventa sigillo simbolico e dimostrativo delle coercizioni, dell’autoritarismo, della sopraffazione che si vuol dispiegare ed esprimere in ogni contesto, lavoro, beni comuni, cultura, istruzione, assistenza.

E dire che per una volta potrebbe essere l’Europa che ce lo chiede: il Trattato di Maastricht, vincolante per l’Italia, introduce  il divieto di discriminazioni basate sulle tendenze sessuali. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ha poi stabilito all’articolo 9  che «il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio», e ha cancellato   il riferimento ad “uomini e donne”.   Da noi è spettato ancora una volta ai giudici il compito di far cadere le barriere con decisioni sempre più importanti. Con la sentenza n.138 del 2010 la Corte costituzionale ha riconosciuto la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fonte ad una delle “formazioni sociali” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione. Con una conclusione importante: alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile “spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendo nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.  E nella sentenza si dice pure che “può accadere che, in relazioni a ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale”.  

Ma ormai la lotta alle discriminazioni, il riconoscimento di pari diritti pur nelle differenze non è moderno, non attrae investimenti, non esalta la competitività, si limitano a farci essere civili ed umani. Quindi meglio stracciarli, proprio come la Carta che li identifica e li sancisce.