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L’esercito dei divanisti

indivanados_ggente_001_indivanadosAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi consolo pensando che il mondo intorno non è solo Facebook. Non ho certamente concordato con Eco nel definire la rete un territorio popolato da imbecilli. Ma mi sono via via convinta che sia qualcos’altro di non meno pericoloso.

È stato Lukacs nella sua “Ontologia dell’essere sociale”, a chiamare “onnipotenza astratta e concreta impotenza” la condizione dell’uomo contemporaneo. Voleva intendere che la libertà di dire quello che si vuole in un contesto cosiddetto democratico, è l’unica concessione rimasta a fronte della impossibilità di intervenire concretamente e di trasformare la realtà. E certamente quella libertà oggi è esaltata dalla opportunità di far circolare pensieri e opinioni, di pronunciarsi e schierarsi senza grandi rischi e fatiche, seduti su un sofà di divani e divani realizzato dagli artigiani della qualità, rimasti gli ultimi testimonial dell’Emilia rossa.

Purtroppo si tratta di una libertà condizionata.  Non solo perché la critica, l’opposizione, la ribellione si riducono a chiacchiera innocua, a teatrino proprio come nei talkshow che hanno sostituito le palestre di pensiero, le assemblee e pure i luoghi della comunicazione istituzionale. Ma soprattutto perché così contribuiamo, con l’autocensura oltre che con i limiti e con le regole scritte e non scritte imposte dal bon ton politicante e dalla netiquette, a convalidare l’impossibilità di agire, a consolidare la frustrazione che ha devitalizzato la collera, giustificando quel nostro guardare e contestare affacciati al davanzale della finestra, rafforzando una concezione del presente come duraturo, e di un futuro incontrastabile, dove il sistema che ci comanda da condizione e forma storica  forgiata dagli uomini diventa dimensione ontologica, superiore  ed eterna, dunque, ineluttabile e fatale.

Basta vedere  quale considerazione, positiva e negativa, si sia riservata ai gilet gialli, guardati con apprensione o stima, con ammirazione o  ripulsa, comunque collocati su un piano certamente più elevano di quello sul quale si erano installati i nostri forconi.

Vuoi perché si tratta di un tentativo quasi riuscito di regicidio coerente con tradizione d’oltralpe, sia pure di un re travicello che deve addirittura raffazzonare in tutta fretta la grande intimidazione suscettibile di riaggregare consenso difensivo e  amor patrio.

Vuoi perché nel bene e nel male quelle sfumature di poujadismo appagano il malumore  antieuropeo e rappresentano il malessere da dispensa vuota perfino in prossimità del Natale. Vuoi perché a guardare chi ci mette in guardia dall’imitarli, Europa, Pd, Madame Le Pen, si è portati a sospettare che se rappresentano un pericolo per l’establishment, potrebbero essere un caso di scuola per il processo di  “redenzione” di un ceto medio che si è visto impoverire di beni e garanzie, scivolare sempre più giù nella scala sociale, minacciato da chi sta sopra, da chi sta a fianco e perfino da chi sta più sotto e non ha nulla da perdere, condizione invidiabile per quelli che sentono l’ultimo bene rimasto, la casa, il posto, come un’arma di ricatto nelle mani del sistema.

Vuoi perché la sommossa francese e non solo parigina, fa comodo a chi la bolla di “plebeismo”, criminalizzandola come miserabile degenerazione del già deplorevole populismo. Ma anche a chi si compiace che in Italia non si replichi a soggetto, come manifestazione di maturità, di sussistenza della democrazia sia pure contrastata dalla presenza dell’infamone al governo, o, peggio, come segno evidente che non stiamo ancora così “peggio” da motivare guerre del pane e “boiachimolla”.

Ora non voglio dire che è colpa della rete, della quale faccio largo uso, se siamo tutti posseduti da quello che viene chiamato il  “paradosso della debolezza” , quello che ci fa accettare regole e azioni inique, cui – e perché – ci è -almeno per un po’ – concesso di criticare.

Ma è vero che la militanza col clic è una bella scappatoia: consente di parlar male di Dio e del mercato, facendo i baciapile e comprando telefonini, di parlar bene di donne, licenziandole o maltrattandole, e di stranieri, sfruttandoli e non pagando loro i contributi, di compiacersi di guerre purchè “esportatrici di democrazia” nei posti arretrati e incompatibili con la civiltà superiore, sopportando come inevitabile quella contro l’altro Terzo Mondo, quello interno, e di condannare nazismo e comunismo, che alla critica all’altro totalitarismo, quello economico, hanno messo il silenziatore, dandoci il Wi-Fi, Twitter, edificanti polpettoni tv,  e la convinzione di essere ancora tra gli esenti e i salvati.

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La festa a Macron arriva in ritardo

direct-la-fete-macron-des-milliers-de-manifestants-attendus-parisLa temperatura politica in Francia è sempre più calda e rasenta quella raggiunta nel maggio di cinquant’anni fa: gli scioperi di ferrovieri e chimici per il rispetto dei contratti e dell’occupazione, la vera e propria battaglia attorno a Notre Dame des Landes, vicino Nantes dove gli zadisti resistono all’assalto della gendarmerie ridottasi a truppa mercenaria per la conservazione delle prerogative del mercato e poi la serie di manifestazioni quotidiane, tra cui quella affollatissima di sabato scorso a Parigi indetta per “fare la festa a Macron”nell’anniversario del suo insediamento all’Eliseo.  Tra place de l’Opera e place de la Bastille hanno sfilato più 150 mila persone appartenenti a tutte le componenti vessate e/o antagoniste della società francese dai sindacati, ai collettivi, dagli studenti alle associazioni territoriali. Uno spettacolo grandioso e pacifico.

Ora però dobbiamo domandarci se tutto questo servirà a respingere o rallentare l’assalto del neoliberismo e della disuguaglianza senza limiti portata avanti da Macron: lo spero ma ci credo poco perché gran parte dei 150 mila che hanno sfilato per la capitale francese sono in qualche modo in mezzo al guado: Melenchon, leader di France Insoumise, era ovviamente in prima fila, ma accanto a lui c’erano i rappresentanti del partito comunista, del nuovo partito anticapitalista, del polo di rinascita comunista che al secondo turno delle presidenziali hanno consigliato di votare  Macron per arginare Le Pen, nonostante egli avesse detto per filo e per segno ciò che voleva fare. Non contenti hanno dato vita  a un’accanita quanto grottesca polemica contro lo stesso Melenchon  colpevole di aver proposto l’astensione non foss’altro che per limitare la vittoria dell’uomo dei Rothschild. Insomma fra quei 150 mila almeno i due terzi hanno votato Macron. A me pare del tutto evidente come una parte non piccola di questo universo potenzialmente antagonista, viva in un mondo separato nel quale gli anni ’70 non sono mai finiti, che non ha afferrato il cambiamento topologico della politica, che vive brucando luoghi comuni, cliché, rimembranze e quindi cade in ogni trappola.

Ora mi chiedo se Macron avrebbe la forza di fare il massacratore sociale, il guerrafondaio, il bugiardo senza scrupoli, il neo colonialista ad oltranza se avesse vinto per il rotto della cuffia, non riuscendo perciò a trascinare sull’onda del proprio successo anche il risultato delle elezioni politiche. Oppure mi chiedo cosa sarebbe successo se avesse vinto la Le Pen: avrebbe incendiato il parlamento e si sarebbe messa i baffetti da Hitler? Avrebbe forse privatizzato le ferrovie, avrebbe fatto votare una legge sul lavoro che butta a mare tutti i diritti acquisiti, avrebbe cominciato il rapido smantellamento dello stato sociale e dei servizi pubblici, avrebbe detassato i profitti da capitale e da rendita azionaria imponendo ai pensionati di ripianare il buco creato da questa sanatoria per i ricchi, come ha fatto il Macro delle banche? Non credo proprio visto che tra l’altro il suo era un elettorato operaio in grave crisi. E non credo nemmeno che avrebbe inaugurato una stagione di colonialismo malato, stragista e perverso, come ha fatto l’europeista Macron.

Forse bisognerebbe cominciare a riconoscere anche se non soprattutto il fascismo che non si vede, quello implicito che si è spogliato delle stigmate storiche e finge di essere qualcos’altro. Del resto i fascismi, dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione di ottobre, furono in sostanza un espediente delle elites liberali e delle classi dirigenti di proteggersi dalle lotte popolari che come la Russia aveva dimostrato potevano anche vincere. Adesso che le cose sono enormemente cambiate, che non esiste più l’Urss, nè il keynesismo obbigato e che anche le lotte sociali sono state spezzate e ridotte a mugugno, che le masse si librano su internet, il fascismo vero è quello dei Macron.

Oh certo,  magari la Le Pen avrebbe  inaugurato una stagione di maggiore chiusura sul piano dell’immigrazione aggiungendo il peso di una xenofobia ufficializzata a quella concretamente praticata e magari travestita da terzomondismo d’antan  che ha impedito una reale integrazione. Ma non possiamo ridurre i problemi di una società ad un unico tema che per certe destre neoliberiste . come vediamo in Italia –  è una facile cortina dietro la quale nascondere le vere intenzioni, così come lo è per certe false sinistre che campano di internazionalismo fasullo, salvo poi armarsi per massacrare la gente a distanza. Con questo voglio dire che la battaglia ha qualche speranza di poter essere vinta solo se si abbandonano i totem a cui per troppi anni ci si è abbandonati, come alibi, come paravento, nel migliore dei casi come simulazione di buona coscienza e nel peggiore come è accaduto per certi succidi  piddini con un rovesciamento della politica della razza mussoliniana. Chiunque se avesse una qualche onestà e anche un minimo di cervello capirebbe che il problema dell’immigrazione, dovuto alle guerre e allo sfruttamento occidentale, può essere risolto solo se le logiche neo coloniali e di mercato vengono finalmente contraddette all’interno dei Paesi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero: il problema non va risolto a casa loro, ma prima di tutto a casa nostra.

Comunque sia, è chiaro che si potrà  arginare l’offensiva soltanto se i cittadini avranno modo di collegarsi e di ritrovarsi davvero insieme nella battaglia, di comprendere che la spoliazione degli altri è la propria spoliazione e viceversa, che la tirannia prescinde dalle forme. E di impedire che essa sfrutti la loro buona fede per intrappolarli.


Francia: il maggioritario del re sole

banchetto-luigi-XIVA Evry, cittadina a sud di Parigi e di fatto parte della sua estrema periferia, si scontravano la candidata di France Insoumise, Farida Amrani e l’ex primo ministro Manuel Valls, che a tutti costi doveva vincere. E infatti ha vinto con il 50,3 per cento, sebbene nei seggi in cui c’erano rappresentanti della Amrani lei stesse vincendo con il 60%.  Una ridda di presunte irregolarità denunciate dai bravi di Valls avevano portato a un secondo conteggio a porte chiuse nella sala comunale con la stampa e gli stessi rappresentanti di France Insoumise esteromessi con la forza mentre Valls si dichiava vincitore con i media e minacciava l’intervento della polizia se qualcuno avesse cercato di mettere il naso in quel pasticcio. Alla fine deciderà il consiglio costituzionale (una assemblea di ex politicanti) che ha quasi sempre confermato i vincitori autoproclamatesi tali nella convinzione che sia meglio tenersi un non eletto che creare scompigli.

Si tratta solo un’appendice diciamo così furfantescai di un contesto generale nel quale si sono prepotentemente rivelati i guasti di un sistema maggioritario: in Francia dove l’astensionismo ha raggiunto il 56% al secondo turno delle politiche, l’area macronista ha conquistato solo il 20%  del corpo elettorale, ma governerà con il 60% di deputati, la maggioranza assoluta. Questo abisso tra Paese e rappresentanza ci dice con la forza incontestabile dei fatti che siamo molto oltre quel virtuoso effetto governabilità asserito dagli spacciatori di maggioritario: siamo invece alla messa in mora della democrazia e al tentativo dell’elite politica di realizzarsi come oligarchia di fatto autonoma dal corpo elettorale e dalla volontà popolare grazie a tre appoggi essenziali: la finanza internazionale, il sistema mediatico totalmente in mano alla stessa con il compito di organizzare opportunamente la narrazione voluta e una base clientelare. Insomma il potere si autogarantisce introducendo trucchi nella democrazia formale che ne annullano la sostanza e che rendono gli eletti personaggi attaccati agli interessi personali e di clan, senza alcuna idea, nemmeno remota, di interesse generale. In sostanza una folla di lobbisti .

Visto che siamo in Francia non si può non pensare agli Stati generali dell’ Ancient Regime dove il terzo stato che comprendeva il 98 per cento dei cittadini aveva un solo voto esattamente come il clero e la nobiltà che costituivano e gli altri due. Così come si possono riproporre  le domande dell’abate Sieyès nel celebre pamphlet del 1789 che fu una delle micce della rivoluzione:  “Cos’è il terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa”. Basta sostituire terzo stato con elettorato e vengono fuori gli ultimi vent’anni di storia politica e la sua inevitabile deriva verso le sospensioni costituzionali grazie alle benvenute e forse sollecitate emergenze per garantire una sicurezza che è impossibile comunque da garantire e che serve invece magnificamente per il controllo sociale. Il vero problema a questo punto  è di vedere se essere maggioranza quasi assoluta in parlamento e piccola minoranza nel Paese creerà problemi seri all’oligarchia di comando, se la mobilitazione sociale che è lecito attendersi, riuscirà ad arginare in qualche modo la lotta di classe al contrario che i poteri europei stanno conducendo. Se insomma questa situazione renderà fragile la governance.

Purtroppo non credo: non ci sono forze e idee all’altezza del momento e un Melenchon che comunque ha preso meno della metà dei seggi dei socialisti traditori, non fa primavera: l’occasione di cambiare le cose c’era stata, ma una sinistra atona e confusa, intenta esclusivamente a cullare i propri feticci, esattamente come in Italia dove nel nuovo conglomerato in formazione ci sono persino i fan di Tsipras, ha pensato bene di non astenersi sulla Le Pen e ha favorito uno sfondamento non previsto di Macron alle presidenziali e dunque anche alle politiche, cosa che era assolutamente prevedibile e modestamente prevista proprio su questo blog (vedi qui) . Non si può solo  biasimare e maledire il sistema maggioritario: dal momento che comunque esiste, che non è stato possibile impedirlo o ribaltarlo, bisogna entrare in quella logica per ottenere dei risultati che non siano soltanto una manciata di poltrone.

Quindi, guerra permettendo, evento tut’altro che improbabile, i francesi si faranno un quinquennio  di Macron e ne usciranno in pieno  Luigi XV con tanto di bisnonna Du Barry.  Melenchon rappresenta il germe di una nuova esperienza, di un nuovo inizio il cui vero nemico è la pletora di sinistre ingrigite e di disorientamenti.


Corteo anti Macron dopo averlo votato

cq5dam.web.738.462I seggi elettorali non sono ancora stati smantellati che a Parigi c’è stata la prima manifestazione anti Macron organizzata dal Front Social un ensemble che riunisce alcune sezioni sindacali, Force Ouvriere, studenti e associazione di base. E ancor prima dell’insediamento del fantoccio di Rothschild e bamboccio del Bilderberg, la polizia ha fatto capire le intenzioni della nuova governance francese mettendo in piedi un enorme di dispositivo di controllo e repressione del tutto spropositato rispetto a un corteo di poche migliaia di persone, con perquisizione dei passanti, chiusura di fermate della metropolitana, blocco di strade e infine con le manganellate a presunti black bloc e persino ai giornalisti.

In un certo senso la manifestazione era logica, dovuta, attesa  visto che la sinistra francese era scesa più volte in piazza quando Macron era ministro dell’economia e lo si imputava di essere stato l’autore principale della loi travail, ovvero dello strumento con cui si è proceduto a distruggere i diritti del lavoro e a lanciare la precarizzazione selvaggia. Ma sì logica, coerente, necessaria, se non fosse per il piccolo particolare che molta parte dei manifestanti appena due giorni prima era andata nei seggi elettorali per votare Macron invece di astenersi come sarebbe stato ovvio per evitare che la vittoria macronista fosse così netta. Il nemico non è stupido, sa come confondere gli avversari e infatti proprio ieri la sezione francese della Deutsche Bank  ha pubblicato una serie diMacron_support approfondimenti statistici del voto tra le quali spicca la tabella dei flussi in cui si mostra come il manchurian candidate della finanza sia stato votato al secondo turno più dalla sinistra radicale che non dal centro destra e andando ancora di più nello specifico dall’elettorato più giovane della sinistra radicale che presumibilmente erano presenti nel corteo.  Bene, adesso che il pericolo fascista è stato evitato bisogna vedersele col fascismo vero, tanto più che una vittoria così netta di Macron getta anche un’ombra lunga sulle prossime elezioni politiche. Ma sapete, andare in piazza a manifestare dopo aver favorito una vittoria del massiccia del proprio avversario, il quale in realtà sta bene solo al 16% dei francesi  è come tentare di colpire il sistema della finanza scardinando un bancomat.

Questo dovrebbe far comprendere a tutti come l’esperienza della sinistra, diciamo così tradizionale, nelle sue varie forme, personaggi, strategie, tic, deve considerarsi in via di estinzione e archiviazione. Negli ultimi anni la si è sempre accusata di non riuscire ad esprimere una propria reale soggettività ed è verissimo, ma quella poca e residua, tutta imperniata su riflessi condizionati, gioca paradossalmente a suo sfavore facendola cadere in ogni tranello possibile tra cui quello classico di indurre a votare contro qualcosa e non per qualcosa ed astenersi se questo qualcosa non c’è.  Così se De Gaulle nel ‘ 65 prese poté godere di un incremento di voto al secondo turno di meno del 7% , Macron ha visto aumentare i suoi consensi del 42% una cifra seconda solo all’elezione di Chirac nel 2002 che si presentava contro il padre di Marine. Intendiamoci questo risultato è anche imputabile agli enormi errori della Le Pen che nelle ultime settimane di campagna è stata indotta a tornare indietro sui suoi argomenti forti, moneta unica e trattati europei, facendosi dettare dalle stive tenebrose del Front National un’accelerazione ottusa sui temi identitari. Adesso si scateneranno vendette e rese dei conti nel partito per cui nelle legislative di giugno è lecito attendersi un ridimensionamento sul 15% del Front che procura solo una pattuglia di deputati, mentre, dopo il disastro socialista non si può ipotizzare che uno spostamento di voti verso la sinistra radicale, ma di dimensioni tali da non costituire un pericolo per un qualsiasi governo dello status quo.

Ecco perché Melenchon aveva rifiutato di esprimersi per un voto di salvezza nazionale a Macron: ma molta sinistra non è stata in grado di capire che il punto di snodo per la politica francese non era Macron destinato comunque a vincere o Le Pen, ma la differenza tra i due in termini di voto. Così si va in piazza a manifestare contro il candidato che si è votato. E badate bene, in buona compagnia, perché l’elenco ufficiale dei sostenitori e dei finanziatori di Macron è sterminato, comprendendo tutto l’arco acostituzionale dell’oligarchia francese ed europea come potrete vedere alla fine del post. Mai una volta che tanta determinazione antifascista sia stata messa nella difesa dei diritti del lavoro che sono in realtà tutto l’antifascismo e il solo di cui ci sia effettivamente bisogno, proseguendo in una fallimentare del poi ci mobilitiamo, ovvero mai. Sentite condoglianze per quelli che festeggiano.

Finanziatori e sostenitori pubblici di Macron

Loïc Armand (presidente de L’Oréal France)
Bernard Arnault (l’uomo più ricco di Francia  e 11° mondiale proprietario del Parisien e di e di Échos)
Pierre Bergé (coproprietario del gruppo Le Monde)
Vincent Bolloré (decima fortuna francese e azionista di maggioranza di Vivendi e  Canal+)
Patrick Drahi ( il quinto più ricco di Francia proprietario di Libération e L’Express)
Pierre Gattaz (presidente della Confindustria francese)
François Henrot (ex braccio destro di David de Rothschild)
Arnaud Lagardère (proprietario del Journal du dimanche)
Bernard Mourad (ex-banchiere di Morgan Stanley )
Xavier Niel (Nono più ricco di Francia, comproprietario del gruppo Le Monde)
Matthieu Pigasse (direttore della banca Lazard, responsabile di fusioni e acquisizioni a livello mondiale e terzo, ma più importante comproprietario del gruppo Le Monde) 
Marc Simoncini (fondateur di Meetic)
Bernard Tapie (noto uomo d’affari, ex patron di Adidas e al centro di numerose vicende giudiziarie).

Joschka Fischer (ex ministro degli esteri tedesco)
Sigmar Gabriel (attuale ministro degli esteri e vice cancelliere)
Paolo Gentiloni (premier per caso)
Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea)
Angela Merkel (cancelliere di Germania)
Charles Michel (Premier belga)
Barack Obama (ex presidente Usa)
Matteo Renzi (chi è lo sapete)
Alberto Rivera (presidente ddel partito di centro destra spagnolo  Ciudadanos)
Mark Rutte (Premier olandese)
Wolfgang Schaüble (ministro della finanze tedesco)
Martin Schulz (ex presidente del parlamento europeo)

Frank-Walter Steinmeier (presidente della republica tedesca)
Justin Trudeau (Premier canadese)
Alexis Tsipras (Premier greco)
Jacques Attali (consigliere di diversi presidenti, convertitosi negli ultimi decenni a visioni eugenetiche)
Christophe Barbier  direttore de L’Express)
Laurent Bigorgne (direttore de l’institut Montaigne, think tank degli industriali francesi)
Matthieu Croissandeau (direttore del Nouvel Observateur)
Ruth Elkrief (giornalista che ha diretto il secondo dibattito Macron Le Pen)
Bernard-Henri Lévy (filosofo ufficiale della reazione globale)
Yanis Varoufakis (ex-ministre delle finanze greco)
Si tratta solo di una piccola parte degli endorsement ufficiali che lascia fuori molti giornalisti delle testate possedute dai signori elencati prima, personaggi dello spettacolo, deputati e responsabili del socialismo hollandiano, banchieri di secondo piano, economisti di assoluta fede liberista, personaggi in cerca di autore e via dicendo, ma credo bastino per definire, collegando i punti, la geografia politica di Macron e definire il ruolo dei media totalmente coperti dai personaggi chiave.


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