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Logopedia liberista

tesina-di-maturità-il-consumismoUn amico di fb mi ha segnalato proprio questa mattina un gustoso episodio che risale a ieri o all’altro ieri: in un quiz della Rai c’era una domanda definita come di italiano nella quale si domandava che significato avesse in origine la parola inglese  “gang” che peraltro è sempre meno usata: era una domanda insomma di filologia germanica che non ha nulla a che vedere con la nostra lingua, ma piuttosto con l’ossessione anglofona di un Paese disperso come nel primo coro dell’Adelchi, che viene perfettamente riprodotta e suggerita dalla televisione di stato e di famiglia, ancora ben lontana da essere una televisione pubblica. Certo ad autori formatisi alla dura scuola dell’uomo ragno e dei  puffi, consumati dalla diuturna meditazione su ” forse non tutti sanno che”, è sfuggito  che avrebbero potuto porre un quesito corretto e molto più interessante chiedendo se l’italiano ganga e ghenga derivassero dall’inglese gang. La risposta è no derivano tutti dalla radice germanica gangan (tedesco gehen), da noi giunta con i longobardi, ovvero “andare” o camminare che  ha acquisito significati diversi nei vari contesti storici e culturali. Bene soddisfatta la mia pignoleria che serve a placare i miei istinti omicidi  dopo aver sentito su radio classica citare John Sibastian Bec a testimonianza del fatto che non solo trascuriamo la lingua con cui parliamo o balbettano le generazioni più recenti, ma deformiamo tutti sul calco di quelli che consideriamo i padroni. Mi chiedo se fossero più ridicoli i tentativi del tardo fascismo di italianizzare qualsiasi vocabolo, ( compreso  bar per cui un linguista propose una variante in bara)  o questa mania di inglesizzare tutto che in fondo è la stessa cosa, ma per conto terzi che i poveri di spirito interpretano come essere cittadini del mondo mentre vengono scippati dalla cittadinanza: di certo entrambe queste tendenze sono espressioni diverse – una aggressiva e una servile – di una patologia culturale.

Non voglio indagarla ora perché sarebbe troppo complesso, ma fermandoci agli ultimi decenni possiamo vedere come la mania anglofiliaca ha origine certamente nell’affidamento del Paese al capitalismo dei vincitori, perpetrato dai democristiani che non solo ne scorgevano la salvezza dal comunismo senza Dio, ma erano portatori al contempo sia di una cultura micro comunitaria e dunque provinciale all’ennesima potenza, sia delle pulsioni universalistiche della chiesa che finirono per condensarsi nel culto dell’America come elemento salvifico. Tutto questo non fu efficacemente contrastato dai comunisti e dalla sinistra nel suo più vasto significato: dapprima accettarono, per ragioni di buona pace geopolitica, di appaiare i valori della Resistenza alla battaglia degli alleati e poi con il declino dell’Urss finirono per confondere quest’ultima con la lotta partigiana. A quel punto l’internazionalismo divenne esterofilia ed euromania, ma di un’Europa che si era liberata dalle lingue storiche e che parlava inglese, come del resto c’era da aspettarsi dalle oligarchie globaliste che l’hanno dominata a partire dalla fine degli anni ’70. Questo non lo dico io ma Federico Rampini, ne “La notte della sinistra” il quale rammenta i suoi inizi a ” Città Futura” , giornale della federazione giovanile comunista e ricorda come ingenuità e ipocrisie abbiano man mano portato a una serie di errori che vanno “dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia”.

Non sono un estimatore di Rampini che ha fatto integralmente parte di quegli errori e li scorge solo adesso quando mettono in questione le vecchie classe dirigenti: si tratta di uno dei tentativi di salvataggio di una stagione e di uomini che appaiono ormai come svenditori del Paese e come “il partito dello straniero”, suggerendo loro di non regalare il “valore – nazione” ai sovranisti, perché è dentro questo contesto che sono nate le democrazie liberali. Come si vede c’è un bel po’ di confusione dentro questo sincretismo delle capre e dei cavoli, un caos senza direzione, ma non di meno proprio come testimone informato dei fatti e per giunta proprio al cuore di questa temperie, il suo autodafè ha un valore considerevole perché tocca totem e tabù: parla ad esempio di Juncker come del protagonista della trasformazione totale del Lussemburgo in paradiso fiscale e come di uno scandalo il fatto che “opinionisti di sinistra abbiano tifato per Juncker”. Ma in fondo è facile vedere come la teoria neoliberista e le sue concrete espressioni tendono a fare dell’intero pianeta un paradiso fiscale per ricchi. Se non si va alla radice, queste critiche tardive hanno sempre un che di strumentale, sembrano più salvagenti che reali cambiamenti di prospettiva.

Per tornare all’inizio del discorso vi consiglio un esercizio di logopedia intellettuale: ogni volta che trovate un espressione o una parola inglese traducetela e vi accorgerete che spesso sostituisce un ‘espressione italiana spesso solo perché fa più figo presso anziani che non vogliono perdere terreno o presso ggiovani illusi che non è importante cosa si sa o si dice, basta che lo si riesca a dire in inglese. Oppure che tende a nascondere le immani cazzate offerte dal consumismo ossessivo o ancora che viene usata per  sacralizzare l’aziendalismo più demenziale e infine a nascondere infingimenti o fallimenti. Alla fine rimarranno solo le parole inglesi veramente utili e che costituiscono un arricchimento. Tutto il resto è solo impoverimento orientato ad affermare valori di consumo: cioè l’unico internazionalismo visibile.

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Son gretino e son contento

gggAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è inquinamento reale e inquinamento virtuale anche se le sostanze tossiche sono poi le stesse e avvelenano bronchi, polmoni e cervelli: così la politica e il mutuo riconoscimento democratico tra forze politico-parlamentari è ridotto al berciare tra club di opposte curve e tifoserie, alla radicalizzazione forzata e conseguente arruolamento coatto in una delle fazioni in campo.

Ne approfittano  gli “opinionisti” che guardano il mondo come dalla tribuna vip o peggio come  davanti alla tv col fotofinish e la moviola;  e che non aspirano ad altro che a diventare coscritti di una delle squadre, con evidente preferenza per quella del progressismo neoliberista che li promuove a sottili e arguti detector e analisti dei fenomeni sociali.

Oggi me n’è capitato sotto gli occhi uno, Giulio Cavalli, che per non sottrarsi alla tendenza in atto  ha fatto il “preferito della maestra” scrivendo  col gessetto sulla lavagna della storia, da una parte la lista dei buoni, il movimento che ha in Greta l’efficace testimonial della presa di coscienza che il mondo rotola verso la catastrofe e dall’altra i brutti, sporchi e cattivi, quelli che, cito, sono in guerra per difendere la benzina, per eliminare le accise sul gasolio, per difendere il loro diritto ai combustibili fossili e resistere alla decarbonizzazione, o almeno non pagarne il prezzo, gli efferati gilet gialli.

Finalmente tutto si tiene, basta con quelle bubbole della lotta di classe, che tanto una ha già vinto con beneplacito del fine osservatore dei moti di piazza, basta con Occidente contro Terzi Mondi esterni e  interni,  basta con radici cristiane contro barbarie fanatica, e pure scapoli contro ammogliati, la “vera divisione” secondo il Cavalli, sta  tutta qui,  tra quelli con Greta quelli con i gilet gialli e il loro modo di intendere il futuro, il pianeta, i bisogni, il mondo. Altro che popolo ed élite perché ci sarà solo da scegliere “se si vuole stare tra l’internazionalismo ambientalista di chi vede la questione climatica come prima passo verso un’etica e una responsabilità di comando completamente diversa rispetto a quello che abbiamo subito fin d’ora, o con chi invece punta a rovesciare il potere consolidato per difendere le proprie piccole rendite di posizione”.

E pensare che una volta c’era una comoda chiave di lettura, basata sulla saggezza popolare: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Servirebbe ancora, per capire che magari ci sarebbe da sospettare, non sulla buona fede, per carità, ma sull’abuso  del simbolo e degli slogan di una protesta, vezzeggiata dai media, osannata da un’opinione pubblica sempre in cerca di padroni o leader,  quando le blandizie e l’ammirato consenso arriva dal  direttore del Fondo Monetario, da premier e leader politici di indubitabile appartenenza alle file dell’esercito del totalitarismo economico e finanziario.  E che forse non sarebbe tutto da buttar via un movimento che non ha pretese rivoluzionarie ma che comunque tenta il regicidio  sia pure virtuale del piccolo monarca addetto alle contro riforme chiedendone le immediate dimissioni, che non andrebbe sprecato un sussulto di gente comune, esecrato dalle élite europeiste, che – proprio come le piazze coagulate da Greta – non possiede certo un  carattere anti-sistema, anti-capitalistico, ma almeno, cosa che non si è verificata da noi, tanto per fare un esempio, chiede con forza delle riforme tese a migliorare le condizioni di chi vive del proprio lavoro, quelle di chi non ha un lavoro, o vive con misere pensioni o sussistenze, esige una meno iniqua imposizione fiscale.

Che poi se si irmpovera ai gilet gialli  di chiedere le dimissioni senza immaginare un dopo, sena nemmeno accreditarsi per formarne uno, ma semmai di precostituirsi come “lobby” per esercitare pressioni in favore dei ceti impoveriti,  le stesse obiezioni si potrebbero muovere a un movimento che non propone soluzioni se non l’addomesticamento dlela belva dello sviluppo insostenibile con misure ben introdotte nel sistema della Green economy (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/18/ecologia-di-mercato/ )

Macché il nostro non ha dubbi su chi scegliere: chi se non “quelli in marcia con Greta  che invadono le piazze con l’allegria, i colori e l’ottimismo? Contro  i gilet gialli che stanno diventando sempre più neri.

Non c’è niente di peggio di gente che si è collocata con dinamiche giravolte in tutte le formazioni del reducismo di sinistra, ingoiando tutti i rospi in cambio  almeno dei benefici per l’immagine dell’affiliazione ai “recinti” vendoliani, nei quali ci si batte contro l’inquinamento globale ma si fa melina per quello tarantino, quelli in cui si applaude la disubbidienza sui profili dei social a condizione che riguardi altri, che la si possa delegare come le responsabilità, che si metta all’occhiello come un distintivo “umanitario” purchè non intralci le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo.  E non c’è niente di peggio del movimentismo di ritorno, di quelli che invidiano e vorrebbero essere accolti nelle cerchie della giovinezza visionaria e cazzara, colorata e festosa, proprio come i cinquantenni che si comprano ancora la moto, indossano il chiodo e gli stivaletti alla Bonaga nel ’77 di Bologna.

Ma a farci capire tutto anche dove approderà l’entusiasta  , estasiato perché i militanti della lotta la climate change  incarnano la lotta al riprovevole nazionalismo dei tricolori inalberati dei fracassoni neri, “manifestando senza alcun simbolo e nessuna bandiera nazionale,  e -voila la grande diffèrence – “coi cartelli quasi sempre in inglese”.

Non occorreva Cavalli per ricordarci che è quello l’idioma dell’impero, il gergo di Wall Street, la parlata degli yankee scritta sui loro carri armati, sui loro droni, sulle loro bombe, sui loro F35 taroccati che ci impongono come l’affettuosa partecipazione alle loro guerre. Che è quella la lingua della globalizzazione, dell’imperialismo, della colonizzazione anche dei desideri e dell’immaginario dell’Occidente, della teocrazia del mercato che dovrebbe combattere l’inquinamento con il mercato, come appare evidente dal fatto che si recita in inglese il mantra della salvezza: green economy, emission trading, low carbon economy, Joint Implementation, Clean Development Mechanism. Locuzioni dello slang padronale pensate per persuadere gli straccioni che possono ricavare qualcosa dai loro mali nel grande suk globale, come i risarcimenti per il cancro, la conservazione del posto in cambio della salute. E un bel funerale come è probabile avverrà al mondo nell’annunciato Day After .


I famosi Baddenbruk

buddenbrookE’ stato più o meno negli anni ’80 che il generone piccolo e medio borghese italiano, forgiatosi nelle fucine e nei maneggi del boom economico, scoprì l’inglese come brillocco  di pseudo emancipazione culturale, buono per il villaggio turistico così come per il salotto e grazie a questo strumento finì di dimenticare tutto il resto. Fu allora che la cultura coiffeuse – televisiva cominciò a popolarsi di strani personaggi come Yang al posto di Jung, Kent al posto di Kant, Thomas Men al posto di Tomas Mann salvando solo  ciò che aveva già una fonia affermata come Freud o Marx che altrimenti sarebbe un ciclista e tutta quella grande cultura che rimaneva ai margini della orecchiabilità da rivista patinata o proterva. Però ieri un presentatore che l’inglese lo deve masticare pochissimo, ma che arrota le labbra goloso al solo pensiero di maneggiare l’idioma padronale, ha deliziato il pubblico con i Baddebruk, storpiando orrendamente il nome di uno dei pilastri della letteratura del Novecento, ossia i Buddenbrook, dimostrando così di non avere nemmeno un’infarinatura di cultura generale. Questo nel momento in cui la Rai di Rome ha emesso un editto per imporre che Usa va letto esclusivamente Iuesei. Asini che sono davvero.

Ma non è questo il punto, il fatto è che imparare l’inglese ha significato dimenticare tutto il resto: ormai è impossibile vedere qualsiasi documentario senza che il tal museo , il tal laboratorio, la tal strada, la tal università, il tal nome non siano più citati nella lingua originale o  tradotti in italiano, ma direttamente espressi in inglese. Così è accaduto che mentre si pensava di costruire l’Europa gli europei e specialmente le appendici meridionali, più inclini alla chiusura e al provincialismo, hanno cominciato a dimenticare se stessi. Quando ero giovane parecchie persone di modesta cultura sapevano grosso modo come si pronuncia una parola in francese o tedesco, conoscevano le espressioni più comuni, buongiorno, buonasera, wollen Sie spazieren mit mir? e si aveva anche attenzione e curiosità alle altre culture circostanti. Chi viaggiava si portava appresso vocabolarietti con cui arrangiarsi in qualche modo. Ora non più, si parla solo inglese e si bazzica solo la robaccia che viene da quelle sponde, si pretende uniformità soffocante che rende inutili gli spostamenti fisici e annulla quelli mentali. Insomma si poteva sperare che un’Europa unita fosse un po’ come la Svizzera dove chiunque sa un po’ di tedesco, di francese o di italiano e finisce per sintetizzare un po’ di valori e idee veicolate dalle diverse lingue, magari anche di leggere qualcosa. Invece è l’esatto contrario: nonostante lo sviluppo del turismo e degli erasmus, l’uomo medio ne sa molto meno di prima sui propri vicini, perché annulla le differenze e i caratteri attraverso una sorta di filtro standardizzato che cancella i riferimenti spazio temporali.

Ora tutto questo non è che il riflesso del fallimento cui è andato incontro il progetto europeo, ben presto finito nelle mani di oligarchie del denaro che dovendo escludere i popoli, troppo pericolosi per i propri obiettivi, hanno prima di tutto lavorato per isolarli e permettere loro di comunicare con un interfono che sembra a prima vista una facile soluzione, ma che in realtà aggiunge un diaframma che fa filtrare solo concetti standard e conformisti. Potremmo parlare a lungo di questo e del suo influsso su ogni campo della vita occidentale, ma in ogni caso tutto questo fa il paio con l’esclusione dei popoli dalle decisioni dell’elite dominante: tutte o quasi le volte che i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi  sui vincoli europei li hanno bocciati. Hanno detto no all’euro i danesi, i norvegesi sull’entrata nella Ue, gli irlandesi sul trattato di Nizza, i francesi e gli olandesi sulla costituzione continentale, poi trasformata nel trattato di Lisbona perché potesse essere votato dai soli parlamenti e ciò nonostante gli irlandesi hanno successivamente detto no a questa ignobile carta del neoliberismo, i Greci hanno detto no alla Troika. Ma in un modo o nell’altro tutte le volte si è trovato modo di rifare le consultazioni popolari, di cambiare la forma burocratica dei trattati, di annullare le volontà popolari. In Italia dove l’Europa, prima di rivelarsi matrigna era la speranza di essere governati meglio, si è addirittura ricorsi a un referendum illegale e anticostituzionale. La distruzione delle culture e delle lingue non è che l’antecedente e la conseguenza di tutto questo: anzi peggio è il fondamento di una nuova estraneità di cui si sentiranno tutto il peso e le conseguenze le generazioni che verranno dopo il crollo dell’impero mercantile.


Europa in cattività

cattivita_babiloneseStamattina leggevo su un noto sito della sinistra un articolo sui destini del sistema universitario italiano e sullo sconsiderato intendimento del renz berlusconismo di trasformarlo all’americana ovvero “da una parte università semi-private di ottima qualità per una ridotta élite e dall’altra un’università pubblica di scarsa qualità per tutti altri”. Tutto condivisibile se non fosse che l’ottima qualità di tali atenei americani privati o semi privati è una cosa che è diventata vera a forza di ripeterla, ma che prescinde da qualsiasi prova concreta. Né possono dare lumi le varie classifiche, internazionali di nome, statunitensi di cognome che – come ammettono i loro stessi compilatori – giocano su molti fattori del tutto estranei alla didattica tra i quali figura l’entità degli stipendi dei docenti, del personale amministrativo e dei servizi di sicurezza, il numero delle attrezzature sportive, la qualità delle strutture abitative, il costo di birra e hamburgher e via dicendo oltre a fondarsi su un meccanismo di voto anch’esso sostanzialmente basato esclusivamente sulla fama.

Si tratta di un giudizio autoreferenziale che col tempo è divenuto anche un lucroso business dell’istruzione attraverso il sistema dei master, ma che in realtà è garantito solo dalla potenza americana come forse sa chi ne ha esperienza diretta, mentre a giudicare dall’enorme numero in Usa di ricercatori che provengono da sistemi universitari diversi si direbbe che il sistema non è poi così buono, tanto che all’interno viene ferocemente criticato.  Ma questo è uno tanti esempi del passaggio definitivo tra una civilizzazione europea che comprendeva anche l’estremo occidente americano e una civilizaazione americana che comprende delle varianti europee, un processo iniziatosi alla fine della grande guerra, divenuto stringente dopo la seconda, conclusosi con Maastricht. E’ fin troppo evidente che in queste condizioni il progetto Ue non poteva avere un proprio spazio ideativo e una coerenza agli ideali espressi in precedenza, limitandosi ad essere una sorta di imitazione americana, come del resto qualsiasi cosa a cominciare dai partiti, per andare alla comunicazione o all’espressione artistica, a quella cucina greve per finire persino alle categorie atletiche. E naturalmente si impone anche la lingua americana in quanto portatrice dei valori che devono essere diffusi e funzionale ad essi.

Quest’ultimo elemento agisce in molti modi: è prima di tutto una dimostrazione di sottomissione a un modello per cui accade che a Science Po, il noto istituto di studi politici di Parigi il 60% degli insegnamenti venga impartito in inglese, senza alcuna ragione al mondo se non forse quella che molti concetti del pensiero unico neo liberista troverebbero qualche difficoltà ad apparire credibili in altri contesti semantici nei quali sarebbero oggetti concreti e non semplici “segnalibri” linguistici e andrebbero perciò incontro a un rapido deterioramento: basti pensare che il corso sulle politiche culturali in Francia al Po è denominato Cultural Policy and Management che significa tutt’altro ovvero indicazioni pratiche sulla cultura e sulla sua gestione che comprende già un’idea mercatista di cultura. Ma l’imperialismo linguistico serve anche come viatico alla scomparsa di concetti pericolosi, a usi eufemistici per coprire il disagio sociale, o rendere meno evidente il comando e le sue responsabilità e non  ultimo a vendervi robaccia con slogan senza significato reale i quali, espressi  nella lingua delle vittime del consumo, apparirebbero palesemente come prese per i fondelli.

Una delle conseguenze di tutto ciò è che le classi colte europee di prima della guerra conoscevano solitamente due o tre lingue del continente e potevano operare un dibattito reale e diretto, mentre adesso conoscono solo l’inglese, parlano dentro una bolla culturale che li estranea e per giunta in una lingua che non fa più formalmente parte dell’unione. Se non si parte da questo ci si può stupire  – è solo un esempio fra mille – che diversi Paesi europei siano stati costretti a stipulare con gli Usa un accordo per cui essi devono dichiarare al fisco americano tutti i conti detenuti da cittadini e imprese a stelle e strisce, ma non viceversa perché questo sarebbe contro le leggi degli States. Nemmeno ci si chiede più dove sia finita la reciprocità.

Quindi quando si sente turibolare l’Europa in realtà assistiamo all’encomio di qualcosa che non esiste più, di un’ appendice del pensiero unico senza capacità reale di essere qualcosa al di fuori di esso, di un’Europa incattivita e in cattività. in cattivitàhut up.


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