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La bestemmia quotidiana

512b33426 gennaio villacacciaFino a qualche anno fa l’establishment informativo italiano presentava ancora una qualche forma di dialettica, forse più apparente che reale, la quale  raggiungeva il massimo grado di discordia tra il Fatto Quotidiano in qualche modo in sintonia con l’ondata cinque stelle e i giornali di riferimento del gruppo De Benedetti, oggi in mano alla Fiat di Detroit, che invece erano schierati con la vecchia guardia del potere euro prodiano, ovvero col Pd. Di questa area faceva parte, sia pure nell’estrema periferia,  anche il Manifesto, sedicente “quotidiano comunista” che tuttavia ambiva a spruzzare con un po’ di rosso, purché innocuo, le sue pagine. Naturalmente si parla in senso generale, perché mentre il Fatto batteva il ferro della corruzione e dell’onestà tradita , quando poi parlava di politica estera e di economia si rifugiava senza ma e senza sé nell’abbraccio del Washington consensus e nelle banalità vernacolari del neo liberismo, mentre il Manifesto faceva sue le istanze anti renziane, specie in occasione del referendum, lasciando intendere  che alle spalle del rottamatore esistesse ancora un partito in grado di esprimere qualcosa che non fosse la voce del più neghittoso e opaco capitalismo di relazione. Comunque queste due ali dell’informazione italiana giuravano di essere in totale antitesi e che mai e poi mai avrebbero volato assieme.

Poi invece è accaduto proprio questo e con la velocità  del lampo ed ecco che il Fatto e il Manifesto  sono diventati accaniti difensori del governo Conte, prima contro un presunto ” pericolo fascista” di Salvini utilizzato per mettere assieme i due contendenti che giuravano di essere come l’acqua e l’olio e poi affratellati da una finzione epidemica che li rende testimonial della ineffabile bontà del governo salvavita, cantori del virus,  dell’Europa e addirittura dei miliardi a fondo perduto che non ci sono come è detto a chiare lettere nelle dichiarazioni ufficiali e insomma degli inganni prodotti durante il fermo del Paese e di quelli che vanno  sotto il capitolo ripartenza: la minaccia di  prolungamento dell’emergenza  fino al prossimo anno,  del tutto inutile e in ogni caso controproducente per una qualunque ripresa, è stato concepito proprio per controllare la situazione quando finalmente i cittadini capiranno di essere stati fregati e sacrificati al grande capitale. Ma la formazione del giornale unico non è che l’effetto finale di un lungo cammino che dapprima ha visto la concentrazione delle testate direttamente o per vie traverse  in capo a un numero ristrettissimo di giganteschi soggetti economici e comunque ad aggregazioni di potere contigue a quelle: le ultime, residue resistenze sono state abbattute dalla favola del virus che non ha consentito di  conservare distinzioni apprezzabili ad occhio nudo se non quelle  dovute agli stilemi narrativi e alle formattazioni che sono ormai le distinzioni cui si aggrappano gli ultimi fedeli.

D’altronde in questa occasione niente era più necessario e imperativo  che compattare l’informazione intorno alla tesi della pestilenza, la quale  in primo luogo è stata una grande prova del potere persuasivo della comunicazione centralizzata nella quale si è anche messa a fuoco la convergenza di una scienza prostituita e dei governi di espressione politico – finanziaria: dunque non era possibile tollerare diserzioni di sorta di fronte al copione generale, già c’era il web non ancora interamente domato e occupato dalle voci ufficiali  per il quale sono stati istituiti tribunali inquisitori dal momento che niente come la menzogna ha bisogno di proclamarsi come verità. Non so immaginare se e quando potremo riavere un’informazione libera, visto che di emergenza in emergenza, di impoverimento in impoverimento, di stato di eccezione in stato di eccezione la situazione attuale verrà conservata e ribadita molto a lungo o addirittura rischi di diventare la normalità delle forme di governance, ma di certo ci sarà bisogno di un ricambio generazionale. Non so nemmeno se alla maggioranza delle persone importi poi molto della libertà di parola o se la ripetizione acritica e puramente assertiva non abbia preso il posto della socialità e della politica, ma se per Hegel la lettura dei giornali era la preghiera mattutina, di certo oggi è la bestemmia quotidiana.


La Marchesa del Grillo

stell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che è vero che i vecchi, posseduti dall’istinto di autoconservazione, sono egoisti? La tesi, si sa, è molto propagandate dalle alte sfere dell’economia e della finanza che per questo li vuole condannare a emarginazione e morte precoce, per punirli della rottura dei vincoli e dei patti generazionali in qualità di insaziabili parassiti che pesano sui bilanci pubblici e sul sistema di Welfare, che non hanno voluto garantire nemmeno ai loro discendenti gli standard di benessere dei quali hanno goduto dissipatamente.

Ogni tanto a sostegno di questa convinzione fa capolino, emergendo dalla palude retorica dei nonni, dei poveri anziani morti di Covid19 senza la consolazione di una carezza filiale,  delle case di riposo focolaio del virus, qualcuno  che, cito dai social, denuncia come a scorrazzare per le strade ci sarebbero unicamente untori ultrasettantenni – insomma dell’età della Fornero che in forma autolesionista aveva denunciato la pressione sociale di quegli  stessi che voleva ancora al lavoro-  irresponsabilmente  inosservanti  delle elementari regole di sicurezza e distanziamento,  portatori, volontariamente, del contagio per evidente odio nei confronti della gioventù e delle speranza di vita che reca con sé.

E dire che da più di due mesi non si fa che parlare di ritrovata solidarietà, delle lezioni d’amore e compassione che ci impartisce questo inedito incidente della storia. Eppure  la decimazione dei vecchi, prodotta dalla demolizione del sistema sanitario, da quello della prevenzione e dell’assistenza, dalla consegna della ricerca scientifica a imprese  impegnate a conservare la produttività dei giovani, attraverso i brand degli integratori, degli psicofarmaci,  degli elisir per sopportare il futuro, trova nuovo consenso grazie alla frustrazione delle vittime del terrorismo catastrofista.

Così è inutile ricordare che ci sono migliaia di anziani reclusi, abbandonati a se stessi, separati da figli e nipoti ma spesso anche dalle persone pagate per prendersi cura di loro, con il frigo più vuoto che nelle case di riposo dove sono stati contagiati e sono morti, erano stati conferiti come un rifiuti da scaricare, che non essendo nativi digitali, non possono pagare bollette, ordinare la spesa online e neppure i farmaci, che  le procedure burocratiche, se perfino l’Inps sbriga ogni formalità in via informatica, a cominciare dal Pin per accedere al proprio profilo, diventano una ossessione che  non li fa dormire.

E  ancora più inutile rammentare che l’andamento dell’economia familiare da anni si fonda sul loro appoggio, per via di quei fondamenti sani del Paese a detta dell’irriducibile eterno giovanotto, le loro pensioni e i loro risparmi che aiutano a mantenere agli studi i nipoti, che contribuiscono alle assicurazioni e ai mutui dei figli, sul loro aiuto per accudire i bambini, un impegno che oggi viene riconosciuto perché manca, proprio quando le scuole sono chiuse e i genitori che svolgono le “attività essenziali” non sanno dove parcheggiarli.

Ieri però una difesa in loro nome reca la firma di una, autoproclamatasi, Grande Vecchia della sinistra, che scende in campo con la proverbiale e inossidabile  combattività, per aderire all’appello degli intellettuali  e di “gente comune” in difesa dell’Esecutivo guidato da Conte, conquistata, pare,  dalla voluttà di stare con la maggioranza, di stare con Governo,  condizione che in verità aveva già da tempo sperimentato ripetendo i riti e battendosi le mani sul petto con l’atto di fede europeista, comprensivo di poltrona, prestigio e trattamento da pensionata d’oro. Ma colpita anche dalla ingenua scoperta, in occasione del virus che colpisce soprattutto loro, non certo inaspettatamente, come la miseria, l’invisibilità, status strettamente connesso alla povertà,  che la condizione degli anziani è dura, amara, umiliante.

E poi ci si domanda perché la sinistra non è più una stella polare cui guardare per orientare il riscatto degli sfruttati!

Nel dirsi “felice di firmare l’appello” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/        e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/03/santo-subito/  )  sentendosi così tra “compagni” con i quali condivide “un insieme di valori e di pratiche di vita” , oltre che un certo rigetto per una aberrazione della democrazia  che consisterebbe nella “dilagante pratica referendaria che consiste nel premere un tasto su cui c’è l’immagine di un pugnetto a pollice in su o in giù”,  Luciana Castellina rivendica, come succede “quando la carne se frusta e l’anima se giusta”,  e quando si è pronti per l’ultimo atto del percorso disegnato magistralmente da Arbasino, diventare cioè venerabili maestri,  di essere  “vetero e di non sopportare i nuovisti”, e in questa qualità si sente autorizzata a riproporre  “un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Ma si, che cosa è mai una libertà che attenta, per egoismo, alla sopravvivenza “di chi è più fragile, perché vecchio o in cattiva salute o ben protetto da trasporti privati”, che mette in pericolo la sua stessa esistenza di “appartenente a una categoria  molto a rischio”, minacciata, si direbbe,  dai runners, dagli anziani che vanno al supermercato, forse dai  baciapile che pretendono di recarsi alla santa messa, o forse, c’è da sospettarlo, dai milioni di lavoratori che da due mesi le garantiscono, in violazione delle limitazioni “sacrosante” imposte in difesa della salute, vitto, luce, acqua, telefono, pc, informazione, per quel che vale, medicine, assiepandosi su metro, bus treni e posti di lavoro, producendo e consegnando merci essenziali, F35 compresi. Ma si cosa è mai una libertà come la intendono quelli  che vorrebbero esercitarla a “suo danno”,  perché è ormai chiaro che dietro a questi improvvisati difensori dei diritti costituzionali si nascondono licenziosi promotori di crapule e orge e organizzatori di rave, oltre a un padronato feroce, nemmeno nominato e che, per dir la verità ha finora dettato misure, scadenze, regole arbitrarie e discrezionali a garanzia di una sicurezza sanitaria, che si augurano provvisoria in modo da tornare  al più presto alle normali “morti bianche”.

E chi avrebbe pensato che in mancanza di lavori stradali da commentare, si sarebbe configurato un pensiero comune e corporativo di anziani, tra presidenti e papi emeriti, vecchi sporcaccioni inguaribili, perfino ex incendiari passati al corpo dei vigili del fuoco  in nome della riduzione della lotta di classe a guerra all’influenza, in difesa del lockdown e della necessità, spiacevole certo, ma doverosa, di guidare un popolo infantile, indolente, irresponsabile, irriguardoso (perfino non li vuole più votare o starli a sentire) al nobile scopo di disciplinarlo e condurlo alla ragione, come si fa con fanciullini riottosi e impenitenti.

D’altra parte è consuetudine dei Marchesi del Grillo, per quali e quante palle conti il loro blasone, o delle Marie Antoniette, che possono muoversi con mezzi privati, che ricorrono   a personale mercenario che svolga l’attività essenziale di nutrirli e equipaggiarli brioche e pomodori compresi, magari attraverso provvisorie legittimazioni e estemporanee regolarizzazioni,  sentirsi autorizzati  a rivendicare la loro  appartenenza alla collettività, la rispondenza ai “doveri” che l’emergenza impone, grazie alla saltuaria obbedienza, perfino  a imposizioni contraddittorie, indecifrabili, dispotiche come leggi marziali, al consenso credulone a una scienza convertita in opinione  al servizio dell’esecutivo e di organismi di nuovo conio svincolati dal controllo parlamentare, se si tratta di salvare la ghirba, già tutelata all’origine, tanto da potersi comprare il corredo necessario alla vita ben più della sopravvivenza, grazie a privilegi, prerogative, cure, luminari, comodità.

Nelle ultime settimane ho riscontrato con qualche sconcerto nella stessa mia area politica di sinistra, scrive,  una insofferenza verso le misure restrittive dei nostri comportamenti, condivisibile se è solo l’espressione del fastidio che ognuno di noi prova nel rispettarle, e invece inaccettabile se si considerano lesione di un nostro diritto”.

E pensare che c’è chi riscontra con sconcerto che dichiari l’ancora viva  militanza di sinistra chi crede che sia possibile la libertà senza giustizia sociale, se c’è chi va protetto in casa sua, e chi deve uscirne per produrre, se c’è  chi la casa non ce l’ha, se c’è chi la casa non l’avrà perché con le restrizioni sono state sospese superstiti garanzie, se c’è chi da casa vorrebbe andarsene al lavoro ma il lavoro non ce l’ha e non l’avrà più, mentre si moltiplicano i debiti, si accumulano fatture e affitti. Se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza uguaglianza.

E se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza diritti, quelli considerati inalienabili e che, anche grazie a guardiani poco solerti, sono stati cancellati,  e pure quelli che da qualche tempo vengono elargiti con lo stesso spirito delle mance e dei prestiti concessi da banche amorevoli, interrotti in  nome di uno stato di necessità punitivo che li sottopone a gerarchie  e graduatorie, così sempre ci sarà chi se li merita, chi se li piglia e chi invece non se li è guadagnati e ereditati.

Ma non c’è da stupirsi, è proprio il tipo di libertà negoziato da chi si dice pronto a sacrificarsi per le masse, purchè restino remote e lontane da lui, per non contagiarlo, per restare invisibile, che occhio non vede cuore non duole. E purchè non ci si debba camminare a fianco.

 

 


Manifesta Malafede

usig 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una bella differenza tra intelligenze illuminate e profetiche e certe Cassandre che sfilano in questi giorni davanti ai microfoni e alle telecamere e le cui previsioni sono meno credibili del meteo, che si esercitano con l’unico scopo di seminare paure irrazionali che consolidino la loro indiscussa autorità sacerdotale.

E infatti c’è da star sicuri che chi è dotato di lungimiranza e vuole metterla al servizio della ragione e della coscienza, quando la sua preveggenza è confermata dalla cronaca e dalla storia non se ne compiace, al contrario soffre di aver avuto ragion, solitario tra i tanti che rinnegano e rimuovono il passato per il timore si stare anche occasionalmente dalla parte sbagliata o sul carro dei perdenti

E difatti si può essere certi che negli anni Gramsci si sarà dispiaciuto oltre che della fine che ha fatto il suo giornale, della sua facoltà divinatoria e della veridicità scientifica della sua diagnosi sulle affezioni genetiche della cerchia degli usignoli dell’imperatore, degli intellettuali che prima o poi si trovano a gorgheggiare per chi comanda e a reggergli lo strascico, pronti in un battibaleno a dimostrare con l’uso politico della cronaca e della storia di essere stati male interpretati, a smentirsi con burbanzosa eloquenza, sicuri che nessuno li contesterà  alla faccia della memoria da elefante di Google, poiché la loro perdita di credibilità coincide con l’eclissi della stampa libera.

Non l’avrà dunque stupito l’appello con tante firme in calce e aperto a altre adesioni pubblicato dal Manifesto, che appunto ha sostituito la  sua morta Unità in veste di house organ del Pd e in forma più dinamica e  estesa del liberismo progressista.  Il titolo, che calza perfettamente con la retorica bellica che si è imposta in questi mesi: Basta con gli agguati, risalta in testa a un’accorata disamina dell’accanimento esercitato ai danni del governo e della sua saggia guida, l’avvocato degli italiani Conte, da due fronti uniti, con tutta evidenza, da una furia iconoclasta e disfattista, la destra populista, off course, ma, peggio ancora, quello che con altre parole potremmo definire l’avventurismo di  quei (cito) “democratici “liberali”, i grandi paladini della democrazia e della Costituzione, i cui show disinvolti e permanenti non fanno proprio bene al paese, anzi lo danneggiano”.

A guardare ai nomi in ordine alfabetico tra i quali si registrano alcuni ritorni dei vecchi divi sul viale del tramonto dei firmaioli pazzi, sconcerterà i più avveduti la presenza di personalità che a suo tempo si sono schierate per il No al referendum che stravolgeva la Costituzione al fine di sancire in maniera definitiva un rafforzamento antidemocratico dell’Esecutivo.

Macchè, tutto dimenticato: il primato dell’emergenza, l’esigenza di adottare provvedimenti speciali, la improrogabilità di nominare soggetti dotati di poteri eccezionali magari esercitati da Londra, obbliga pensosi costituzionalisti, filosofi militanti, meditativi opinionisti a piegarsi agli imperativi della nuova bio-realpolitik, che da una parte impone di accettare restrizioni della libertà, accertate e ammesse anche da loro: “come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e … il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali”,  convertiti entusiasticamente al bisogno di fare di necessità virtù, proprio come sollecitano a fare con l’obbedienza, diventata temperante qualità morale, per salvarsi la pelle dal contagio.

E dall’altra sollecita a abbandonare, temporaneamente si sa, certe convinzioni e soprattutto a gettare alle ortiche quella veste “deontologica” e quell’ indole, che dovrebbe appartenere all’autobiografia  degli intellettuali, alla critica, alla coltivazione del dubbio, alla pratica dell’interrogarsi e del fare domande e esigere risposte dal potere.

Così pur riconoscendo con una certa riluttanza che quello di Conte “non è il migliore dei possibili Governi”, gli attribuiscono la qualità politica e morale di un dicastero di “salute pubblica”, che ha operato  “con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà, anche a causa di una precedente “normalità” che si è rivelata essere parte del problema”.

È sempre sorprendente e rivelatore come appena conquistata una cattedra, una rubrica sui giornaloni con annesse chiamate a presenziare argutamente nei talkshow, oppure la direzione di una collana in una casa editrice di qualche tycoon noto per i suoi andirivieni dal mondo di impresa alla Repubblica delle Banane, qualcuno sia subito abilitato a  conquistare una capacità straordinaria e sovrannaturale di estraniarsi dalla realtà.

E così non senta più l’obbligo di vedere le disuguaglianze, di denunciare le tremende iniquità, di farsi carico delle ingiustizie che hanno per anni condannato i poveracci a rinunciare a cure, assistenza, sicurezze e diritti.

Fenomeni dei quali questi celebrati teoreti e studiosi hanno improvvisamente contezza, non perché si siano presi la briga di districarsi tra statistiche farlocche e dati manipolati, ma perché quella normalità vergognosa di prima che è causa del problema, concorre a giustificare scelte insensate, repressione poliziesca, stato di eccezione, narrazione apocalittica in grado di generare l’assoggettamento volontario al catastrofismo e al regime del terrore.

Il fatto è che non stiamo parlando di poveracci: da che mondo è mondo la scrematura elitaria degli intellettuali era in grande percentuale espressione di ceti privilegiati, da figli di una borghesia acculturata, con qualche eccezione di formidabili personalità “venute su dal nulla”, che della loro origine hanno fatto l’arma per dare vigore e potenza alle loro vocazioni, al loro talento e alla loro lotta ai soprusi.

Ma, tanto per fare un esempio, una ministra ex bracciante che fa apostolato di sfruttamento anche tramite il caporalato di stato, sta a dimostrare che certe interazioni antropologiche e sociali non sono più possibili, che la visibilità, l’affermazione di sé, sono opportunità in regime di esclusiva di ceti privilegiati o che si ritengono tali per una malintesa superiorità culturale che non fa veder loro come certe prerogative siano già minacciate e in pericolo.

Per questa miopia i loro “pensatori” con le firma in calce, i difensori della libertà di parola, purché sia la loro,  hanno perso autorevolezza, vengono intesi come i soliti culialcaldo (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/28/culi-al-caldo-nella-tormenta/) risparmiati dai crucci della maggioranza di sfruttati, ridotti in stato di servitù con le torture dei mutui, delle bollette, della necessità di ricorre a fondi e assicurazioni per garantirsi il minimo della sopravvivenza, i precari, gli esodati, i cassintegrati e delle futura maggioranza dei profughi del virus, dei sopravvissuti licenziati, delle partite Iva, dei part time, dei call center,  che quando escono di casa possono trasferirsi direttamente sotto i ponti o sui cartoni nel parco, fatto salvo il doveroso distanziamento.

Pensate a cosa devono ricorrere per far sentire la loro voce, coperta dal berciare degli opinionisti della scienza: gli tocca, a queste inossidabili facce di tolla, puntare il dito accusatore contro la lobby “degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Scrivono spericolatamente proprio così, “le cospicue risorse”, intendendo la liquidità e i prestiti a strozzo del racket, intendendo le mance degli indigenti del covid passate da oltre 3 miliardi, a due, per essere ancora dimezzate. Intendendo le elemosine da restituire a breve a chi detiene la cassetta delle collette padronali quella che collettivizza le perdite e privatizza i profitti.

Si è proprio rovesciato il mondo: intellettuali che in nome della libertà di azione di chi sta in alto,  censurano l’opinione di chi sta in basso o altrove, gente che affolla le  piazze per sostenere un partito di maggioranza, intellettuali che firmano appelli per il governo, costituzionalisti che apprezzano le abiure e le abdicazioni alla carta, gente che  si sente nel giusto se rinuncia alla libertà e al libero arbitrio per salvarsi da una malattia non proprio conclamata e gente che deve sentirsi nel giusto se la sfida per salvarsi il magro salario.

No, mi sbaglio, è sempre andato alla rovescia.


Dove volano gli avvoltoi

avvvvvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono davvero senza vergogna: parlo dei media, dei giornaloni, delle dirette dal virus con la mascherina che dagli occhi è scivolata giù, non impedendo purtroppo di somministrare scemenze.

Parlo dell’inevitabile ruzzolone dalla cronaca alla testimonianza e rappresentanza degli umori delle tifoserie, governo si, governo no, Conte celebrato statista, Conte azzeccagarbugli narcisista, come avviene di consueto in un paese che vive in perenne campagna elettorale in vista di un voto sempre più ridotto a sigillo notarile su liste chiuse e a teleconsenso riservato a chi si mostra di più, perfino per quel che è davvero, miserabile e cialtrone quanto e più del volgo rozzo e ignorante di cui vuol dare testimonianza.

Parlo della legittimazione offerta all’opinione scientifica che sostituisce le auspicabili certezze, le rilevazioni su campioni, le analisi di laboratorio, proposta da dei Dulcamara che alle fiere di paese hanno preferito le più comode poltroncine dei talkshow o Skype da casa, non dall’ospedale, dall’ambulatorio o dall’università.

Parlo del maldestro impiego della disciplina statistica, ridotta a confusa e disordinata distribuzione di numeri a caso, che, a conferma della felice intuizione di Trilussa, ha abbracciato la dottrina emergenzialista, sicchè  nessuno avrà l’ardire di decretarne la fine della pandemia identificando il paziente Ultimo.

Parlo dei torrenti di indecente retorica che si rovesciano dalla carta stampata, dai social, dai balconi tra “siam pronti alla morte”, corna facendo, alla “maglietta fina”, all’encomio dei “martiri” del lavoro che “doverosamente” si prestano per riempire scaffali e produrre pezzi di bombardieri, ugualmente indispensabili alla sopravvivenza e al prestigio della nazione, e alla celebrazione dei “commendatori” del lavoro di Confindustria che “generosamente” si preoccupano dei destini dell’economia e del benessere generale, bene incarnato dai loro azionariati (ben 80 settori produttivi e merceologici) costretti malgrado il tempo libero a ridurre le puntate al casinò finanziario.

Parlo della rievocazione dello spirito patrio, del grande spolvero dello sciovinismo, che per fortuna non aveva mai avuto gran successo di pubblico nella nostra autobiografia nazionale, rigenerato per offrire una sponda alla militarizzazione perfino del linguaggio con gran spreco di trincee, eserciti, generali e desiderabili soldatini, eroi e traditori nella guerra contro il coronavirus, dell’obbligatorietà di disporre e di mettere in campo tutte le armi – e le leggi marziali e il coprifuoco – per riportare pulizia, ordine sanitario e non solo, contrastando i germi della insubordinazione.

Parlo dell’epica sui reclusi e sulla loro resistenza sul divano davanti a Netflix con la lattina dell’ultima birra in mano, disattivata saltuariamente per mettere un mi piace sull’invettiva contro i disertori/untori o per controllare dalla finestra quante volte la vecchia pensionata del terzo piano va dall’alimentari.

In controtendenza, però. Perché il sigillo lirico sulla commemorazione della terza età che bella età, l’ha messo proprio il Manifesto a firma di una giornalista e scrittrice poliedrica che si divide equamente tra il quotidiano comunista e Vanity Fair, e che ha dedicato un inno alle nonne guerriere che non si rassegnano “al ruolo di parente fragile e da proteggere”, quelle reattive “ che non si deprimono neanche se dai loro una padellata in testa, forse perché sono guerriere da sempre o lo sono diventate per necessità”. Quelle che, ricordandole le staffette partigiane, vanno a comprare il giornale o cantano Volare coi ragazzi di fronte. Tanto da farle concludere spericolatamente: ” e chi le ammazza queste qua?”,  che non si sa se sia una minaccia  o un auspicio mutuato da Madame Lagarde o dalla professoressa Fornero e che sfida buonsenso e statistiche a vedere come la fine del diritto di cura ne stia abbattendo in numero esorbitante.

Non perdo nemmeno tempo a citare la paccottiglia  non sorprendente dei Giornali, delle Verità, dei Fogli, che poi non è mica differente dal resto della stampa, con la stessa determinazione a dare comunque sostegno alle misure disciplinari di severa restrizione delle libertà personali, che si sia Feltri padre o Feltri figlio, si sia Giannini o Ferrara (quello che scrive: “Bisogna che i compatrioti si decidano a obbedire all’autorità, al governo, quando gira come un pipistrello un virus di cui non si conoscono l’origine, la natura, il comportamento, la cura. Affidiamoci per una volta ai pieni poteri”), sono indicate per contenere le esuberanze dei cittadini comuni, già da anni criminalizzate per via di capricci dissipati e di aspirazioni illegittime, con l’intento ormai esplicitato di conferire potere assoluto e illimitato a autorità superiori, delegando loro docilmente e forse non temporaneamente la propria precaria esistenza in pericolo, attaccati come cozze alla roccia di Gibilterra, ultimo confine dell’Europa che si sta sgretolando.

È che siamo di fonte a una fenomeno già molto esplorato, quello della “scomparsa del reale“, sostituito dalla sua rappresentazione  e narrazione a opera delle telecamere, dei titoli urlati, degli appelli apocalittici a non farsi possedere dalla paura, alle “opinioni” degli esperti a confronto, ai numeri e i dati ogni aggiornamento dei quali smentisce la veridicità del precedente, a conferma che quello straordinario effetto del progresso: la trasparenza, la disponibilità e l’accesso alle informazioni, contiene le sue più paradossali controindicazioni: l’incertezza, l’opacità, la manipolazione.  Così chi vede scorrere la pandemia da casa, sul divano col telecomando, possa aspettare fiducioso che passi tutto, senza interrogarsi sul terribile dopo che ci sarà, il suo e quello del Paese.

E dire che qualche certezza l’abbiamo, chiunque può farsi un’opinione, non sull’ipotetico numero di decessi da Covid19 magari, ma su quelli da nuove e antiche povertà, da sanità pubblica malata e sanità privata vaccinata contro il diritto alla salute, diventato un lusso e un privilegio. Chiunque può farsi un’opinione su uno sviluppo che avrebbe dovuto recarci doni in benessere, salute, garanzie, istruzione, e che mostra la sua faccia regressiva, facendo circolare con i capitali, inquinamento, sfruttamento, disuguaglianze, malattie.

Chiunque può farsi un’opinione non sul pipistrello magari,  ma sugli avvoltoi, si.

 

 


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