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Un popolo di poeti e viticoltori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi una dolente Repetti, in nome e per conto del compagno, l’aedo aulico, enfatico  ed estatico di Berlusconi, ma perché no? anche di Cicchitto ed altri luogotenenti e cavalli di Caligola, ci ha  concesso una lunga confessione appassionata e commossa sulle ragioni dell’abbandono del Partito. E si doleva del dileggio riservato all’incompreso autore dei versi “Antro d’amore /Rombo di luce/Parole del sottosuolo/Fiume di lava/Ancora di salvezza”, dedicati a Giuliano Ferrara e di quelli scritti ad personam per Vittorio Feltri: ” Imbronciato candore/Telaio di parole/Caos redento/Pugnace cavaliere affetto da una incontenibile vocazione alla lusinga lirica e all’adulazione epigrammatica e dagli incomprensibili fraintendimenti  della loro decisione sofferta e drammatica.

Come lei d’Alema rivendica sdegnato la dignità sua, della sua produzione letteraria e di quella vinicola, tutte ad alta gradazione di sfrontatezza svergognata. O Migliore, un recordman dell’alternanza di revisioni, ravvedimenti e folgorazioni che comunque hanno come teatro sempre il parlamento, nel quale riesce a sedere su un’inviolata poltrona, si rammarica che le rituali mele marce offuschino la luminosa trasparenza del suo partito ed anche della tradizione cooperativistica. Sto scegliendo tre protagonisti a caso dell’epopea dei cerchi magici, che  non posseggono mai la potenza eroica di diventare tragici,  restando ridicolmente crudeli e bestialmente grotteschi per la pretesa di rivendicare dignità, di esigere rispetto, di esibire innocenza, di ostentare integrità e di reclamare considerazione per tutta una serie di caratteristiche dalle quali si sono dimessi e diventati esenti nell’atto di accedere al potere, ai suoi troni, ai suoi privilegi.

Tra le molte colpe dell’informazione collocherei tra quelle più condannabili l’inclinazione ad attribuire e riconoscere agli affiliati, ai fedelissimi, oltre che ai principali attori del ceto dirigente, arrogante, strafottente, bugiardo, prevaricatore, corrotto, tossico, qualità e virtù che in forma sempre minore purtroppo sopravvivono solo tra marginali, esclusi, oppressi, cui rispetto, dignità, lealtà, decoro, orgoglio, sono stati rubati, secondo un processo di espropriazione come sistema di governo per lasciarli nella condizione di vite nude da convertire in merce, ricattabili, frustrati, soli, intimiditi e taglieggiati. Come se certi valori, peraltro non praticati, non onorati, non osservati, fossero integrati automaticamente nel patrimonio antropologico di chi è superiore, in qualità di appartenente a una elite, ancorché autonominata, autoreferenziale, dinastica, clientelare, familista, insieme alla trasmissione di posti, prebende, impunità, immunità, esenzione da regole e leggi o addirittura facoltà di dettarne ad hoc, a beneficio loro e della loro cerchia, cricca, alleanza inossidabile e inviolabile.

Mentre invece sarebbe ora di sancire la loro diversità e di condannarla, riportandoli allo stato naturale di individui connotati o geneticamente predisposti ad ambizione sfrenata, inclini alla disinvoltura e alla superficialità rispetto a norme generali di civiltà, orientati alla spregiudicatezza e all’uso sfrontato della menzogna, facilmente permeabili alla disonestà, alla corruzione, alla piaggeria, patologicamente disinteressati agli altri, all’interesse generale, al bene comune, che questi sono ormai i criteri che ispirano la selezione del personale politico, insieme al disprezzo per la cultura, la bellezza, l’ambiente, ridotti a prodotti utili solo se si infilano nel tramezzino o rendono, al dileggio per la memoria, utile solo come strumento per ricordare e ripetere lezioni ad uso di media ed elettori di bocca buona, all’oltraggio dei capisaldi della democrazia, quelli oggetto di una costituzione che si vuole  accartocciare e gettare nel cestino della offerte dedicate alla teocrazia del mercato e alle divinità del profitto.

Altro che morire per difendere il loro diritto ad esprimersi. È proprio tempo di toglierlo loro quel diritto, per riprendercelo, insieme a quello di ridicolizzarli senza paura di querele o di bavagli, di ridere di loro e della loro nudità, senza paura della tristezza nella quale ci fanno precipitare, di espropriarli delle prerogative delle quali ritengono di essere insigniti a vita, di farli precipitare già dalla fortezza nella quale si sono arroccati per condurre la loro guerra, ridiventando i tartari del deserto che hanno creato, capaci di suscitare in loro un sacrosanto terrore.

 

 

 

 

 


Partito della Nazione contro paesaggio toscano


apuaneAnna Lombroso per il Simplicissimus

Speriamo che i resti di Hatra siano di gesso, come si è detto delle statue del museo di Mosul. Speriamo che la notizia della distruzione dell’antica città situata a 100 chilometri a Sud di Mosul, fondata nel III secolo avanti Cristo dalla dinastia dei Seleucidi, sia falsa o frutto di una  disperata o insensata propaganda..

Speriamo anche però, che ci venga  risparmiata la sdegnata condanna di chi ha contribuito a far rimpiangere la custodia che la cenere del Vesuvio ha esercitato su Pompei, di chi sta svendendo Milano agli arabi ricchi, che invece quelli poveri non hanno diritto nemmeno a un posto in cui pregare, di chi tramite moderna giurisprudenza promuove il sacco del territorio, la sua devastazione, la resa alla speculazione.

In passato avevo invece tratto motivi di conforto per  un piano paesaggistico  regionale che andava in controtendenza rispetto all’ideologia criminale che ha animato Sblocca Italia, quel caso di scuola per produttori di ecomostri, per  faraoni di piramidi, per futuristi di alte velocità, per costruttori di ponti degli ultimi respiri, per  scavatori di canali improvvidi, e che attribuisce poteri dello  stato, degli enti locali, delle regioni a immobiliaristi e cementificatori  privati, anche grazie all’esproprio delle attività di vigilanza ai soggetti di controllo, già impoveriti e defraudati.

Consolava che proprio la regione su cui aveva imperato quel sindaco autore di varianti con piroetta, delle menzogne spudorate sui volumi zero azzerati dai crediti edilizi, della “valorizzazione” delle grandi aree industriali dismesse, delle pavimentazioni scriteriate, delle licenze per  terrazze panoramiche con vista, dell’alta velocità locale più inutile e dannosa di quella sovranazionale e  della grande abbuffata di deroghe, si sottraesse al destino, che pareva segnato, di apripista delle politiche contro il territorio del giovanotto diventato premier pronto a trasferire  la sua esperienza di sceriffo prepotente e incolto, fatta di  autocrazia, deliberazioni d’urgenza (come quella per la pedonalizzazione di piazza del Duomo),  annientamento del consiglio comunale, svuotamento di senso della città pubblica, finto decentramento e vera privatizzazione  in una ossessiva e spregevole  contaminazione tra pubblico e privato.

Ma ormai è vietato illudersi: il patto del Nazareno, declinato  su scala periferica, ha prodotto  due pacchetti di emendamenti fotocopia, quello del Pd e quello di Forza Italia, uguali negli intenti e perfino nel linguaggio, in modo da convertire quello che si accreditava come un piano pilota per contenuti di rispetto, tutela, salvaguardia, nella replica bonsai, altrettanto delittuosa,  dello Sblocca Italia.  A cominciare da un comma che assume un valore simbolico e inquietante, quello che definisce le valutazioni scientifiche contenute nelle schede di ambito come “non vincolanti” – quindi “facoltative” – dispensando gli enti territoriali dal farvi riferimento nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica, in modo da stabilire per legge arbitrarietà, discrezionalità, probabile consegna a privati, speculatori,  Eppure lo  stesso Enrico Rossi  aveva definito quel Piano  “una cornice di regole certe, finalizzate a mantenere il valore del paesaggio anche nelle trasformazioni di cui esso è continuamente oggetto”, grazie all’applicazione di strumenti in grado di governarne la trasformazione in modo responsabile.  E grazie anche al contenimento del consumo di suolo, di coste, di spiagge, alle limitazioni all’estrazione del marmo, alla distruzione dei monti, alla regolamentazione dell’agricoltura, che così  come erano posti nel testo originario, postulavano  una gestione intelligente del territorio il cui sviluppo è possibile e sostenibile a condizione di   ridurne l’indole perversa e illimitata all’esaurimento   delle risorse e allo sfruttamento dell’ambiente.

Perché un piano paesaggistico non deve essere un insieme di vincoli, che congelano lo stato di una geografia: deve essere invece la mappa dell’ambiente regionale in tutte le sue componenti, in tutte le sue dimensioni,   in tutta la sua complessità di geomorfologia ed ecosistemi, sistemi agrari, produttivi e urbanistici. In questo caso per far sì che la definizione letteraria di “paesaggio toscano” perda la sua natura retorica, pittorica quando non consumistica di sfondo per villette a schiera, a albergoni a uso turistico, per diventare una massa critica di analisi dettagliate, di schede tecniche, di inventari di beni naturali e  archeologici, perché tutti, autorità, istituzioni, amministratori, cittadini possano conoscere e custodire il loro bene comune.

Piovono documenti, mozioni, comunicati, appelli, compresi quelli della Cgil che ricorda che l’oltraggio e il saccheggio di paesaggio e cultura non solo non portano lavoro, non producono ricchezza, non aiutano la crescita, ma al contrario rendono tutti più poveri,  umiliando cittadinanza e democrazia.  Piovono su una regione colpita continuamente da eventi estremi,    che portano ad estreme conseguenze, ferita  da  trascuratezza e speculazione, impoverita da tagli e ricatti.

Ma è vietato illudersi anche sulla resistenza di chi quel piano lo ha voluto, abituati come siamo a un’opposizione interna fatta di mugugni, lagne, brontolii a mezza bocca, reticenze che sfociano in approvazioni pacificatrici e a ragionevoli consensi.

Altro che cornice di regole. Resterà  una cornice,  ma solo quella per  conservare la foto ricordo delle Apuane, minacciate dalla lobby del marmo, dei piccoli centri e delle aree protette, delle coste e delle foreste,  a meno che non apriamo l’ombrello noi cittadini, quei comitati e comitatini derisi dallo sbruffone impenitente che in tante parti esercitano  una domestica, insostituibile  e irriducibile opposizione ai predoni.


Piazze piene, urne vuote: lo schiaffo emiliano

Renzi 2Sono davvero ammirato e sinceramente invidioso per la capacità dell’informazione mainstream di trasformare la caporetto renziana in Emilia- Romagna in una scaramuccia di secondo piano e la bocciatura senza appello del patto del Nazareno – con il conferimento di Forza Italia al guappo fiorentino in cambio  di impunità personale e patrimoniale per Berlusconi e i suoi – in un incidente di percorso dovuto alla scarsa agibilità politica dell’ ex cavaliere. Per non parlare di analisi comiche sulla modernità del non voto. Ammirato perché tutto dice che siamo alla fine di un paradigma politico di cui Renzi s’inserisce come un epigono, mentre i sicofanti cercano di vendere un pezzo di quarta mano per nuovo .

Il fatto stesso che il neo governatore emiliano, eletto da una percentuale di aventi diritto attorno al 16%, ora dia la colpa al sindacato, ovvero alla Cgil, dell’epocale astensionsimo, la dice lunga  sulla qualità del ceto politico in campo e sul suo animus. Naturalmente il dato che esplode  è quello dell’affluenza alle urne ( 37%,) che si è ridotta della metà rispetto alle europee di maggio. Ma dentro questo disastro se ne aggiunge un altro che chiama in causa in maniera anche più diretta il modello renziano perché per la prima volta dal dopoguerra il centrosinistra scende al di sotto del 50% nella regione. Noto che questo dato (a cui si potrebbe aggiungere quello delle europee che il premier usa impropriamente per legittimarsi) viene allegramente trascurato perché trasforma l’evidente rifiuto di un’offerta politica, in una più generica disaffezione alle urne. Se è vero che le percentuali al 6o – 70 % per il centrosinistra sono roba di dieci anni fa è anche vero che il 52 e passa del 2010 –   ottenuto con una partecipazione al voto enormemente più alta – è davvero un altro mondo. Anche perché con affluenze così basse gran parte del voto piddino  viene direttamente dal consolidato zoccolo duro degli apparati e relative aree clientelari. Un consenso praticamente autoreferenziale.

Parallelamente il boom della Lega Nord, è un ballon d’essai: il quasi 14% di quattro anni fa si è tramutato con l’astensionismo epocale nel quasi 20% di oggi, che al massimo potrebbe indicare una tenuta leghista contro previsioni di reflusso: l’effetto secondo partito è dovuto esclusivamente al crollo di Forza Italia, scesa all’8% a dimostrazione che nell’Italia renziana l’ensemble berlusconiano è ormai del tutto superfluo e che ormai la differenza viene fatta dalla xenofobia e dallo stimolo del senso di insicurezza. La stessa cosa potrebbe dirsi del Movimento cinque stelle che, facendo i conti con il non voto, rimane sugli stessi numeri del 2010 e dimostra però di essere entrato nel “cerchio della sfiducia” che coinvolge anche gli altri partiti.

Rimangono le dolenti note della sinistra più radicale (ma si fa presto con Renzi ad esserlo) che a stento arriva al 4 per cento, se non si tiene conto di Sel legato a doppio filo con il candidato Pd, Bonaccini. E’ ovviamente questo viene sfruttato da Renzi per svalutare le posizioni sindacali così come i malumori dentro il partito e per  pavoneggiarsi ancora una volta con una vittoria di fantasia, con le patacche della comunicazione per cancellare lo schiaffo che si è preso. Ma chi conosce la regione sa bene come le sinistre radicali siano state sempre cannibalizzate dalla macchina del vecchio Pci e dai suoi apparati, tanto da ottenere spesso risultati inferiori a quelli nazionali. Adesso quella macchina è stata ereditata dal Pd con tutte le conseguenze del caso, tanto che da un punto di vista puramente figurativo, i risultati sono più lusinghieri in Calabria che non in Emilia – Romagna. Non basta che al volante si sia messo uno chauffeur che gira sempre a destra per ridare vitalità a un settore politico che ha fatto di tutto per auto marginalizzarsi e  che proprio nelle ex regioni rosse si è sempre attovagliato con i resti del banchetto.

Non si può fare la sinistra per semplice differenza, pensando o sperando di acquisire consensi perché si rimane immobili mentre gli altri vanno a destra. Questo è esattamente il problema: non basta che la qualità dell’offerta politica cali o si trasformi in maniera così impressionante da non interessare più del 60% dei cittadini per pensare di sfondare, senza produrre nulla di sostanzialmente nuovo, una speranza che ci salvi dal pensare unico e tutto si riduca a tatticismo organizzativo che in se stesso è una resa. La realtà è sotto gli occhi se la si vuole vedere: un mese fa a piazza San Giovanni c’era il doppio delle persone che ieri si sono prese la briga di andare a votare Pd nella ex regione rossa per eccellenza. E’ da lì che bisogna ripartire. Piazze piene, urne vuote ribalta il proprio cinico significato.


Twitta, twitta che la troika fa gli gnocchi

renzi amici mieiFra un twit e l’altro scritto da chissà quale segretario addetto alla rete, Renzi si avvicina al giorno della locusta. A quel 29 agosto in cui il consiglio dei ministri dovrà mettergli qualche carta in mano per affrontare il giorno dopo Bruxelles e le nomine dei commissari mancanti, ma anche nelle settimane successive la richiesta di maggiore flessibilità. I fumosi pasticetti su giustizia e scuola sono soltanto l’ennesimo gioco di specchi per tentare di nascondere il terzo fallimento a cui assistiamo dopo Monti e dopo Letta.

La situazione è chiara: il debito aumenta, il pil cala, l’economia va a fondo senza che la dottrina dell’austerità fornisca vie d’uscita ai danni che essa stessa provoca e che tuttavia è inevitabile in presenza di una moneta comune. Quindi per star dietro ai parametri stabiliti dai trattati, anche nel caso che essi diventino un tantino più elastici, occorre tagliare selvaggiamente le spese il che implica un ulteriore calo di pil  oltre a una drammatica diminuzione dei servizi e del welfare, aumentare le tasse o svendere tutto il patrimonio di beni e attività pubbliche per far cassa. Ma qui non c’è accordo nella maggioranza di fatto che sostiene il governo Renzi: un aumento della pressione fiscale è fumo negli occhi per Forza Italia e alfaniani, oltre ad essere difficilmente praticabile per tutti, una rapina ai danni delle pensioni oltre 2500 euro sarebbe un gesto suicida per il Pd che già pare in via di scollamento dopo l’ubriacature del 40% e per quanto riguarda i tagli tutti difenderanno a spada tratta i propri orticelli elettorali. Una situazione dalla quale nemmeno la Bce con qualche quatitative easing può tirarci fuori, visto che qualunque mossa di questo tipo, non farebbe che aumentare il debito sia pure a condizioni più leggere rispetto a quelle di mercato, ossia stabilite dalle altre banche.

Insomma una situazione nella quale un leader che vive di pura immagine, scolpito dentro un establishment inconsistente e votato al più ignobile gattopardismo, messo nell’angolo dalla sua stessa incapacità e impotenza, potrebbe anche non essere in grado di far fronte alle spinte centrifughe non più contenute dalla “ripresa” nemmeno statistica. Le stesse connotazioni caratteriali che ne hanno fatto il personaggio ideale per sedare in Italia le pulsioni euroscettiche al momento delle elezioni e spostarle verso un appoggio dello statu quo,  adesso potrebbero rivelarsi di ostacolo ai piani europei. E non a caso che nelle settimane scorse, sono partiti dei pizzini per far intendere a lui e a tutto il sistema politico che a questo punto sarebbe meglio un governo diretto della troika sul Paese. Messaggi poco importa se dettati da un cinismo ormai troppo stagionato o da pervicaci illusioni senili.

Renzi avvisato, mezzo salvato. Anche perché, con l’approfondirsi della crisi, le dimostrazioni di forza in campo europeo, come l’insistere sulla Mogherini ministro degli esteri, unica ragione dell’attivismo irakeno di questi giorni al fine di compiacere e rassicurare Obama, hanno ormai poco effetto nel far credere che a Bruxelles contiamo davvero qualcosa. Anche a Renzi toccherà seguire l’agenda che fu di Monti e di Letta e rinunciare ai panni del finto rinnovatore da amici miei: ha sbagliato i tempi, trascinato dall’incauto miraggio della crescita, ha accelerato la successione, come del resto si suggeriva  colà dove si puote. E ora sono twit amari.


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