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Pannella e gli epitaffi di regime

Marco_Pannella_divorceLa valanga  di epitaffi encomiastici che si è abbattuta su Marco Pannella non gli rendono giustizia, anzi sono quasi un insulto perché celebrano tutto quello per cui era insopportabile: l’abilità cinica e manovriera con cui, a fronte di un pugno di voti, è riuscito ad essere protagonista per 40 anni dopo l’età d’oro del divorzio e dell’aborto, l’uomo per tutte le stagioni e le occasioni che sapeva anche far fruttare le battaglie ideali a seconda delle occasioni, quello che per  molti anni ha messo ambiguamente al servizio del berlusconismo e della casta politica in generale le generose battaglie sulla legalità, il narciso che si circondava di enfant gaté di buona famiglia che confondevano vizi e licenze con la libertà, i mai un giorno di lavoro come i vari Rutelli, Taradash, Capezzone, Della Vedova e chi più ne ha più ne metta che poi hanno abiurato per questioni di carriera. E anche l’istrione che spacciava hashish in televisione o candidava Cicciolina.

Pannella, certo, è stato molto altro, è stato l’uomo che ha dato spazio a Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, quello che a suo tempo (purtroppo molto lontano, parliamo degli anni ’60) riuscì a sottrarre il partito radicale dal destino di rinchiudersi esclusivamente  in un salotto liberal- massonico di stretta osservanza americana, è stato un argine contro la strapotere della Chiesa prima di innamorarsi dei papi, ha dato all’Italia alcuni momenti di modernità come il divorzio, l’aborto, la battaglia per l’uguaglianza e contro l’omofobia, senza dimenticare l’antimilitarismo. Ma gli epitaffi non gli giungono per questo, bensì per quella parte oscura che ha portato al consolidamento di un’area politica sui generis che mentre è in un continuo “essere contro” alle distonie del  presente, non ha  alcun futuro da indicare, essendo esso tutto già sussunto dal liberismo. Nel discorso dei radicali non compare in nessun modo e in nessun senso il concetto di libertà sociali, tutto è delegato alle dinamiche individuali, né questa visione è stata in qualche modo mitigata da vere esperienze di governo e dunque di mediazione che riguardano  intere masse di persone. Questo 50 anni fa era un vantaggio visto che non esistevano legacci di natura sociale o strategico politiche che suscitassero difficoltà  nelle lotte per le più elementari libertà civili. Erano battaglie pure e forti quelle che combattevano allora i radicali.

Poi le cose cambiarono ancor prima della fuga in avanti e allo stesso tempo indietro del partito transnazionale: le campagne si fecero via via contradditorie, quelle per l’affare Lockheed e per  le dimissioni di Leone o per la vicenda Sindona si intrecciarono ad un atteggiamento timido anzi assente sullo scandalo P2 riguardo al quale Massimo Teodori allora tra i massimi esponenti radicali  prima di finire in Forza Italia, prese in prestito il benaltrismo per condannare la commissione Anselmi, mentre tutti gli scontri sulla corruzione, il finanziamento pubblico dei partiti, il carattere consociativo della politica, il carattere autoritario dello Stato, si ribaltarono in un atteggiamento ostile a mani pulite e al cosiddetto giustizialismo. In pratica i radicali divennero una sorta di alibi del conformismo italiano, lo stagno gracidante a cui si è ridotta quella coscienza critica che giustamente è presente nell’addio rituale del presidente di cartone Mattarella.

Pannella arrivò  insomma a fare il giro completo dell opzioni tornando al punto di partenza, a quel 1962 che vide gli inizi della sua ascesa dopo lo scandalo Piccardi, il segretario del partito (con lui c’era anche Eugenio Scalfari) che fu “smascherato” da Renzo De Felice. Nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, rivelò che Piccardi nella sua qualità di consigliere di stato aveva partecipato nel 1938 e 1939 a due incontri italo-tedeschi sul tema “Razza e diritto” per mettere a punto le politiche razziali. Non si sa quale sia stato il suo ruolo effettivo, sta di fatto che tra coloro che praticavano la religione intransigente della libertà e per questo rifiutavano ogni idea di socialismo, c’era uno che aveva avuto grandi responsabilità all’interno del regime e dello stato fascista.

Miserie e trasformismi italiani che alla fine di una lunga e fortunata carriera di un anacronista senza senso del tempo, sono tornati a riaffacciarsi all’orizzonte dando origine, dopo la presunta fine della storia, a una lunga diaspora verso il  partito padronale, la melma dei conflitti di interesse e last but not least verso il massacro sociale. Insomma la storia di gente molto liberale con se stessa.


Aiutiamo i razzisti a casa loro

Museo di PredappioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il 26 aprile con tempestiva puntualità (la professione di antifascismo, se proprio è necessario, si esercita una volta l’anno, come quella di ricordare, di rispettare le donne, di esprimere solidarietà per i profughi, di sentire la responsabilità di conservare l’ambiente per noi e chi verrà dopo etc etc),  la commissione Giustizia di Palazzo Madama ha approvato all’unanimità un emendamento di Giacomo Caliendo di Forza Italia (assorbito poi da un testo analogo della relatrice Rosaria Capacchione del Pd) al disegno di legge che dovrebbe introdurre nel codice penale l’aggravante di negazionismo,  modificando in senso restrittivo l’applicazione la legge Mancino del ’93, escludendo dal perimetro della punibilità,  tutte le opinioni espresse non «pubblicamente», depenalizzando le condotte con fini discriminatori e di violenza oggi sanzionate  se l’istigazione avviene tra le mura di casa, tramite mail, via cellulare non intercettato, e così via.

Dovessi pensare a un tag per questo post, mi verrebbe subito in mente “ipocrisia”, quella che ispira famosi detti popolari: i panni sporchi si lavano in casa, ad esempio, talmente abusati che “casa propria” sono diventati anche i partiti, il Parlamento, i comuni, a misura della privatizzazione della politica, che applica il metro della disuguaglianza alla sfera personale. Sicché la privacy dei potenti va tutelata fino allo spasimo, compresa la rilevanza di parentele ingombranti, familiarità sospette, conti correnti e partecipazioni azionarie opachi, mentre la nostra viene invasa legalmente se non legittimamente tramite videosorveglianza continuativa, circolazione dei nostri dati, svendita a prezzi di liquidazione delle nostre preferenze e dei nostri consumi, ingerenze prepotenti nelle nostre esistenze per condizionare e condannare inclinazioni, scelte, dalla culla e ancora prima, alla bara.

Insomma l’emendamento fa intendere che non c’è nulla di male ad educare i propri figli al razzismo, alla xenofobia, alla violenza, che non è perseguibile che babbi e mamme raccontino la sera ai loro figlietti la fiaba che i lager di ieri e quelli di oggi, appena meno cruenti, erano pacifici insediamenti che ospitavano lavoratori indolenti, comunque in numero ridotto ancorché artatamente gonfiato da una interpretazione partigiana e faziosa della storia, che Mussolini era un gioviale capostazione, trascinato suo malgrado nell’impresa bellica, perché appunto questa pedagogia venga somministrata in tinello, favorita da preziosi incunaboli della stampa di regime, documentari delle tv ormai unanimemente intente alla grande opera di definitiva pacificazione. Come se la formazione della prole, sempre meno delegata a un sistema di istruzione avvilito, impoverito e  mortificato, come se lo sviluppo intellettuale e l’ammaestramento morale dei figli non fossero le più pubbliche delle attività, perché dovrebbe preparare, con l’esempio prima di tutto,  ad essere cittadini, ad essere liberi, ad essere rispettosi degli altri, della memoria collettiva, della lezione della storia, della verità.

Le persone libere nutrono sempre molti dubbi nei confronti delle censure, preferendo loro l’informazione, l’istruzione, la cultura della bellezza, del ricordo, del passato, perché insegni a non ripetere orrori, viltà, offesa. Ancora di più c’è da avere dubbi quando nascondono l’intento di creare graduatorie e gerarchie tra le responsabilità: quelle collettive, quelle pubbliche, quelle personali, in modo da ripeterle poi per persuadere che possano essere sottoposte alle stesse classificazioni verità, realtà, doveri, diritti.

 

 

 

 


No tengo dinero, vamos a la playa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Quando ci provò Tremonti immaginai che impulso avesse animato il suo inconscio, insieme a una sua affettuosa e istintiva devozione per interessi speculativi. Ci scommetto, pensai, che si vede come il piccolo Giulietto nei panni di Tadzio, mentre col suo costumino a righe erige castelli di sabbia fina fina come cipria sulle spiagge del Des Bains. Perché, ammettiamolo, è naturale che a tutelare privilegi, che ormai vanno sotto il nome di moderne e profittevoli valorizzazioni, siano quelli che ne hanno goduto, che vogliono conservarseli come appannaggio esclusivo, siano essi rampolli di dinastie e ultimi nati di azionariati, manager tirati su  col latte iniquo della Bocconi, principini del foro o baroni delle cliniche o accademici familisti magari mischiati col sangue blu di qualche latifondista o gattopardo.

Macché adesso anche sanguigni ex cooperatori, corpulenti e rubizzi ragionieri, piccoli imprenditori spregiudicati ben addentro nei labirinti offerti dal Jobs Act o nelle acrobazie della tollerata evasione, esigono che beni comuni come le spiagge passino da proprietà di tutti a riserva di pochi, per benevola concessione in cambio di favori, voti, sostegno elettorale, prebende e regalie e probabilmente qualche ombrellone riservato, qualche lettino confortevole, qualche bagno selezionato in acque cristalline.

Il sistema per Tremonti come per  i due nuovi Righeira, i senatori   Bruno Mancuso, intercettato e indagato con l’accusa di aver pilotato appalti per opere mai realizzate,  e Marcello Gualdani, salito alle cronache solo in occasione dei ben 10 voti ricevuti alle elezioni per il Presidente della Repubblica, in quota “siciliani”, che propongono di allungare di due anni la sanatoria sugli stabilimenti balneari facendovi rientrare tutti i procedimenti fino al 30 novembre di quest’anno attraverso una moratoria “fotocopia” di quella già inserita nella manovra 2014, è sempre lo stesso, insolente e sfacciato: pretendere che restino “pubbliche” mentre sono interdette a chi non paga. L’argomentazione è assolutamente identica a quella usata anche per l’acqua:il bene rimane pubblico, solo la gestione è privata.

Naturalmente il fronte che comprende Ncd e Forza Italia – ma possiamo scommettere sulla tacita e nemmeno tanto segreta solidarietà di un ampio numero di fan Pd, a cominciare dal sottosegretario Baretta un vero combattente del bagnasciuga a sostegno dei padroncini delle spiagge – prende a pretesto la tutela degli interessi di un nucleo ristrettissimo “di stabilimenti balneari, circa 200,  sull’orlo del fallimento, i cosiddetti ‘pertinenziali incamerati’, piccolissime imprese che con la legge finanziaria Prodi del 2006 si sono viste aumentare i canoni a centinaia di migliaia di euro l’anno, che con gli arretrati sono arrivati a milioni di euro”. È quindi necessaria una sanatoria in attesa, indovinate un po’, della riforma epocale del settore promessa dal governo Renzi.

Non ci vuol molto a immaginare le slide con le barchette, gli ombrelloni, i secchielli, le palette e la sabbia a seppellire le spiagge comuni, il diritto per tutti a godere di un bene già molto ridotto, se  da metà degli anni ’80 a oggi sono stati praticamente “cancellati” 222 chilometri di litorale, al ritmo di quasi otto all’anno: la grande colata  di cemento non distingue fra i tre mari che ci circondano: 1.257,3 chilometri su 1.784,9 trasformati sul Tirreno; 706,2 su 1.309 lungo l’Adriatico e 485,7 su 808,5 nello Jonio.

A anticipare quello che sarà dei nostri litorali ci ha già pensato l’istituzione del  criterio del silenzio assenso   previsto dalla legge Madia che incrementa i rischi, come dimostra l’esperienza di questi anni,  quando da un capo all’altro della penisola, si sono verificati casi di opere eseguite forzando i vincoli delle procedure, anche prima dell’introduzione di questo meccanismo automatico.

Racconteremo ai nostri nipoti delle domeniche al mare, diventeranno squisiti reperti d’antiquariato i film di Fabrizi e la Ninchi, attrezzati con la terrina di pasta fredda e l’ombrellone issato sul tettuccio della Topolino. E Ostia, Fregene, Capocotta, ma anche Rimini e Riccione sono destinati a diventare come la Costa Smeralda svenduta al Qatar dove quel poco che non è occupato da relais di lusso e stabilimenti esclusivi è interdetto grazie alla proibizione di accesso ai parcheggi vigilati da guardiaspalle ai comuni mortali, compresi quelli che per una volta vogliono vivere come in un cine panettone.

E dire che  la prima procedura d’ infrazione che aveva accolto l’ex commissario alla concorrenza Monti al suo insediamento a Palazzo Chigi, ammoniva l’Italia e la richiamava al rispetto della direttiva Bolkestein  con l’intento di scardinare il regime di monopolio degli ombrelloni, imponendo di mettere a bando le concessioni demaniali alla loro scadenza. E poi non ci si venga a dire che il governo e la sua “diversamente maggioranza” è succube dell’Europa: macché, sulla linea del bagnasciuga non si arrende e disubbidisce.

 

 


Renzi #staisereno

Renzi sull'austoscontroNon c’è bisogno di profonde analisi per capire che il progetto renziano ha subito un colpo di arresto: non certo sul piano parlamentare, ma su quello politico nel quale non è più vero, anche se continueranno a dirlo fino allo spasimo, che il renzismo e il Partito della nazione  sono l’oscuro oggetto del desiderio dei cittadini. Il risultato delle regionali non restituisce affatto un pareggio 5 a 2 come certamente si dirà per carità di patria piddina, perché, appunto il renzismo avrebbe dovuto trasformare e in qualche caso ribaltare assetti di 5 anni fa, quando ancora c’era in sella il Cavaliere: invece dovunque il Pd ha avuto risultati inferiori a quelli delle precedenti elezioni regionali. Se poi si fa un calcolo sulle europee portate sempre come legittimazione della tracotanza renziana siamo a un meno 15% del Pd  e del 9% considerando le alleanze. Si tratta di un chiaro rifiuto del disegno imposto dal bullo di Rignano in combutta con Confindustria, banche e poteri finanziari. Per di più in Veneto e Liguria dove correvano i candidati di più pura origine e fedeltà renziana, il Pd è andato incontro a un vero e proprio tracollo, mentre altrove, dove ha vinto ha visto ridurre dovunque e a volte in misura straordinaria come in Umbria (57% nel 2010, circa 41% oggi)  la distanza dagli avversari. Se non è una bocciatura questa non so come si possa chiamarla, anche perché avvenuta al riparo di una imponente copertura dei media con punte di servilismo nord coreano, altissima astensione, alterazioni di dati per fingere la ripresa e insufflare ottimismo fasullo ( a proposito sapevate che lo 0,3% in più del Pil sbandierato più o meno un mese fa si è trasformato magicamente nello 0,1%?), bombardamenti diurni e notturni di notisti, banchieri e sedicenti esperti a dirci, come nei campi di rieducazione di Pol Pot, che ormai la ripresa è cosa fatta e chissà quali meraviglie ci attendono. Anzi sono curioso di vedere come cambieranno i dati sull’occupazione sparati da Poletti una settimana fa. Per non parlare della disaggregazione del centro destra e dell’accorrere di una consistente parte di notabilato locale ex forzitaliota sotto le bandiere del ganassa -premier. Se poi il ragionamento o la semplice registrazione della realtà non fosse sufficiente a testimoniare la sconfitta, basterebbe rivedersi la faccia cadaverica e stravolta dell’ultrarenzista Mentana e delle sue cocchine alla Crozza, durante la maratona sulle regionali di ieri. La forza di Renzi rimane, ma non ha più i caratteri propulsivi che si autoattribuiva con successo di audience, risiede ormai nella mancanza di opposizione politica, organizzata, efficace. Il centro destra in dissoluzione è chiaramente espressione di potentati locali che o tendono a passare all’altra parte o fanno quadrato corporativo come in Liguria, senza però esprimere alcunché di diverso da Renzi. Oppure si riversano nel pozzo di miseranda demagogia senza prospettive di un Salvini. La sinistra dal canto suo non riesce ad affrancarsi davvero dal tutore piddino e naviga sempre ai margini, incapace di darsi contenuti realmente alternativi o per dirla più banalmente di rottura. Il movimento cinque stelle ritorna a macinare buoni numeri, ma come ho detto alcuni giorni fa, senza riuscire ad infastidire i padroni del vapore: se si fosse aperto a un articolato panorama di alleanze (come ha fatto Podemos in Spagna ) senza rimanere rinchiuso nell’utopia autistica del 51%  adesso potrebbe governare la Liguria e forse anche un’altra regione. Si limita invece a navigare schizofrenicamente tra il recinto istituzionale e il megafono Grillo, evitando di mettere in moto quei meccanismi di dibattito, orientamento  e selezione interna che oltre a chiarire ed elaborare le idee- forza del movimento,  e specificare la sua identità, potrebbero generare una classe dirigente all’altezza del compito e non solo ufficiali di scrittura. Chissà che a qualcuno non faccia comodo la messa tra parentesi di una consistente parte dell’elettorato e lavori attivamente per questo anche se c’è da sperare che proprio il successo di queste elezioni con la conferma dei Cinque stelle come unico vero competitore del Pd, cambi questa situazione e apra il respiro del movimento.  Per ora l’isolazionismo viene sicuramente a fagiolo per Renzi specie ora che sta perdendo la portanza alare delle chiacchiere. Però qualcosa è cambiato: il premier  dopo queste regionali non può più illudersi di figurare come l’uomo del futuro e del cambiamento per rientrare ufficialmente, assieme ai suoi armigeri e clientes, nelle più modeste vesti di ultima spiaggia, almeno per gli italiani in eterna gita: una posizione che per ora non scalfisce il potere acquisito, anche se cominceranno ad apparire i distinguo e le forze centrifughe, ma alla quale si chiedono risultati concreti vale a dire l’unica cosa che la governance italiana, comandata da Bruxelles, così modesta da non riuscire a scollarsi dai più vieti luoghi comuni, totalmente priva di visione, non può ottenere. Per di più la speranza di una ripresa globale a cui attaccarsi in maniera passiva se non parassitaria, per avvalorare le proprietà taumaturgiche dello scasso istituzionale e del lavoro viene meno ogni giorno che passa. In questo quadro è un attimo passare da uomo del futuro a omuncolo del passato.


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