Qualcosa sta franando nell’infernale meccanismo europeo: si tratta di piccoli smottamenti che annunciano spostamenti ben più grandi, anche se, ovviamente, l’informazione mainstream fa finta che si tratti solo di rumori molesti.  Nei giorni scorsi l’Islanda ha detto no alla ripresa dei colloqui per entrare nell’Unione, nonostante un serrato e costoso battage a tappeto da parte di Bruxelles., cominciato addirittura l’anno scorso. Salta agli occhi la differenza abissale tra la gente e i milieu politici che invece sono disposti ad ogni cessione di sovranità, ben sapendo che questo è per loro una garanzia a vita. Infatti la premier Kristrún Frostadóttir  si è affrettata a dire: “È chiaro che il 53% della popolazione non desidera compiere un passo più ampio in questo momento. Tuttavia, il 47% si è mostrato interessato. Dobbiamo affrontare i prossimi mesi rispettando tutti i punti di vista.” Il che significa in soldoni: ci riproveremo, nonostante il fatto che il no abbia riguardato principalmente il problema della pesca e delle quote della medesima che è vitale per l’isola. Il si infatti ha prevalso solo a Reykjavik centro ( già la periferia ha votato no) dove si concentra la massa amorfa dei desideranti, accecati dai richiami neoliberisti, quelli che ancora pensano si possa campare di “servizi” senza alcun sottostante materiale. Ma l’Islanda vive di merluzzo, di pescherecci e di tutto che gira attorno a loro, non di app per cellulari, moduli di IA e reboanti titoli aziendali in inglese che non significano nulla. Consapevolezza che prima o poi arriverà anche da noi. Ma in Islanda con i suoi poco più 300 mila abitanti, la cosa è più chiara.

Ma che qualcosa non stia più funzionando nella mitologia europeista forse è già chiara nel cuore stesso del continente. I primi di settembre si voterà in Sassonia e l’Afd è dato al 40%: probabilmente si tratta di una cifra esagerata, sparata dai sondaggisti per richiamare alle urne anche i disillusi, ma la possibilità che Alternative für Deutschland diventi il primo partito è concreta. Alice Weidel, la leader di questo partito, ha ribadito proprio ieri la linea tenuta in questi anni: uscita dalla moneta comune che alla Germania non conviene più e più autonomia per lo stato nazionale. Ecco, sento già il mormorio: ma l’Afd è un partito di estrema destra, definizione di comodo dello stesso mainstream che poi esalta il neonazismo ucraino, ma transit, su questo universo definitorio del potere. Il fatto è che proprio l’altro giorno, uno dei candidati alla presidenza francese, quello che possiamo considerare il leader maximo della sinistra, Mélenchon ha detto ben di peggio, proponendo che la Francia cancelli i debiti che lo Stato ha nei confronti della Bce. Un passo che necessariamente significherebbe anche l’uscita di uno dei Paesi fondatori non solo dall’euro, ma dalla stessa Unione, cosa a cui l’Afd non arriva. Certamente si tratta di una boutade  o di una mossa molto articolata sulla scacchiera politica per sottrarre spazio al Rassemblement nationale e probabilmente favorire il ritorno all’Eliseo di François Hollande: fare mostra di un certo estremismo, può facilitare la scelta di un candidato, sempre della cosiddetta area di sinistra, ma molto più moderato, moderatissimo direi e quindi accettabile anche dai poteri che hanno creato e sostenuto Macron. Di certo Hollande sarà loro grato: l’unico problema sarà impedirgli di andare in motorino.

Questa ovviamente è una mia ipotesi. La cosa  sostanziale è però che un candidato importante, anzi centrale del dibattito politico francese dica questo genere di cose, sapendo di avere ascolto presso l’opinione pubblica, compresa quella più europeista. Questo dà la misura del logoramento di immagine che  non può più essere nascosto, specie dopo che il bellicismo e la russofobia hanno reso del tutto manifesta la differenza tra immagine e realtà.