È passato un secolo e mezzo da quando, nel 1884, Friedrich Engels tracciò un parallelo esplicito  tra le mogli e il proletariato oppresso. Il significato di questo accostamento inedito era semplice e chiaro: l’emancipazione femminile passava attraverso l’emancipazione dell’intera società e non attraverso una batracomiomachia tra uomini e donne, strada che purtroppo il femminismo, nato e svezzato in ambito anglosassone, dove il concetto di società è precario e rassomiglia a una sorta di contratto sociale, imboccò quasi subito. Lasciatemi raccontare un episodio che la dice lunga su questo: dopo l’affondamento del Titanic, un gruppo di donne sopravvissute si organizzò per costruire un monumento in memoria degli uomini che si erano sacrificati per salvare loro la vita, ma alcune femministe si opposero tenacemente a questo progetto, osservando che erano stati gli uomini a costruire la nave e che quindi ci si poteva aspettare che ne subissero le conseguenze quando essa si fosse rivelata difettosa. Con le idiozie si fa poca strada e in effetti l’emancipazione femminile non è stata dovuta a queste sciocchezze, ma alle lotte sociali che esplosero a partire  da metà Ottocento. E del resto  come avrebbe potuto svilupparsi un movimento femminista in un contesto – uso una parola della moda intellettuale prêt-à-porter – dominato dal patriarcato maschile?

Quando queste lotte sono state imbrigliate, prima dai fascismi europei e poi dal neoliberismo di marca americana, il femminismo ha navigato esclusivamente le acque del rivendicazionismo sessista al quale paradossalmente si chiede la soluzione sociale  della questione femminile, per esempio, la risoluzione della disparità sul lavoro che, almeno a livello di retribuzione rimane bellamente in campo, anzi per qualche verso si è persino inasprita. Tutto questo però dipende dal sistema capitalistico – finanziario, rendendo del tutto futile il femminismo di matrice neoliberista. Eppure  tutto questo è servito come stampo per sostituire i soggetti politicamente vivi  e i bisogni delle classi subalterne, favorendo la proliferazione di istanze di riconoscimento che non hanno alcuna caratterizzazione di classe o economica e dunque un potenziale trasformativo della società, tipo strati generazionali o minoranze etniche o sessuali. Ciò ha prodotto il dirottamento del concetto di eguaglianza sociale verso richieste individuali o di gruppo che lasciano intatto un sistema in cui la disuguaglianza è un presupposto fondamentale: non è certo un caso che a questo si siano aggrappate le sinistre, orfane di un’ideologia antagonista, ma alla ricerca di temi politicamente corretti spendibili e ben accetti colà dove si puote. Lo spostamento del perno ideale dai bisogni ai desideri, cioè dalle istanze sociali a quelle individuali, ha alla fine prodotto il mondo woke, uno dei perni del globalismo, la cui caratteristica è di chiedere inclusività e non uguaglianza. Cosa c’è di meglio che creare una narcosi sociale dicendo che si tratta di essere svegli?

Si tratta di un modo di rivendicazione nel quale si pensa che se anche esiste un uguaglianza di fronte alla legge ( come peraltro è imperativo che sia in uno stato di diritto)  occorre rivendicare diritti speciali per specifici gruppi a compensazione delle passate discriminazioni. E naturalmente gruppuscoli e lobby di ogni genere crescono come funghi alla ricerca di tale compensazione. Il che vuol dire in fin dei conti, negare la collettività. Tipico di questo mondo e di questa mentalità è l’ossessiva attenzione alle parole, come strumento di violenza metaforica contro la propria soggettività. Naturalmente questo ha un effetto sui diritti altrui, come vediamo benissimo nello sport, dove la semplice percezione di essere donna dà diritto a un uomo biologico di partecipare a gare femminili. Inutile dire che questo è un vero bengodi per le classi dominanti che possono frammentare a loro piacimento la società, senza paura di veder messe in forse le loro rendite di posizione e la loro capacità di sfruttamento. Di solito la via di uscita da questa evidenza è che diverse battaglie possono coesistere (l’argomentazione è sempre quella come una litania ciclostilata), il che può essere vero solo in astratto: nella realtà se si lascia perdere la lotta principale, le altre sono inconsistenti scaramucce e altrettanto inconsistenti vittorie, mentre incombe la sconfitta.

Tutto ciò è assolutamente evidente, ma non pensiate di poterlo dire impunemente e/o di fornirlo quantomeno come un’argomento di discussione: questo non è consentito. Magari lo potete dire al ragionier Rossi o alla signora Maria, ma guai se lo andate a dire a qualcuno che appartiene ai ceti sociali, diciamo così sottodominanti: docenti universitari, giornalisti, magistrati, alti funzionari e via dicendo: si tratta di gruppi che vivono sostanzialmente di cooptazione e dunque obbligati a uno stratto conformismo che diventa come una seconda pelle, anche non volendo o in qualche modo essendo disinteressati, vi ripeteranno le stesse cose, precise come un orologio svizzero e acquisite dai media mainstream, senza alcun sspetto di essere dentro una dissonanza cognitiva. Vi prenderanno per maschilisti, razzisti, omofobi, anche se non lo siete per nulla e anche se in effetti potrebbero essere proprio loro ad esserlo: ogni pregiudizio positivo, nasconde sempre un non detto e spesso è soltanto un alibi. Questo mi porta all’attualità del post: adesso arriva da oltre atlantico la parola d’ordine secondo cui il woke sarebbe morto, dopo aver detto per anni che non esisteva. Ma anche questa è una balla, si tratta solamente di una correzione del tiro in funzione elettorale perché lo scollamento tra popolo e sistema di potere è arrivato a un punto pericoloso e c’è il rischio di perdere mordente proprio sul più bello. Non vi preoccupate: la negazione della natura, della storia, della collettività è troppo vantaggiosa per lasciar perdere e semmai sarà il fallimento del globalismo, che è ormai un fatto, a mettere in crisi il meccanismo persuasivo e gli ideologismi su cui è basato. tutto è nato al tempo dell’universalismo del dollaro, ma adesso dopo pandemie e guerre che sono guerre di rapina economica, questo dominio si è infranto e così pure il front end che nascondeva la macchina retrostante

Ora c’è il rischio che i ceti subalterni comincino a considerare il nemico come più affine a loro dei padroni e del sistema mediatico che essi dominano interamente. Quindi una piccola marcia indietro tattica, come quella della cavalleria tartare, ci sta tutta.