Del mito e dei miti si potrebbe parlare all’infinito essendo uno dei topoi della cultura occidentale: che essi siano uno strumento di conoscenza, arcaico, resurrezione di una realtà primigenia, fiaba in qualche modo didattica sulla vita o, come in Roland Barthes – poi scopiazzato a più non posso – trasformazione di rapporti sociali in verità naturale e dunque in strumenti del potere o infine che essi siano un insieme di tutte queste caratteristiche, sembrano in ogni caso essere un elemento necessario della cognitività umana. Qualsiasi ideologia può essere messa in crisi dalla ragione, ma un mito no, esso vive in un’altra sfera collegata al sogno e all’emotività, qualcosa che fa parte del Sè, ad essere un po’ junghiani, tanto che il nostro stesso io è in qualche modo un mito, spesso un mito di comodo che ci esime dall’ andare al fondo dei problemi. Quindi pensare che la mitologia appartenga solo al passato è un’idea a dir poco ingenua, E ce ne possiamo rendere conto proprio in questi anni che stanno demitizzando il nostro mondo. Tutto è in crisi, dalla democrazia in senso liberale che si va rivelando del tutto illusoria nel momento in cui il sistema è passato dalla produzione alla finanza, all’0ntologia dei mercati, dalla teologia del neoliberismo al patetico e insieme arrogante dirittismo pseudo umanitario di una sinistra stretta alleata del capitale, dovunque esso operi le sue variegate rapine a mano armata: Iran, Venezuela, Cuba, Ucraina o quelle a carico dei diritti e dello stato sociale.
Ma adesso siamo arrivati alla messa in crisi di uno dei miti principali su cui si è fondato l’ordine del dopoguerra, ovvero il mito dell’onnipotenza statunitense che è stata l’impalcatura del neoliberismo e della sua espressione di facciata, ovvero il globalismo. E proprio di mito di tratta perché molte cose sono andate storte in 80 anni e molte guerre sono state perse o sul campo, come in Vietnam o nella successiva pace imposta come in Afghanistan e Iraq, nonostante una serie di successi sul piano delle pesanti interferenze elettorali e delle rivoluzioni colorate. Ma oggi il combinato disposto Ucraina – Iran è stato come il primo passaggio del cancellino su una lavagna: le lettere che definivano i presupposti di quell’onnipotenza – collegata strutturalmente e ideologicamente alla fede nella superiorità del capitalismo estremo, insieme a quella way of life d’oltre oceano che è stata per molti decenni come un cappa di piombo dorata – sono sbavate e poco leggibili. Prima l’Occidente collettivo, formato dalla Nato e dal Washington consensus, ha pensato di spingere la Russia alla guerra per averne facilmente ragione: ma le armi e i soldi di 41 Paesi non sono stati in grado di farlo, anzi hanno mostrato le debolezze e le carenze di una macchina militare che ha riposato per troppo tempo sugli allori, celebrata, esibita, ma non efficace, anche quando può disporre di abbondante carne da cannone non propria e dunque politicamente neutra. Poi c’è stato lo scontro con l’Iran, dove nonostante la completa assenza di ogni regola civile, arrivata persino alla eliminazione preventiva di gran parte della massima dirigenza del Paese, si è dimostrata non solo l’impotenza dell’apparato bellico, ma anche la sua incapacità di difendere gli amici, cosa questa che ha avuto l’effetto di un’atomica sugli assetti mediorientali. E anche qui, alla fine, ci si è vigliaccamente accontentati di sanzioni che hanno scarsa probabilità di essere efficaci, per coprire in qualche modo la sconfitta. Dell’onnipotenza è rimasta solo la sfacciata tracotanza che spinge Trump a negare qualsiasi realtà fattuale. Non lo dico io, ma la rivista Atlantic, messale dell’ imperialismo il cui direttore, Jeffrey Goldberg, è stato uno dei principali promotori delle menzogne riguardanti le armi di distruzione di massa di Saddam, oltre ad essere un sionista di ferro, ha pubblicato negli ultimi anni, molti articoli di uno dei conservatori più in vista, Robert Kagan, marito di quella Victoria Nuland che è stata la regista del colpo di stato in Ucraina. Ma anche lui scrive ora che la guerra contro l’Iran era irrimediabilmente persa e che l’unica opzione possibile era la “resa”.
Certo la resistenza alla demitizzazione è feroce e consiste sia nell’ostracismo verso l’evidenza che viene chiamata complottismo, sia con le accuse rituali di fascismo, sia con la creazione di nuove mitologie come il clima o nuove paure come le pandemie annunciate. Tuttavia ormai è sempre più difficile nascondere la realtà e salvare la mitologia americana, senza la quale tutto lo status quo è destinato a crollare come le mura di Gerico.


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