Gli ideogrammi che vedete nel titolo vogliono dire “Trump il costruttore della nazione“. Ma i social cinesi non si riferiscono all’America, bensì alla Cina stessa che è stata molto avvantaggiata dalla guerra commerciale che  The Donald tenta di farle e non solo in questa presidenza, ma anche nella precedente. Le cose sono piuttosto chiare: le sferzate giunte dall’Occidente, hanno prodotto alla fine effetti positivi perché la guerra commerciale ha costretto Pechinoa diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo; la  guerra tecnologica ha spinto il governo e le aziende a investire nei punti deboli della sua catena di produzione e innovazione; la  guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione. Quando poi Trump ha attaccato l’Ira i vantaggi sono diventati ancora più evidenti, visto che il commercio cinese è cresciuto esponenzialmente come conseguenza diretta della guerra: nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri di Pechino  ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari (una cifra che da sola è superiore all’intero Pil del Giappone che sarebbe poi la quarta economia del mondo) registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%. In poche parole è sempre molto pericoloso regalare degli stimoli agli avversari.

L’espansione commerciale di Pechino ha comportato un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud del mondo gli scambi con l’Asean (associazione delle nazioni del sud est asiatico) sono cresciuti  del 35% mentre anche il commercio  con Russia, Africa e America Latina è cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti. Adesso gli Usa rappresentano solo l’8,8% del commercio totale della Cina, in calo rispetto a quasi il 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016. L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti cinesi per l’energia verde, dai veicoli elettrici ai pannelli solari. E così abbiamo un 76,2% su base annua di veicoli elettrici,  36% in più per quanto riguarda le batterie al litio, 35% in più di turbine eoliche, 24% di pannelli solari, 32% di materiale elettrico, 100% in più di semiconduttori. Insomma, mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli Stati Uniti, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali: energia verde, sostituzione dell’area del Golfo per quanto riguarda materiali di base come, per esempio, l’alluminio dopo che i bombardamenti iraniani hanno distrutto alcune importanti strutture produttive e infine Intelligenza artificiale, visto  che questa è così famelica di energia da aver messo in crisi buona parte delle della major americane del settore.

Ma la cine era pronta a tutto questo: prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali e questa enorme riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili. Dal momento poi che le petroliere cinese hanno potuto traversare Hormuz pagando in yuan la guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro statunitense nel commercio globale delle materie prime.

Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico, ma quando ciò avverrà ci sarà una ricostruzione in cui le aziende cinesi faranno la parte del leone, visto che esiste già dal 2021 un programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran. Questo accadrà anche per un fatto strutturale: a causa della guerra l’Iran è stato costretto a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale per evitare le sanzioni bancarie degli Usa. E non tornerà certo al dollaro, una volta concluso il conflitto. Del resto la Cina si è aggiudicata la fetta più grande della ricostruzione dell’Iraq in condizioni molto più difficili, come è accaduto anche in Afghanistan senza sparare un solo colpo. Tutto questo ha una ragione: mentre l’Occidente. Stati Uniti ed Europa affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, Pechino opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica. È per questo che ogni scellerata guerra per il dominio avvantaggia di per sé la Cina. E per sintetizzare: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo nel mondo attuale che di fatto è multipolare. E la stessa cosa si può dire del sistema sanzionatorio che invece di tenere dentro la galera del dollaro costituisce un incentivo ad evadere. Ecco perché Trump piace tantissimo ai cinesi: più guerre fa nell’intento di isolare la Cina, più questa diventa un leader planetario.