Il sistema politico e mediatico occidentale viene continuamente messo sotto sforzo per inventare fantasiose narrazioni, per esempio quella che Putin avrebbe ordito chissà quali macchinazioni per far sì che gli islandesi dicessero “no” all’Europa. Queste sciocchezze hanno in radice non solo l’opportunismo spicciolo, subito diffuso da uno sterminato numero di bot e di imbecilli che sarebbe impossibile distinguere tra di loro, ma anche l’impossibilità di ammettere una sconfitta militare, morale ed economica assieme impossibile da tollerare da chi è stato padrone del mondo per qualche secolo. Che ha razzolato malissimo e predicato bene, o meglio ha tentato di farlo. Basta leggere per convincersene l’ampia e paradossale letteratura che riguarda i modi con cui si è tentato di giustificare moralmente e antropologicamente lo schiavismo a cominciare dal XVII° secolo. Non dimentichiamoci che all’ esposizione universale di Parigi del 1889, quella per la quale fu costruita la torre Eiffel, c’erano gabbie in cui erano reclusi in condizioni spaventose, “esemplari” di varie etnie umane che furono generalmente le attrazioni più gettonate. E questa lucrosa moda continuò nelle varie kermesse internazionali fino al 1931. È pur vero che questa “moda” fu inaugurata. a quanto è dato di sapere dal circo Barnum, ma che fosse ripresa da una manifestazione nella quale si voleva celebrare il progresso umano, è molto significativo. Quindi facciamoci il piacere di non raccontarci balle.
La situazione è cambiata non perché siamo migliori, visto che alla prima occasione cerchiamo di cancellare popoli e culture, persino le nostre, in ossequio al potere globale del denaro, ma perché sono cambiati i rapporti di forza. A questo proposito la situazione attuale può essere facilmente spiegata con l’esempio dell’India e con i sistemi adottati dall’Inghilterra per rovinarla economicamente. Nel corso del 1600 l’India era il principale polo mondiale per la produzione di tessuti, in particolare di cotone stampato con una tecnica che rendeva i colori resistenti al lavaggio e la Compagnia britannica delle Indie orientali era praticamente il monopolista di questi commerci che andavano a collidere con le manifatture inglesi ed europee che lavoravano specialmente la lana e in qualche caso la seta. Quando le 1757 la Compagnia, che possiamo considerare come una sorta di multinazionale ante litteram, conquistò il Bengala, il flusso di tessuti aumentò enormemente e il governo inglese cominciò a porre dei dazi sempre più alti su questi tessuti, mentre contemporaneamente tentava di impadronirsi, con le campagne coloniali delle fonti di produzione. Il risultato fu da una parte l’inizio dell’industrializzazione dell’Inghilterra che le permise di abbassare i costi arrivando ad esportare tessuti in India e dall’altro la rovina commerciale della penisola indiana. È interessante dal punto di vista storico notare l’attualità dello schema: una compagnia privata appoggiata dal governo e allo stesso tempo in grado di determinare gli orientamenti del governo, guadagna da entrambe le parti. Di fatto si tratta di una governance ambigua capace di sfruttare sia il lavoratore indiano che quello britannico, una situazione che conosciamo bene, sotto diversa forma, con l’importazione forzata di braccia, che servono per essere sfruttate a più non posso, mentre i lavoratori locali si vedono costretti a riduzioni reali di salario, vista la concorrenza di questo “esercito di riserva”.
Non è cambiato molto nella sostanza e basta pensare alla campagna daziaria di Trump per rendersene conto: ma tutto ciò si inserisce in una cornice profondamente diversa, alla quale manca in sostanza la prevalenza tecnologica occidentale nei settori critici, per cui le pressioni sia militari che economiche non funzionano più o comunque non in automatico. Ed è questo che spinge le élite di comando a rifiutare la realtà: così da una parte cercano continuamente di aumentare la posta – vedi Germania col drone fasullo, di cui ho già parlato a suo tempo – mentre dall’altro non riescono nemmeno a concepire il fallimento di uno schema che ha funzionato per secoli. Il fatto è che la produzione materiale, proprio grazie alla pressione di interessi privati, si è spostata proprio nei Paesi che si vorrebbe sottomessi, creando una situazione esattamente speculare a quella di un tempo: l’India è tornata ad essere il secondo esportatore mondiale di tessuti dopo la Cina, ed esporta pure i suoi telai industriali o parte di essi nella stessa Gran Bretagna. Quale demone induca le classi di comando a non vedere la situazione non saprei dire, ma in ogni caso proprio perché non esistono le basi minime per le politiche di potenza che i padroni del vapore vogliono ostinatamente perseguire, ci si rifugia in una assurda demonizzazione del “nemico” sul quale viene addossata ogni colpa. Come a dei bambini ci dicono che c’è l’uomo nero e che se non ubbidiamo, se non crediamo e se non combattiamo, ci mangerà. E purtroppo sebbene di bambini se ne facciano ormai raramente, quelli adulti bastana per infantilizzare il discorso pubblico.


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Semplice e già visto: la finanza londinese cerca di dare le carte senza che nessuno conosca bene le regole del gioco.
Forse questa volta, sottolineo FORSE, una maggiore consapevolezza da parte del parco buoi (i popoli) farà saltare il tavolo in faccia al baro di sempre.
Illusioni? forse sta in esse la rinomata fiducia nelle magnifiche sorti e progressive…
Ohibò, ma non era un pessimista a dirlo per mero sarcasmo?
Ma allora… saremo fregati sempre!