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Un po’ di Garibaldi

Milano,_piazzale_Cairoli_-_Monumento_a_Giuseppe_Garibaldi._Foto_Giovanni_Dall'Orto_6-gen-2007_-_02Ieri sera mi sono lasciato andare a uno dei miei vizi preferiti, ovvero spararmi un qualche filmetto di serie b, di qualunque provenienza, perché senza schermi autoriali più o meno ben riposti o particolari ambizioni, rivelano in maniera spontanea lo stato dell’arte dell’opinione pubblica. In questo caso si trattava di Bentornato presidente, seguito di Benvenuto presidente, film nel quale un cittadino comune di nome Giuseppe Garibaldi viene eletto per equivoco capo dello Stato proprio in ragione del suo nome. In quest’ultimo, in seguito al marasma del Paese lo stesso Garibaldi, ritiratosi a vita privata viene chiamato a fare il premier. Per carità niente di attraente e niente di pesante, si può guardare nella sua salace ingenuità apparentemente neutrale che presenta  i piddini come  saggi ladroni, i leghisti come istigatori del securitarismo xenofobo  in funzione di consenso, i Cinque stelle come nerd un po’ ottusi e pieni di sé sbalzati in un mondo che non capiscono e un azzeccatissimo Mattarella che fa la sagoma di cartone.

Ma proprio in questo guazzabuglio, a volte godibile, viene messa in mostra  la grande confusione che regna in quel ceto medio variamente disilluso, ma incapace di cambiamento cui il film è rivolto e da cui nasce  Per esempio viene alla luce un qualche lacerto di verità quando si dice che la politica è diventata quello che è perché senza avere la titolarità piena del bilancio e della spesa non può fare nulla se non dedicarsi alla ruberia. Peccato però che questa incapacità di gestire le risorse non viene attribuita ai trattati europei e all’euro che lo impongono, ma alla grande speculazione del ’92 prima contro la sterlina e poi contro la lira (di cui fu protagonista Soros)  che avrebbe portato il debito pubblico alla stelle e dunque impedito ogni possibilità di gestire la spesa. E’ un disco rotto che ha ha alcun significato visto che nel mondo i bilanci migliori appartengono a Paesi poverissimi e quelli invece peggiori ai Paesi più ricchi. Ma siccome il controllo ferreo del debito è uno dei presupposti fondativi della moneta unica e non comune, questo non può nemmeno detto e forse nemmeno pensato. C’è poi anche la questione dello spread il cui drammatico rialzo, nel fil,  è dovuto a una banda  di speculatori internazionali che alla fine viene sgominata dal premier Garibaldi. Si potrebbe sperare  a questo punto che venga, sia pure scherzosamente, smascherata la farsa dei ” mercato” che è fatto appunto da una ristretta cupola di super ricchi, ma questo ovviamente non è compito di un film leggero che lancia il sasso e nasconde la mano. La speculazione sullo spread esiste perché esiste l’euro sorretto da una stravagante teoria del debito di marca tedesca e come è facile vedere dalla vicenda della Grecia  è proprio l’Europa che ha speculato per piegare quel Paese.

A questo punto l’idea del premier preso dalla strada è quello di far pagare le tasse a tutti, ” come succede in America” così si raccolgono 100 miliardi che salvano il bilancio e fanno rinascere la capacità di spesa: questa è in realtà un’idea semplicistica e familiare tratta direttamente dal salotto buono dove magari non mancano conti off shore, come abbiamo appreso dalle cronache ( a questo proposito potrei raccontare cose che voi umani nemmeno immaginate). Ci si dovrebbe chiedere come mai il debito Usa sia così alto visto che secondo la leggenda  tutti pagano le tasse e le spese sociali sono ridotte al minimo indispensabile, ma non importa, andremmo troppo  fuori dal seminato, ma il fatto è che anche curando la piaga dell’evasione diffusa, anche se si recuperassero quei 100 miliardi, lo Stato ha ridotte possibilità di intervento proprio grazie ai trattati europei, per esempio non può entrare in nessun modo nell’ambito della produzione o per sostenere imprese  privati, né può aumentare più di tanto le spese sociali. Insomma tanti bei propositi che sono in rotta di collisione con un progetto ordoliberista radicale di cui non si vuole a nessun costo riconoscere la natura, forse per non dover riconoscere la propria vera natura.

Alla fine viene fuori un quadretto della beata confusione nella quale siamo immersi e che serve a ribadire lo status quo, ricorrendo se del caso persino al tanto denigrato complottismo  i cui giudici sono spesso i peggiori nemici e affossatori della libertà di espressione. Non è certo l’espressione bonaria di tutto questo intrico che lo riscatta.


Van Gogh sulla soglia dell’idiozia

Van_Gogh_Self-Portrait_with_Grey_Felt_Hat_1886-87_RijksmuseumC’ è da farsi andare di verso  la Notte Stellata o i girasoli, ma si sa che anche un genio può essere affossato da una congrega di mentecatti ed è accaduto al povero Van Gogh protagonista di un massacro all’americana attuato con la complicità di un pittore – regista e due sedicenti biografi, che se non fossero a stelle strisce non avrebbero raccolto che fischi e sberleffi. Il luogo di questa macelleria intellettuale è un film sul grande pittore olandese intitolato Van Gogh sulla soglia dell’eternità con la tipica retorica infantile tipica di oltre atlantico che comincia con l’ovvio e prosegue con la noia di dialoghi scolastici, rendendosi da solo del tutto superfluo nella narrazione del dramma, per finire nella farsa con un ragazzotto vestito da cow boy che ammazza Vincent durante un gioco scellerato quanto ambiguo. Dunque il pittore non si sarebbe suicidato e il suo destino impastato col western viene incontro al rudimentale moralismo hollywoodiano.

Ma non ci sarebbe bisogno di parlare di questo costoso e pomposo nulla se non fosse per una circostanza che consente anzi impone un allargamento del discorso allo stato della cultura sotto l’infuriare dell’egemonia neo liberista coniugata all’imperialismo accademico ed editoriale di oltre atlantico. Da cosa nasce infatti la scena finale, quella del cow boy che uccide Van Gogh? Da una biografia del pittore che esigeva la considerazione di studio definitivo: 900 pagine uscite nel 2011 a firma di Steven Naifeh e Gregory Smith, due storici dell’arte americana già vincitori del premio Pulitzer per l’opera Jackson Pollock: An American Saga. I due, spulciando i documenti, hanno ipotizzato che Van Gogh fosse rimasto vittima di un banale incidente e sia stato ucciso da un sedicenne di nome René Secrétan,  al quale piaceva vestirsi da cowboy e sparare agli animali. Il pomeriggio del 27 luglio, 1890,  in compagnia di suo fratello, il giovane avrebbe premuto per sbaglio il grilletto e colpito l’artista che vagava nei campi. Si poteva non credere a due pulizerati che avevano fatto ricerche per dieci anni al fine di produrre 900 pagine? Di certo non potevano dubitarne le catene televisive ed editoriali anglosassoni che hanno fatto un battage a tappeto su questa biografia finale. Poi si è scoperto che in realtà gli autori, nel fabbricare questa ipotesi, avevano equivocato le parole dei rapporti della polizia francese, costruendovi sopra una dinamica di fantasia, anche forzata, per il semplice fatto che Steven Naifeh e Gregory Smith, non conoscono una parola né di olandese né di francese, ovvero le lingue in cui è scritta tutta la documentazione su Van Gogh: la loro biografia definitiva è nel migliore dei casi un qualcosa di seconda mano.

Naturalmente si tratta di una cosa assolutamente inammissibile: gli studi che abbiano un minimo di rigore e di serietà non possono prescindere da una buona conoscenza del contesto linguistico dei loro oggetti e non solo e non tanto per l’esame diretto della documentazione specifica, ma anche per la conoscenza generale dell’ambiente e della cultura che l’ha prodotta per darne un’interpretazione quando meno plausibile. Questo ai miei tempi era obbligatorio persino per le tesi di laurea. Immaginiamo che uno voglia scrivere un’ opera monumentale su Dostoevskij senza conoscere una parola di russo, lo prenderemmo a pernacchie e forse a calci in culo se ha la pretesa di dire qualcosa di definitivo. Ma evidentemente gli americani godono di una loro eccezionalità anche in questo campo, possono permettersi ciò che ad altri non è consentito ed è per tale ragione che tutta comunicazione pseudo artistica o letteraria che viene da quelle parti appare sempre semplicistica e/o fuori centro come se l’oggetto fosse dietro uno di quei filtri che usano i pessimi fotografi:  nemmeno si rendono conto di dover conoscere altri contesti linguistici per capire qualcosa che sia al di fuori del loro mondo. Una sindrome che interviene peraltro anche con l’informazione propriamente detta nella quale giornalisti e reporter navigano come dentro una bolla che li isola dall’ambiente e dalla realtà dei fatti dei quali vorrebbero raccontare. E’ in fondo la definizione meno triviale, ma non meno cognitivamente negativa di embedded.  Non è qui il caso di esaminare gli sciagurati ideologi che hanno costruito teorie a giustificazione di tutto questo, traendo improprie conclusioni persino dalla teoria chomskiana confondendo il fatto che tutte le lingue abbiano una struttura fondamentale, con i diversissimi portati culturali che veicolano, ma diciamo che l’imperialismo linguistico è pane quotidiano in certi contesti .

Del resto al cinema non vediamo che in qualsiasi ambiente ci si trovi, ciò che appare scritto è sempre in inglese, anche se siamo nella mongolia del X° secolo o fra le truppe cartaginesi o non sentiamo la hilerjugend che canta Die Fahne Hoch in inglese? Non sempre queste cose servono al acconto se non in via indiretta e spessissimo sono facilmente decifrabili: dunque o ci si trova di fronte a una massa di minorati mentali o si vuole evitare al pubblico americano medio  lo choc di apprendere che esiste una realtà che va oltre main street.  Uno choc che ormai investe direttamente anche noi: francese tedesco, russo per non parlare delle lingue orientali  sono per noi oggetti misteriosi e inammissibili così che più ci anglicizziamo più diventiamo ignoranti come i padroni.


A forza di Jobs

Steve-JobsSappiamo tutti che l’informatica è nel bene e nel male la vera rivoluzione tecnologica a cavallo tra il XX° e il XXI° secolo, sappiamo che essa è stata possibile grazie all’ingegno e alla capacità di migliaia di persone che sono riuscite a trasformare la pascalina in computer e gli automi in robot. Matematici, fisici, chimici, filosofi, programmatori sono riusciti in una sorta di inatteso miracolo, ma disgraziatamente, come segno dei tempi cui manca un supplemento d’anima per governare le trasformazioni,  gli unici nomi noti al grande pubblico non sono che i due o tre miliardari che hanno saputo trasformare a loro vantaggio queste trasformazioni e anzi le arti popolari ovvero il cinema e la televisione non ne celebrano che due, il creatore di Fb che notoriamente ha copiato l’idea dai suoi amici, fregandoli e un commerciale puro come Steve Jobs che altrettanto notoriamente non ha mai scritto una riga di codice.

Ciò che affascina è solo e soltanto il denaro: lo testimonia Il film che adesso è nelle sale e che è stato tratto da una sorta di reticente autobiografia del più conosciuto fondatore della Apple dalla quale vengono espunti tutti i temi salienti della nascita dell’informatica personale. E di certo nessuno osa dire che l’idea del “profeta” Jobs, rimasto sempre e intimamente un manager con sogni a forma di S barrata, era quella di una produzione chiusa ed elitaria che, se fosse prevalsa, avrebbe di molto frenato la diffusione del personal computer relegandolo agli usi strettamente professionali: ciò che gli interessava era la redditività e per questo il nome di Jobs non compare  affatto fra i creatori del sistema operativo Macintosh (dal nome di una varietà di mele)  che equipaggerà i primi Apple, mentre pare sia stata sua l’idea di acquistare direttamente dalla Xerox l’interfaccia grafica e il mouse che decretarono il successo delle prime macchine marchiate con la mela morsicata. Un buon colpo che tuttavia fu lui stesso a vanificare, operando in modo da marginalizzare la marca durante la crescita abnorme ed esponenziale del settore: non appena si creò attorno al Mac  un fiorente mercato di cloni, estensioni e di schede compatibili, Jobs scatenò gli avvocati per chiudere subito questa falla. I legali riuscirono a convincere i giudici che era illegale persino la semplice copia del sistema di input- output (vale a dire il bios) e una volta stabilito questo tutto il mercato che gravitava attorno alla marca deperì velocemente.

Ciò non accade affatto nel mondo Ibm (anche a causa di errori dell’azienda) nel cui ambito fiorì un numero enorme di componenti compatibili, di programmi applicativi e di sistemi operativi alternativi, tra cui alla fine la spuntò Microsoft (al tempo nota come produttrice di linguaggi macchina, il Basic in particolare) con il Dos, comprato a sua volta da un’azienda di Seattle. Tutto questo significò nella pratica un continuo abbassamento dei prezzi che relegarono Apple in una delicata biosfera tenuta in vita grazie a massicci investimenti pubblicitari indiretti (ancora oggi il 90% dei personal che si vedono al cinema sono Mac quando nella realtà sono tra il il 10 e il 12 per cento). Per questo alla fine Jobs, già ricco a causa degli aumenti azionari della marchio che arrivarono a circa 250 volte il fatturato dell’azienda, venne contestato ed emarginato al punto da costringerlo alle dimissioni.

Una volta fuori fondò la Next con l’intento di creare una rivoluzione tecnologica, servendosi però della solita tattica di acquistare qui e la tecnologie già prodotte, un clone Unix come sistema operativo e memorie ottiche al posto di quelle magnetiche: fu un fallimento totale. Ma Jobs con la tecnologia in sé aveva poca confidenza ed invece aveva una spiccata capacità commerciale: capì che l’informatica avrebbe rivoluzionato i tempi e i costi del cinema di animazione e comprò per pochi soldi la Pixar che dopo dieci anni sfondò con Toys Story. Nel frattempo la Apple era a mala pena sopravvissuta anche grazie all’intervento di Washington che  vedeva come fumo negli occhi la vendita del marchio ai giapponesi della Sony  e che a metà degli anni 90, fece in modo di far saltare trattative avviate già da tempo, inoltre si trovava a dover affrontare l’inevitabile ossia l’obsolescenza del sistema Macintosh giunto ormai ai suoi limiti di sviluppo, nonostante le altissime preci dei suoi fans, cercando qualcosa da acquistare in giro, si imbattè nella Next che almeno offriva un onesto clone Unix, costruito sull’esperienza Bsd il cui core è in realtà sotto licenza Open Source con il nome di Darwin, sebbene sia venduto a caro prezzo nelle macchine della mela. E dio solo sa perché sulle distribuzioni Linux gratuite non sia ancora possibile montare applicativi professionali.

Così Jobs nel ’97 torna alla Apple, prepara l’uscita del nuovo sistema operativo OsX,  si accorda con Microsoft perché quest’ultima renda disponibili sul nuovo sistema la suite Office (Word ed Excel in particolare), licenzia 3000 dipendenti, si fa regalare un jet executive da 90 milioni e una fetta di azioni pari a 30 milioni, lancia sul mercato una serie di macchine gadget per fighetti, ancora dotate del languente sistema Macintosh, inaugura la strategia dei negozi Apple, quelli davanti ai quali far comparire le file di fanatici adoratori, autentici o a pagamento, che non chiedono altro che comprare i costosissimi prodotti del marchio. In effetti Jobs trasforma una grande azienda di informatica in una sorta di bazar del gadget e della vendita, mette in piedi ITunes, assumendo i precedenti sviluppatori del programma e facendo un favore alle major nella loro incessante lotta contro la pirateria, poi scartabella la vecchia documentazione della trattativa di vendita con la Sony e tira fuori dal cilindro l’Iphone, anche questa una rivoluzione di mercato, più che tecnologica, resa possibile dalla disponibilità a basso costo (per via delle fabbriche lager cinesi) di processori con contenuto assorbimento di energia.

Ora nessuno  nega il fiuto di Jobs per il business, ma di certo non se ne può fare un padre dell’informatica nella quale del resto si è imbattuto quasi per caso, dopo aver abbandonato gli studi in appena sei mesi, grazie alla sua passione per i videogiochi, almeno nella versione grossolana dei primi anni ’70. Men che meno se ne può fare un mito o un profeta con la storia del famoso garage o con le banali parole d’ordine del liberismo,  niente a che vedere con i veri pionieri dell’intelligenza di silicio, tra i quali mi permetterei di inserire Mario Tchou che con l’aiuto e il sostegno di Fermi costruì assieme a pochi collaboratori negli anni ’50 a Pisa il più grande supercomputer a transistor del mondo e che forse proprio per questo morì in circostanze mai chiarite.  Ma lui non ha fatto soldi a palate e del resto per costruire lo straordinario Elea usò più o meno la stessa cifra scucita da Mike Makkula per il solo lancio dell’Apple II che aveva bisogna di una scheda aggiuntiva per poter visualizzare i caratteri minuscoli.

Ma per la creazione di un mito la quantità di denaro è ormai assolutamente necessaria: essa testimonia in assoluto del valore di una persona ed è perciò l’unico elemento percepibile da parte della massa, tutto il resto, compresa la precoce scomparsa  non  sono che materiali secondari. Certo non è colpa di Steve Jobs se da abilissimo manager è stato trasformato in profeta tecnologico: l’equivoco nasce da una cultura egemone, ma grossolana che punta tutto sul successo in termini di ricchezza e che spesso scambia innovazione e genialità con un suo banale succedaneo battezzato creatività, nient’altro che la capacità spesso incompetente di affastellare elementi per scopi estemporanei e molto apprezzato da una mentalità al limite del rincoglionimento. In effetti – se posso portare un’esperienza personale – la confusa, ma proterva incensazione di Jobs e della Apple da parte di ambienti della sinistra ciecamente portati a combattere contro il presunto “monopolio” Microsoft, è stato per me il segnale certo di una mutazione sociale e ideologica che si nascondeva dietro a facili cliché. E ad analisi cialtrone: pochissimi al di fuori del mondo informatico professionale si sono resi conto che Apple era una delle carte migliori per la casa di Redmond di fare il bello e cattivo tempo, per simulare l’esistenza di alternative, casualmente tutte dentro il mondo americano e dunque per rallentare o far smottare all’origine progetti di sistemi operativi più aggiornati e potenti rispetto ai prodotti della fase pioneristica.  Forse volevano pensare differente, che è uno slogan commerciale, ma ognuno ha i profeti che si merita.


Il filmetto della verità, il fimaccio delle menzogne

Confesso: ieri sera ero talmente stanco e con poca voglia di seguire il rosario di notizie e politica che mi sono lasciato andare a vedere un filmetto sulla fine del mondo profetizzata dai Maya. Un papocchio con qualche bella scena apocalittica, ma nel complesso così scontato da favorire il sonno. Tuttavia non bisogna mai sottovalutare la cinematografia di serie b che al contrario di quella più patinata rende meglio il cambiamento della percezione del mondo.

Infatti con grande sorpresa, se il presidente degli Usa (nero) è ancora quello che coordina il resto del pianeta, la scoperta  della catastrofe  imminente è di uno scienziato indiano, mentre la costruzione di un certo numero di arche super tecnologiche  per salvare la specie umana dal cataclisma, è affidata alla Cina. Tutte cose assolutamente inimmaginabili ancora dieci anni fa quando al massimo Cina e India avrebbero fatto da scenario a masse umane impotenti e disperate. Stavo già prendendo sonno quando è arrivato il colpo di genio politico: viene annunciato che tutti i primi ministri delle maggiori nazioni del mondo sono in volo per raggiungere la località cinese dove ci sono le arche, tranne il primo ministro italiano che ha preferito rimanere a Roma, dopodiché c’è uno stacco su San Pietro che crolla.

Certo Emmerich, il regista,  non può sapere che primi e secondi ministri italiani sarebbero i primi a scappare a gambe levate e magari col bottino, come del resto è già avvenuto qualche decennio fa, però la percezione chiarissima di un legame tra il governo del Bel Paese e la chiesa c’è tutto. Ma questo è niente. Poco dopo quando i grandi sono già nell’arca e il diluvio si avvicina c’è da prendere la decisione se accogliere o meno una grande folla che batte alle porte di quella specie di enorme nave: l’onda di diluvio sta arrivando, c’è il panico e tuttavia il primo ministro russo e la cancelliera tedesca si dicono favorevoli ad accogliere i disgraziati esclusi dalla salvezza. Ma la simil Merkel nell’appoggiare la decisione dice di parlare anche a nome dell’Italia.

Grandioso: siamo ormai percepiti come un’appendice persino in un filmetto, tuttavia  più acuto o quanto meno più sincero della nostra politica. Forse perché quest’ultima è ormai un filmaccio.


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