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Incivili, ma civilizzati

MEvol1_25227-800x589Forse potrebbe apparire sorprendente che il termine civilizzazione ( col nostro significato di civiltà ) sia stato coniato in Francia e abbia cominciato a diffondersi nelle lingue europee solo a partire dal Settecento come termine distintivo tra gli abitanti dell’Europa e i selvaggi, buoni o cattivi che fossero, esposti alla colonizzazione o alla schiavitù, ma in ogni caso all’ipocrita tentativo di civilizzarli forzatamente. Pare sorprendente soprattutto a noi italiani che il termine civiltà sia così tardo, visto che lo abbiamo da due mila anni come derivazione da civitas e dal relativo civilitatis, anzi volendo proprio proseguire su certe scie che hanno origine nel Primato morale e civile degli italiani di Gioberti se ne potrebbe far risalire l’uso a condizioni analoghe, quando i romani si dovevano confrontare con i barbari del nord. Comunque dopo l’epoca napoleonica e i Reden an die Deutsche Nation di Fichte, il libro più equivocato di tutti i tempi, Bibbia a parte, in Germania nasce una contrapposizione tra Kultur che noi possiamo tradurre come civilità e Zivilisation, dove la prima rappresenta i valori e la visione del mondo di una comunità e la seconda invece solo le forme esteriori o episodiche di una società che spesso sono anche una forma di menzogna. Ma a ben pensarci il fatto che nelle lingue europee civilizzazione che per noi significa portare la civiltà (la parola fu in auge durante il fascismo) stia tout court per civiltà conferisce a questo concetto un inquietante substrato imperialistico.

Comunque questa distinzione, molto interessante per la dinamica delle egemonie culturali,  ha disgraziatamente avuto maggior spazio nel pensiero conservatore e di destra, benché avrebbe potuto benissimo far parte anche dell’apparato marxiano come distanza fra realtà e complesso astratto – universalistico della borghesia secondo il cui dogmatismo le cose non si possano cambiare, così sono sempre state e così sempre saranno. Su tutto questo si potrebbe leggere Costanzo Preve, ma non voglio farla lunga e cominciare invece ad entrare nel concreto con un esempio abbastanza facile: quando si fanno le guerre con il pretesto di portare democrazia, così come una volta si sterminavano e sfruttavano le popolazioni “selvagge” in nome dell’evangelizzazione, possiamo toccare con mano il significato di civilizzazione, cioè imporre una forma senza avere né la forza, né la costanza (il tempo è denaro del resto) di operare sulla cultura di un’area. Questo però non è solo un modus operandi colonial imperialistico, è il sintomo che alcune costrutti politico – istituzionali, fanno sempre meno parte della cultura di origine dei missionari armati fino ai denti per essere ormai solo forme di civilizzazione, ovvero una sorta “di educazione “,  il bon ton della struttura reale del potere. Non ho scelto a caso l’analogia con le missioni inviate in tutto il mondo: esse divengono più ossessive e globali via via che il credo portato al buon selvaggio sta uscendo dalla cultura profonda dei colonizzatori per trasformarsi in pura etichetta sociale o identitaria.

E’ pur vero che anche le forme di civilizzazione hanno un senso e a loro volta condizionano la struttura di base e vi si impastano così come il protestantesimo, nato dalle esigenze della grande borghesia del Nord di benedizione divina del profitto e della ricchezza, ha influenzato molte modalità del discorso pubblico: per esempio il principio di responsabilità individuale, ipostasi dell’etica del capitalismo,  è quello grazie al quale gli sfruttati si auto colpevolizzano, mentre la società nel suo insieme si assolve. Ma il fatto che la cultura della democrazia moderna  nata da appena due secoli, si sia trasformata in etichetta lo dimostra il fatto che in buona parte del continente europeo, si vota per un parlamento che non  ha alcun potere: in questo caso la ritualità è solo una forma di trascinamento “magico”  senza alcun effetto concreto, serve solo alla conservazione del potere non diversamente dalle funzioni religiose che non hanno alcun’altra ragione se non se stesse perché ciò a cui dovrebbero essere riferite non viene davvero creduto e men che meno operato da nessuno e hanno sostanzialmente un valore apotropaico.

Non può certo stupire il fatto che la Ue sia esplicitamente priva di ideologie ( salvo un richiamo del tutto incongruo e peraltro paradossale all’identitarismo cristiano tanto che non mi stupirei se si arrivasse al Gott mit Uns) dal momento che la sua ideologia è solo se stessa e ciò che essa permette alle classi dominanti. La civiltà – cultura che esprime è quella del pensiero unico, la civilizzazione – forma è quella della democrazia che per sua stessa natura dovrebbe essere l’esatto contrario. E lo si vede benissimo da questa traslazione di centralità dal politico al religioso, in quanto dimensione individuale. Insomma potremmo chiamarla falsa coscienza se non fosse che abbiamo superato la fase in cui la democrazia rappresentativa poteva essere considerata un’ideologia messa a coperchio del potere del capitale: anzi la rappresentatività democratica in quanto realizzata solo all’interno dello Stato nel quale si condensa anche il concetto di diritto sociale e non solamente individuale, non è più funzionale all’ultra capitalismo finanziario, anzi lo ostacola. Perciò essa viene sostituito da un fumoso globalismo che paradossalmente accusa gli stati e specie quelli nazionali di essere la sentina di tutti i mali, scimmiottando vecchie tesi che nel mondo attuale non hanno più senso, semplicemente perché il nemico è cambiato o meglio ha cambiato tattica. Ma per capirlo avremmo bisogno di essere civili e non solo civilizzati.

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Bucofilia mediterranea

50f24090-4229-11e8-8634-eb6027fc1288_Rievocatori del Gruppo storico romano-kYCH-U1110454889197N9B-1024x576@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so voi, ma io non mi sono scandalizzata per l’ipotesi, oggi fortemente ridimensionata, che militari dell’esercito siano impiegati per urgenti lavori stradali, che per opinionisti e forze politiche in disgrazia rappresentano una drammatica emergenza, almeno quanto il traffico a Palermo.

Ora si sa che le buche di Roma non sono un fenomeno recente, anche se certamente degenerato, in una città dove la manutenzione ordinaria è un lusso dimenticato anche per via delle cravatte che il racket europeo ha imposto con il consenso del nostro Parlamento. Sono l’effetto prevedibile di lavori “cattivi”, di decenni di  rattoppi e rabberci eseguiti con materiali “cattivi”, di una “cattiva” gestione di appalti e incarichi opachi all’insegna non del risparmio, comunque colpevole, ma dell’interesse di una cricca di imprese selezionate con criteri clientelari dalle amministrazioni che si sono susseguite.

Che ora, però, assume la forma di una sorprendente rivelazione per osservatori e commentatori da sempre contigui al ceto dirigente capitolino, colpiti nelle sospensioni delle loro smart e oltraggiati nella resa dei loro suv, tipo la Perina, ormai assunta in pianta stabile da tutte le possibili fazioni critiche – fermenti in quota rosa compresi – che si materializzano  secondo l’aria che tira, per via di una sua vis polemica tanto  corrosiva quanto facile all’oblio di passate correità e intrinsichezze che è lecito definire disonorevoli.  Dobbiamo a lei, ma non solo, le reprimende  per l’offesa mossa da una sindaca inetta e da un governo incompetente al nostro esercito, retrocesso dall’incarico di difendere le sacre sponde dalle invasioni barbariche, dal mandato di prestare la sua opera al fianco del guardiano del mondo per salvaguardare la nostra civiltà superiore, dal compito di vigilare sui delicati trasporti e commerci privati minacciati dalla pirateria di pescatori ostili, alla umiliante mansione di stradino.

Compito peraltro non nuovo, se da che mondo è mondo la principale attività svolta dai soldati nei rari tempi di pace –  quando non impegnati a razziare, saccheggiare, colonizzare (ma oggi si chiama esportazione di democrazia e rafforzamento istituzionale),  a morire, carne da macello,  in trincea per appagare i sogni criminali e megalomani di re travicelli, duci e generali, a scappare da steppe gelate con stivali di cartone sfondati, come successe quando a comandare c’era appunto una delle divinità del pantheon della opinionista in questione, è, per l’appunto, fare ammuina, in modo che stiano fuori dal contesto sociale,  occupati in azioni insensate, scavando fossati e poi riempiendoli possibilmente senza nessuna utilità, come robot o moti perpetui,  da addestrare all’ubbidienza  senza che protestino o si interroghino sulla natura dei comandi che ricevono, anche i più disumani. Ma anche da esibire.

E non solo il 2 giugno nella incongrua mascherata a fini dimostrativi che si ripete con una certo fasto mentre pare consigliato un pudico riserbo per quanto riguarda altre celebrazioni di pochi giorni antecedenti e in aperta contraddizione con quella Carta che proprio in quel giorno si dovrebbe festeggiare e che parla di ripudio della guerra. Perché da anni di utilizzi non solo muscolari ce ne sono stati, quando la guerra mossa al territorio e ai suoi abitanti registrava pesanti sconfitte con alluvioni, incendi, frane straripamenti e terremoti catastrofici, perché, come per le buche, abbandono criminale, trascuratezza colpevole, primato del malaffare, hanno alimentato le crisi  in modo da farle diventare emergenze da gestire appunto con poteri e corpi speciali, leggi e autorità “straordinarie”.

Vale anche per la sicurezza, che si fa diventare emergenza per autorizzare la presenza “dissuasiva” delle tute mimetiche e dei mitra nelle piazze, nei porti, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle geografie che si vogliono percorse da tubi venefici, treni sferraglianti che bucano montagne e contaminano dolci e fertili pianure, a presidiare il cratere del sisma di tre anni fa, controllando molesti visitatori che potrebbero poi far circolare la cattiva novella di senzatetto sotto la neve. Dobbiamo a sindaci di tutto l’arco costituzionale di aver preparato quella deriva della sicurezza della quale si fa interprete finale il trucido all’Interno, ispirata all’ideale di militarizzazione delle città, coi Daspo urbani, i muri difensivi e offensivi, le panchine dedicate nel segno dell’emarginazione dei poveracci di ogni colore, la tutela del decoro in modo da spingere chi turba la vista dei bravi cittadini verso estreme periferie già così brutte da meritare ulteriori sconci,  con le continue richieste di “mandare l’esercito!” a sedare conflitti, mantenere l’ordine, intimorire gli antagonisti, respingere e impaurire anche chi è scappato da paure ben peggiori, condannato a provarle ancora.

Ecco, se invece di andare a esercitarsi nei poligono che il padrone ci fa allestire nelle nostre isole per testare le sue armi proibite, obbligandoci a fare da cavie e da primi bersagli alla mala parata, ecco, se invece di andar per mare a fare i vigilantes a nostre spese, se invece di fare i controllori delle patenti in nome di un incarico che doveva essere a termine, quello stabilito dall’operazione “Strade sicure”  che invece si perpetua per fare ostensione di potenza,  un po’ di soldati si prestassero per usi civili come in fondo dovrebbe essere chiamato a fare il Genio,  non ci sarebbe niente di male. Non si sarebbe niente di male a rendere, appunto le strade sicure a Roma, a Genova, a Milano, (dal 22 ottobre al 13 novembre scorsi sono stati 1.550 gli interventi di emergenza), la  vera capitale dove anche le buche sono “morali”  e si autodenunciano alle apposite centraline.

Ecco, non c’è niente di male. Che tanto l’ipotesi di un new deal di salvaguardia e risanamento del territorio che diventi anche una formidabile strategia di mobilitazione per l’occupazione è ormai ancora più utopistico e irrealistico del disarmo.

 

 

 

 

 

 


Usa, gli importatori di terrorismo

Eli is Back! v3 colourLa grande strage continua, incessante, notte e giorno: dopo le “fucilazioni” scolastiche in  Oregon è bastato che qualcuno andasse al di là delle statistiche ufficiali e complici dell’Fbi che considerano sparatorie di massa solo quelle che fanno almeno quattro morti, che qualcuno considerasse tali i gli scontri a fuoco dove ci sono almeno 4 feriti per stravolgere il bengodi statistico dei fabbricanti di armi e mostrare che praticamente da anni c’è almeno uno scontro a fuoco di massa ogni giorno. Tuttavia sarebbe ingannevole fermarsi a questo e pensare che le stragi quotidiane in Usa siano causate solo dall’ingordigia dei produttori di strumenti di morte e della facilità con cui ci si possono procurare pistole, fucili, persino cannoni e lanciamissili, un triste commercio fondato su un emendamento della Costituzione votato più di duecento anni fa per tutt’altri scopi, quando era necessario difendersi dagli inglesi.

I numeri e la loro costante crescita ci indicano che il fenomeno va ben al di là: che la violenza massicciamente esportata per il controllo del mondo, l’idea che questa sia  sostanzialmente “giusta” a causa dell’eccezionalità americana, concetto che viene inculcato sin dalla nascita, non ha fatto che alimentare il seme della brutalità e il senso di onnipotenza che dà il dito sul grilletto. Non si tratta più solo della ribellione individuale e senza oggetto di una società che si sente giunta alla fine della storia, della turbolenza che non trova sbocco politico o ideale e che ha fatto degli Usa la nazione con più detenuti di qualsiasi altra in qualsiasi periodo storico: le sparatorie di massa hanno infatti avuto un deciso e costante aumento dalla prima  esportazione di democrazia in Iraq fino ai giorni di oggi, ossia ai giorni del caos. Del resto le cifre cono chiare: gli Usa in patria e all’estero hanno avuto circa 3300 morti per azioni terroristiche dall’11 settembre compreso in poi, ma nello stesso periodo hanno avuto oltre 400 mila morti per armi da fuoco. Anche considerando che la metà abbondante di essi siano suicidi, rimane l’immagine di una strage quattro volte più grande del Vietnam che non può essere giustificata esclusivamente  dalla facilità di possesso delle armi da fuoco la quale non è tanto la causa, quanto l’effetto di una progressiva assuefazione e di una incoraggiata attitudine alla violenza.

Non c’è bisogno di un trattato per capire come la sopraffazione, giustificata, enfatizzata, esaltata in ogni salsa, divenga nella testa di molti una strada legittima o quanto meno naturale: non si può invadere, bombardare, uccidere civili e bambini a migliaia chiamandolo effetto collaterale, senza che questo spirito cominci a pervadere le menti meno lucide, le educazioni più rozze, E nemmeno si può pensare che la tentazione non si faccia strada in una società dove sostanzialmente homo homini lupus è considerato una virtù sociale ed economica. Si voleva esportare falsa democrazia, ma si è importato solo il vero terrorismo di cui ci si è serviti per mantenere il controllo, mondiale. Così i poliziotti uccidono l’ “altro” come in Afganistan ritenendosi in diritto di farlo (molti di loro sono in effetti reduci) mentre sempre più persone sognano, immaginano, ritengono giustificato ed exciting lo shooting contro chi, nel loro isolamento programmato dal liberismo, si considera nemico.

Qualche anno fa è uscito in film interessante da questo punto di vista, anche perché è a Hollywood che batte davvero il cuore della cultura Usa: in “Codice Genesi” un superstite della guerra globale affronta un lungo viaggio per portare l’ultima copia rimasta della Bibbia in in villaggio post atomico dove si tenta di far rinascere la civiltà. Ma durante il viaggio non si contano gli ammazzamenti, gli stupri, le amputazioni, gli squartamenti: violenza inaudita per una giusta (si fa per dire) causa. E tutto condito dal continuo suggerimento che l’eroe stragista sia protetto da Dio. Protetto anche da chi vuole “il libro” per farne uno strumento di potere. Sinceramente non trovo immagine più adatta a descrivere l’America di oggi.

 


Moldavia, la piccola Ucraina e la democrazia dei ladri

Protesta-cittadini-Repubblica-Moldova-310x165Con tutto quello che sta accadendo le decine di migliaia di persone scese in piazza domenica scorsa a Chisinau, capitale della Moldavia, per protestare contro la corruzione dilagante e il furto di un miliardo non fanno notizia. Eppure cinquantamila persone e anche più su una popolazione di appena 3 milioni e mezzo di abitanti sono un bel numero, mentre quel miliardo scomparso misteriosamente dal circuito bancario, costituisce un ottavo del Pil del Paese: insomma un disastro, come se da noi qualcuno avesse fatto sparire 150 miliardi. Ma credo che se anche fossero scesi in strada tutti i moldavi e fosse svanito l’intero Pil non ne avremmo che scarse notizie perché la Moldavia è il Paese EuroNato che ha fatto da laboratorio dalle vicende ucraine ed è oggi una colonia di Washington che la occupa con sue ong e i suoi inviati informali come il senatore Mc Cain instancabile viaggiatore tra Kiev e il deserto siriano, tra terroristi ben pagati e movimenti arancioni.

Di certo non sarebbe una bella pubblicità per l’Occidente aver fatto di tutto per instaurare un regime di ladri: che è senza dubbio tale perché il capro espiatorio della fuga miliardaria di soldi, un piccolo, ma ricchissimo oligarca di nome Ilan Shor, dopo appena 30 giorni di domiciliari continua ad essere sindaco di una cittadina storica, vicina alla Capitale. Naturalmente è solo un’episodio, anche se clamoroso, fra i tanti che costellano il concetto di democrazia da esportazione ormai tipico di Washington e di Bruxelles.

A questo punto vale la pena ripercorrere le tappe della recente storia moldava per vedere in atto i meccanismi sperimentati all’inizio nei balcani e poi divenuti una dottrina. Bene, nelle elezioni del 2009, nonostante il profluvio di soldi giunti dall’occidente, il partito comunista vinse aggiudicandosi il 50% dei consensi. Immediatamente scattò una sorta di rivolta “popolare” con il tentativo di assaltare il Parlamento. Tuttavia, visto che gli osservatori esterni, avevano già decretato la correttezza del voto, non c’era altra strada che spingere sull’arancionismo  e sulla strategia della tensione per ribaltare il risultato: fu creata persino una formazione ad hoc il Partito Democratico  (ogni riferimento a fatti e personaggi reali è puramente casuale) che si andò ad affiancare alle altre opposizioni, i liberali, i liberali democratici e i nazionalisti di Moldavia nostra. Ci fu un ritorno alle urne, ma nonostante gli enormi sforzi e il clima da guerra civile instaurato il partito comunista ottenne il 48% dei seggi il che impediva alle opposizioni, miracolosamente riunitesi tutte assieme per formare un governo di opposizione, di eleggere il presidente della repubblica. I filo occidentali promossero allora un referendum per l’elezione diretta del capo dello stato, con l’intento di superare l’empasse, ma la consultazione popolare fece sentir un bel no. Allora nuove manifestazioni, nuovo disordine e di conseguenza nuove elezioni grazie alle quali l’alleanza occidentale riuscì a strappare i 3 seggi in più necessari all’elezione del presidente. Alla carica fu chiamato tale Nicolae Timofti, giurista, espressione delle ex opposizioni ormai riunitesi nell’ Alleanza per l’integrazione europea. Disgraziatamente il primo personaggio da lui proposto come premier Vlad Filat, già direttore del Dipartimento della Privatizzazione è stato incriminato il giorno prima della nomina ufficiale per corruzione,  ma ha governato quasi due anni in attesa degli sviluppi giudiziari. Gli è succeduto alla fine di febbraio di quest’anno, grazie a un accordo con i comunisti , Chiril Gaburici candidato che con la vicenda ucraina in pieno corso e la Transnistria che chiede la secessione per riunirsi alla Russia, non soddisfaceva per nulla gli amici ad occidente, per cui pochi mesi dopo è saltato fuori che aveva falsificato il diploma e la laurea. Quindi via ed elezione, questa volta senza comunisti di mezzo, di Valeriu Strelet, uomo  che può vantare un diploma sia pure tardivo dell’Istituto Europeo di Studi Politici, ma soprattutto la militanza in un fondo di investimento per le privatizzazioni e il lavoro per aziende appartenenti alla galassia delle multinazionali agricole e chimiche sia europee che americane. 

Adesso arriva il miliardo rubato e la protesta portata avanti anche con un accampamento di 150 tende davanti al Parlamento, dalla piattaforma Dignità e Verità, appoggiata in qualche modo da comunisti e socialisti, ma sostanzialmente un movimento magmatico in cui figurano giuristi, attivisti anticorruzione, personaggi politici di secondo piano, comunisti e liberali, vecchi riciclati e giovani promesse. Insomma una forza che può trasformarsi in qualsiasi cosa, tanto che qualcuno sospetta possa trattarsi di un’operazione di riverginamento operata  da oligarchi marginalizzati per conto di Washington e Bruxelles mentre altri sospettano che sia questa calunnia a venire dai medesimi luoghi. Si vedrà, ma non sembra ancora chiaro come dentro il paradigma delle privatizzazioni selvagge, dello stato ridotto all’osso, della colonizzazione, della democrazia ridotta a fatto puramente formale e rituale, la scomparsa del senso di solidarietà, sarà impossibile combattere la corruzione che è divenuta elemento strutturale della società e sostanzialmente diversamente legale. Del resto perché se ne dovrebbero accorgere i moldavi se non ce ne accorgiamo noi?


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