Annunci

Archivi tag: editori

Infernet europeo

main_eu-data-copyright-us-CONTENT-2018Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dimmi come voti e ti dirò chi sei, basterebbe adattare il vecchio adagio alle prestazioni degli europarlamentari italiani per capire a chi fa comodo la direttiva sul Copyright (adottata con 348 voti a favore, tra cui quelli di Pd e Forza Italia, 274 contrari incluso il Movimento 5 Stelle, e 39 astensioni)  e che, secondo il Sole 24Ore,  “include salvaguardie alla libertà di espressione, e consentirà a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del web”, tranquillizzando così i propalatori di micetti, di citazioni amare del povero Gramsci, di motti grondanti gin di Bukowski, di versi marzolini della Merini, che potranno continuare nel loro impegno personale a garanzia che  Internet “rimanga uno spazio aperto di libertà di espressione”.

Tutto bene: non sarebbero  più previste quelle imposizioni (le cosiddette tasse sui link) che avrebbero colpito i siti più piccoli; gli snippet brevi saranno esenti dalla tutela dei diritti d’autore, meme e GIF saranno ancora disponibili e condivisibili sulle piattaforme online, “garantendo, recita il comunicato ufficiale, la libertà di circolazione e diffusione di citazioni, critiche, recensioni, caricature, parodie da opere protette”.

Tutto bene insomma:  la riforma penalizzerà gli avidi giganti monopolisti della rete, Facebook, Google, Twitter, costretti a negoziare un equo pagamento con i produttori dei contenuti  e a  provvedere a istituire sistemi di controllo automatici per evitare che sulle loro piattaforme sia caricato materiale protetto dal diritto d’autore. Tutto bene se, sia pure in tempi lunghi e con procedure complesse, si incrementa l’opportunità dei titolari dei diritti, in particolare musicisti, artisti, creativi ed editori, di contrattare accordi migliori sulla remunerazione derivata dall’utilizzo delle loro opere diffuse sulle piattaforme web.

Tutto bene soprattutto per   i veri suggeritori della riforma, media e grandi società editrici, a leggere il compiacimento del presidente degli editori di giornali europei dell’Enpa, Carlo Perrone che parla di “grande vittoria per la stampa in Italia”, di  “un voto storico per l’anima e la cultura dell’Europa” (sic), di una data epocale “per il futuro degli editori di stampa e per il giornalismo professionista”.

E ci mancherebbe, poco ci vuole a leggere tra le righe del provvedimento per capire che le piattaforme dei boss globali si equipaggeranno con un algoritmo per individuare  i siti dotati di licenza (Repubblica, l’Espresso, Corriere, etc. ad esempio) e pubblicarne i contenuti con tanto di link, foto, vignette, audio e video, lo stesso procedimento abilitato  invece per bloccare tutti quelli che la licenza non la possiedono, i blog volontari come questo che state frequentando, o le piccole testate giornalistiche, perchè un algoritmo così sofisticato e così cretino da ricercare ogni  immagine, ogni jingle, ogni citazione, impone un procedimento troppo complesso e costoso perfino per  Facebook e Google, “autorizzati” così per motivi di convenienza e efficienza a  censurare tutta la “grande” comunicazione non “irreggimentata”.

Siamo alle solite. Con un’Europa che legifera per confermare che l’unico diritto all’informazione sia prerogativa inalienabile di quelli che propinano al pubblico le veline ufficiale, le convinzioni e le persuasioni mainstream, i dati manipolati sui risultati elettorali, i video bellici trattati dal settore effetti speciali di Hollywood. E con quello stesso “pubblico” che si accontenta della licenza concessa a abbeverarsi su supporto informatico delle stesse brodaglie velenose che un tempo leggeva durante la preghiera laica del mattino, a imparare la ricetta della pastiera tramite tutorial su Youtube, a contare le smagliature delle influencer, a diramare gli aggiornamenti sulle proprie vicende di malmaritate o di maschi a caccia di prede virtuali.

La  belva selvaggia che, anche se era nata come un  grande suk che catalizzava e metteva in circolazione materiali, prodotti e idee in cerca di sviluppare profitto,  aveva offerto la possibilità formidabile di frugare, prendere, mettere la mani e ricreare informazioni, sapere e conoscenze, in una comunità che potenzialmente e potentemente era svincolata dalle imposizioni “padronali” e commerciali  e che in qualche caso vi si opponeva, è ormai addomesticata. Da anni la proprietà privata ha lavorato e lavora per  domarla, per ricondurre tutto quel flusso di possibile “bene” sociale e comune, spesso creativo, talvolta antagonista, dentro le sue gabbie, per controllarne la potenzialità alternativa, cercando di limitare l’accesso o di fare prigionieri gli utenti, condannandoli a navigare a vista, controllati dal radar globale pena il castigo supremo dell’offline.

Anche così ci riescono, mettendo sullo scaffale del supermercato globale licenze a pagamento per ridurre la belva a un gattino, concedendo il diritto di cazzeggiare su WhatsApp, di pubblicare le immaginette della cresima su Instagram, le foto di quando avevamo 18 anni su Pinterest, così critica, collera, elaborazione, pensiero non indottrinato vengono conferiti nella discarica delle emozioni, delle scorie del vissuto personale, dei brontolii delle pance vuote. Talento, aspettative, bisogni e vocazioni trovano su Internet le loro risposte moderne e libertarie per chi deve essere convinto che l’indipendenza e l’autonomia consistano nell’avere un padrone fantasmatico, irriconoscibile e invisibile, grazie ai lavoretti offerti dalla nuova rivoluzione postindustriale, consegnando i pasti a domicilio, guidando le vetture di Huber,  smistando i  prodotti dei grandi magazzini globali e portandoceli a casa grazie alla felice sintesi tra opportunità offerte dal Pc e occupazione freelance, dove la libertà consiste nel portarsi a casa i pochi, maledetti e subito, senza garanzie, senza sicurezze, senza prospettive, senza protezioni, chiusi e isolati nella bolla della precarietà, della solitudine consumata davanti allo schermo o su uno scooter.

Intanto la sorveglianza “sulla” e “della” rete serve a modellare il nostro futuro. E non più controllando e monitorando le nostre inclinazioni e  predilezioni di consumatori, ma prevedendo e forgiando quelle future per modificare comportamenti, scelte personali e pubbliche, gusti e desideri, come era inevitabile accadesse da quando il domani è stato privatizzato, dominato dal mercato che interviene su aspettative, sogni, ambizioni e sentimenti, archiviandoli nella banca dati che serve a ridurre ogni spazio statale, pubblico, comune in un luogo angusto, chiuso all’autodeterminazione e al libero arbitrio, dove siamo autorizzati a giocare alla Play Station della vita.

 

 

Annunci

Unità, l’ingannevole resurrezione

“Quando Lazzaro lasciò il sepolcro, dove era stato per tre giorni e tre notti sotto l’enigmatico dominio della morte e tornò vivo fra i suoi simili, per molto tempo nessuno notò in lui quei tratti sinistri che resero il suo nome un terrore man mano che il tempo passava. Felici di rivedere che era risorto alla vita, coloro che gli erano più vicini si diedero molto da fare per lui e soddisfacendo il loro ardente desiderio di essergli utili, furono solleciti nel procurargli cibo, bevande e indumenti.” Così comincia un celebre racconto di Leonid Andreev che cerca di immaginare la vita del resuscitato dopo il miracolo, descrivendola come un incubo: Lazzaro ha lo sguardo assente, vuoto come un deserto che impaurisce e fa fuggire tutti, perché chi è passato per la morte non può più davvero vivere.

E pare che la stessa cosa si possa dire de L’Unità tornata in edicola tra un plauso obbligatorio anche se il miracolo della resurrezione è stato difficile e paradossale: prima affidata a tale Veneziani, un editore di giornaletti che definire da parrucchiera è un complimento, poi dopo che questo Manuzio del terzo millennio è stato messo sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta, la maggioranza azionaria è passata al braccio destro del costruttore Massimo Pessina, uomo molto attivo nella creazione di cordate per la scalata dell’Expo come testimoniano le intercettazioni. Tutto il resto è Renzi nel senso che il direttore è un suo fiduciario  e immagino che tra i 25 redattori recuperati dalla cassa integrazione (unica cosa buona dell’operazione) non ci siano propriamente  campioni di spirito critico nei confronti del governo. Insomma Lazzarone che resuscita Lazzaro per farsi il giornalino dedicato ai fedelissimi, con un parterre editoriale che non ha proprio nulla a che vedere con lo spirito che fu del giornale e che approfitta solo del “marchio”.

E infatti da quel poco online che  è dato di vedere, l’incipit della nuova Unità non riparte certo da Gramsci, quel personaggino che nemmeno è passato per la ruota della fortuna, ma da questi tre figuri della foto sotto che “spiegano” da par loro la crisi greca e fanno da cornice ideologica, da annuncio programmatico alla linea del giornale.

Cattura

Ha proprio ragione Andreev: la resurrezione non riporta alla vita nella sua pienezza, ma a uno stato larvale, a una finzione, a una deformazione. E come sempre è meglio restare morti con dignità che rivivere con un po’ di vergogna.


L’alibi dei “tengo famiglia”

famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’affiorare come un fiume carsico degli innumerevoli casi di pedofilia nelle gerarchie della Chiesa, ripropone la necessità di rivedere l’edificio di regole e interdizioni imposte ai sacerdoti, imperniate sul celibato e l’opportunità di imprimere una “normalizzazione” che investa le loro esistenze,  perché possano vivere le umane aspettative affettive alla luce del sole, nella consapevolezza che sono repressione, paura e opacità a far sconfinare le inclinazioni e i desideri in perversioni, sofferenze inflitte a sé e agli altri.

Invece, a ben pensarci, dovrebbe essere imposto il celibato ad altre categorie, che più che con le anime, hanno a che fare con le menti degli altri, con il pensare comune, con le scelte civiche, anche se ho pudore ad usare questo modo di dire per via di certi recenti abusi. Si, sarebbe salutare e obbligatorio imporre una vita casta, contegnosa, severa e monacale a tutti quelli che esigono indulgenza, tolleranza, comprensione e compassione per i loro vizi pubblici e privati, per l’indole al compromesso e cambiar casacca, per una tendenza reiterata a prostituirsi e svendersi, che in fondo “tengono famiglia”.

È presto detto quali dovrebbero essere le categorie oggetto di questa misura sanitaria, di questa restrizione augurabile per motivi si salute pubblica: i nostri rappresentati prima di tutto, incandidabili se fidanzati e in attesa di convolare, decadenti se hanno coltivato unioni di fatto non legalizzate, grazie tra l’altro alla loro indifferenza al tema, non eleggibili se forniti di nutrita figliolanza, in modo da rendere meno esposti loro alla inevitabile trasgressione e noi alla richiesta di affettuosa e complice comprensione bi partisan da parte di Calearo, Scilipoti, Razzi, e su su e giù giù nelle gerarchie e nella storia.

Che poi l’esibizione di familismo amorale nei ceti dirigenti ha l’effetto di innalzare pericolosamente la soglia di tolleranza del fenomeno e pure l’istinto imitativo  nell’intera collettività, soprattutto in chi vede in questa prassi una “licenza”, tanto giustificata da diventare obbligatoria, in questo clima esasperato, nel quale il mercato del lavoro è sempre più precario e arbitrario, i servizi sono retrocessi a elargizioni, i diritti regrediscono a favori discrezionali.

Si sarebbe un giusto contrappasso imporre – anche in Francia si direbbe e non solo – astinenza sentimentale e amorosa magari limitandola a prima e durante l’incarico, a chi appartiene al ceto che proprio della famiglia ha fatto strame, pur convocando oceaniche manifestazioni, facendosi immortalare in edificanti album natalizi, difendendone solo la forma “corretta”, a discapito da qualsiasi altri legame d’amore, facendone un luogo confinato nel quale si consumano crimini, dagli ammazzamenti alla repressione di inclinazioni e aspettative, dove si è costretti a convivenze indesiderate, dove si perpetuano dipendenze informali alle quali sono più esposti giovani, vecchi e donne, dove si vivono fatiche tremende in sostituzione di servizi e cure inaccessibili, stanza di compensazione della cancellazione della coesione sociale.

Un’altra categoria per la quale sarebbe raccomandabile esigere celibato, e anche nubilato, è quella giornalistica. Per essere esentati da quegli edificanti memoriali delle concite, delle darie, della barbare, dei massimi, che alimentano la loro sociologia domestica e la loro pedagogia tramite figliolanza più o meno esuberante. Per sottrarci all’egemonia genitoriale, persuasa della convinzione di essere esclusivi depositari della preoccupazione per il futuro e della missione di trasformarla in elzeviri, amache, rubriche, moniti, memorialistica, romanzi, presenze televisive, con uno sgangherato e inebriante culto dell’abuso d’ufficio, dell’informazione a uso privato e della stampa ad personam. Ma soprattutto per esimerci dalle loro acrobatiche conversioni, dai loro equilibrismi sempre sorprendentemente esercitati dalla posizione supina, dalle ribellioni seguite da nuove servitù altrettanto entusiastiche, dalla folgorazione per cause insospettabili vorticosamente dimenticate. L’ultima moda per la casacche rivoltabili e scambiabili è quella di stare in influentissimi gruppi editoriali, griffati Fiat o Confindustria o De Benedetti, dove si scrivono prudenti articoletti mansueti, pensosamente allineati all’ideologia di regime e alla linea del padrone, europeismo senza se e senza ma, austerità come incidente superabile, luci in fondo al tunnel, attenzione terpida per nuovi padroncini inoffensivi per i vecchi, culto delle istituzioni  ormai svuotate di democrazia, in quanto custodi della conservazione e dei privilegi, per poi esercitare, ad intermittenza, spirito critico, indole alla giovanile ribellione, ma fuori, nei blog, firmando appelli in qualità di “riformisti”, candidandosi a ruoli pubblici e di rappresentanza, come se stare a guardare col gomito appoggiato sul davanzale fosse la forma più efficace e sofisticata di stare tra la gente e , peggio che mai, nella sua pancia.

È che anche loro hanno famiglia, figli che vogliono subentrare loro per diritto dinastico, padri che in qualche caso si rivoltano nella tomba ma il cui nome è servito a accreditare giravolte spericolate dall’assoggettamento ideale e professionale alle banche e la condanna altrettanto impetuosa.

Aggiungerei all’elenco oltre ai pubblicitari del Mulino Bianco, i malavitosi, anche loro intrisi di mistica della Famiglia, ma i cui figli sono bersaglio di orrende vendette, alcune dinastie che vanno sempre peggiorando e le cui proprietà ben più utilmente potrebbero tornare alla società che ne è stata espropriata.

Ma l’elenco comincia a farsi lungo, già la crisi minaccia l’unità familiare, gli affetti e la solidarietà, e le nascite tra gli indigeni calano. Ma a pensarci bene non è detto che sia una disgrazia.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: