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Campagna elettorale: la Mafia non esiste

treAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un tema estromesso dalla campagna elettorale, che non rientra nemmeno nella paccottiglia della propaganda bi partisan sulla sicurezza, limitata ormai al contrasto di ben altre impellenze: criminalità straniera, nella quale ormai si annovera anche il femminicidio, diventato esclusiva di fedi e tradizioni oscure, irrispettose della donna  e dei diritti quindi incompatibili con la nostra civiltà superiore. E alla lotta al terrorismo, anche quello di origine forestiera, salvo certe eccezioni (No Tav e no Triv), poiché  non ne farebbero parte  formazioni violente e eversive e pure assassini o aspiranti tali mossi da motivi ideologici e dottrine finora guardate con l’indulgenza riservata a patetiche nostalgia,    in quanto le loro azioni non sono fanno parte di strategie strutturate ancorché  premeditate.

Quelli incaricati di occuparsi del contrasto alle mafie che non godono di altrettanta visibilità nella stampa e ancor meno nelle manifestazioni elettorali, come la Dia, voluta e istituita da Falcone, quando le cupole e Cosa Nostra e le Famiglie   venivano viste come un pericolo e non come un fenomeno sociologico, spunto ideale per serie televisive, sono retrocessi a centri studi i cui rapporti periodici e le cui diagnosi finiscono tra le brevi in cronaca locale, con minore autorità dei dati farlocchi dell’Istat o dei prodotti dei sondaggisti di regime.

È caduto un pudico e compito silenzio anche su Mafia Capitale, indicata dai giornali con la denominazione frutto della creatività dei suoi attori principali: Mondo di mezzo, (ne scrivemmo con amara preveggenza qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/11/07/roma-ancora-tutti-a-dire-che-la-mafia-non-esiste/ ), a ribadire che le tesi di un magistrato coraggioso che aveva scoperchiato il vaso dei veleni che hanno contaminato tutta la capitale, altro non erano che un teorema azzardato. Come se non debba essere denominato mafioso qualsiasi sistema che intride e inquina la società e la condiziona attraverso la violenza, l’intimidazione, il ricatto, l’estorsione, la corruzione, il familismo e il clientelismo, come se non fosse “mafioso” il modello introdotto, a Venezia e non solo, grazie a una legge dello stato in modo che opere e interventi siano solo opportunità e occasione per ruberie e profitti in favore di soliti noti, cordate spregiudicate i cui manager entrano e escono da inchieste giudiziarie e da galere e sempre beneficati da sorprendenti patteggiamenti, non inaspettate lungaggini processuali e restituiti a prestigiosi incarichi.

Eppure basterebbe grattare un po’ sotto la superficie, leggerli quei rapporti della Dia e si scoprirebbe che le Marche colpite dal terremoto sono diventate la geografia scelta per le scorrerie e le rapine delle mafie, come ha denunciato il procuratore generale   mettendo in guardia sul salto di qualità della criminalità organizzata, interessata ai fondi per la ricostruzione post sisma. Si apprenderebbe   che la cupola nigeriana che occupa quei territori si è assicurata sì il brand della tratta delle schiave e della droga, ma su incarico e in stretto collegamento con camorra e ‘ndrangheta,  che usano gli africani come esercito e manovalanza. E a loro sarebbe stato affidato anche il business del gioco d’azzardo e dello spaccio nelle regioni confinanti e a Roma.

Si scoprirebbe – ne è stato dato conto in più audizioni e report trasmessi alla Camera, che resta alto l’allarme per le infiltrazioni mafiose negli istituti creditizi e nella banche,  sofferenti (un crack simbolico anche se poco pubblicizzato è proprio quello di Banca Marche) o in relativa buona salute, in modo da rendere più agevoli passaggi e pulizia di soldi sporchi, anche in vista della non recente riduzione dell’impegno per la rintracciabilità delle transazioni opache.

E si avrebbe conoscenza della vera entità, del volume economico e delle modalità adottate dal protagonismo delle cosche nel settore dell’accoglienza, delle collaborazioni fertili con onlus poco compassionevoli e delle feconde jont venture con cooperative poco solidali.

Chi si stupisce per l’eclissi del tema rimosso perfino dal più reclamizzato degli ex capi della Dia prestato alla politica e pure da icone parentali al Colle, pecca di ingenuità.

Non si sciorinano panni sporchi in odor di impresentabilità e impunità, quando gli interessi coincidono e sono tutelati da manovali adibiti alla riscossione e da cravattari professionisti con armi differenti, ma pari capacità di intimidazione, da manager addetti alla somministrazione in tutte le altitudini di mazzette o – la notizia è di oggi – del depistaggio nell’ambito di indagini fianzniarie. E da studi legali al servizio di multinazionali esplicitamente criminali o sedicentemente legali che producono leggi ad personam, misure e provvedimenti e perfino codici che esonerano da responsabilità e autorizzano evasori, corrotti, riciclatori.

Sulle nostre teste reclinate c’è  un impero   che ha i tratti di  una cupola mondiale che ci comanda e delle sue declinazioni  nazionali, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma di quella classe capitalistica transnazionale che  conserva la sua  egemonia grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato,  che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro   l’80% dei quali è costituita dai nostri risparmi dei lavoratori,    gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali sotto il cntrollo di agenzie di rating e controllati incaricati di controllare.

Se valgono le definizioni di  mafia date da dizionari e enciclopedie:  “Sistema di potere” fondato sul consenso sociale   della popolazione e sul  controllo che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici  e soprattutto nel supporto sociale. Oppure: “Associazione coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e il proprio Stato”,  se facciamo come le tre scimmiette, allora non siamo vittime, siamo omertosi, complici e corrotti, sia pure dalla paura.

 

 

 

 

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Inferni a stelle strisce

20130613-013248-798x587Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e la legge newtoniana vale anche per il mondo umano, anche se con tempi più lunghi e peculiarità molto più complesse che nel mondo fisico. Così l’ideologia della disuguaglianza come prodotto finale ed esplicito del capitalismo, affermatasi  dalla metà degli anni ’70 in Usa, sta facendo sentire i suoi effetti distruttivi , dopo un primo periodo di euforia da paradisi artificiali. La crisi economica, mai risolta anche perché giunta quando gran parte della ricchezza si era già trasferita in poche mani, è stata la cesura conclamata fra gli Usa reali e il mito statunitense, ancorché esso sia ancora moneta corrente nelle colonie e sia la base educativa su cui poggia la formazione delle generazioni autoctone.

I dati parlano da soli e rappresentano con drammatica precisione il miscuglio esplosivo fatto di emarginazione, ipercompetitività, caduta dei salari, malessere, esclusione e smarrimento che ancora non trovano una chiara strada politica, un riscatto di pensiero ma si esprimono attraverso la dimensione individuale che è l’unica riconoscibile e l’unica alla quale si viene addestrati. Dunque alla più vasta popolazione carceraria del mondo con 2 milioni e 319 mila detenuti (numero medio 2016) e oltre cinque milioni di persone sottoposte a misure restrittive, portano il Paese ad avere il 4,4% della popolazione mondiale, ma il 22% dei detenuti nel mondo intero. In qualche modo si tratta del portato storico di un razzismo sempre sottopelle e dell’immigrazione che oggi però sembra sul punto di esplodere visto che in Usa avviene ormai il 32% dei conflitti a fuoco nel mondo. Tra il 1972 e il 2011 ci sono stati 1 milione e 300 mila morti per arma da fuoco, vale a dire centomila in più dei caduti di tutte le guerre statunitensi ( e non si sono certo risparmiati da questo punto di vista) a cominciare dalla guerra d’indipendenza per finire all’Afganistan: se vivete lì avrete una probabilità di beccarvi una pallottola o una coltellata mortale del 7000 per cento superiore all’ Italia o per esempio al Canada che tuttavia ha una cultura profondamente differente. E non si fa fatica a pensare certe cifre spaventose visto che oggi c’è almeno una sparatoria di massa al giorno. Certo la cultura delle armi che comunque è indice di una violenza di fondo irrisolta, fa la sua parte in questa strage, ma non è la sua radice visto che anche in altri Paesi esiste una diffusione capillare delle armi da fuoco senza carneficine quotidiane. Un esempio vicinissimo ancorché insospettabile è la Svizzera che ha 2 milioni di armi da fuoco su 8 milioni e 400 mila abitanti, una densità 4 volte inferiore ai 357 milioni di bocche da fuoco possedute dai 324 milioni di residenti Usa: tuttavia in Svizzera ci sono mediamente 41 morti l’anno a seguito di sparatorie, mentre negli Usa 12 mila, che è una proporzione di quasi 300 volte superiore in termini assoluti e di dieci in termini relativi.

Di questo spaventoso universo della violenza che poi viene esposrtata a più non posso, fanno parte anche altri numeri, come ad esempio il fatto che il 91% dei minori uccisi nel Paesi sviluppati è americano, o il fatto che esistono 33 mila bande di strada che raggruppano 1 milione e 400 mila persone integralmente dedite al crimine da strada. Possiamo davvero pensare che un buon sistema, anzi quello di riferimento secondo gli scialbi mitomaniaci, possa produrre tutto questo? E navighiamo soltanto alla superficie  delle cattive notizie perché l’Istituto nazionale di Statistica (Usa ovviamente) rileva che nel 2015 per la prima volta l’aspettativa di vita si è ridotta dello 0,1 per cento quasi che gli indici obbedissero alle direttive dell’Fmi. Tra i motivi di questa discesa della vita media c’è anche l’aumento delle materie respiratorie e metaboliche, dovuto, secondo tesi concordi, all’aumento del cibo spazzatura e dunque a quell’obesità che colpisce il 38 per cento della popolazione. Magari non se ne ha sentore di fronte alla massa di minus habens californiani che inventano ogni giorno diete cosiddette salutistiche di ogni tipo e foggia, che corrono ogni mattina come furetti o che appaiono magri e atletici nelle serie televisive. Ma in realtà sono cose da benestanti e da esportazione per gli allocchi alla Mericoni: con 21 milioni di poveri estremi, 46 milioni di poveri assoluti, 17 milioni di adolescenti in stato di povertà alimentare  e 105 milioni di persone in grado di soddisfare solo i bisogni primari (fonte Oxfam), non è sorprendente che  quasi 16 milioni di famiglie abbiano avuto problemi a nutrirsi (dato 2016 del ministero dell’Agricoltura) e quasi altrettante abbiano dovuto ricorrere all’assistenza pubblica: tutto questo vuol dire cibo a basso e bassissimo costo. Occorre riconoscere che il capitalismo estremo riesce nel miracolo di conciliare sottonutrizione con obesità e da questo punto di vista è insuperabile.

Così ci si può davvero meravigliare se contemporaneamente si assiste a una pandemia di suicidi, divenuti la prima causa di morte per il maschi adulti al di sotto dei 50 anni? Il disturbo post traumatico da stress fa strage, colpisce in forma grave il 5% della popolazione e ha le maggiori conseguenze sugli ex militari che si tolgono la vita con un ritmo di 22 al giorno (8000 l’anno) e fra gli studenti universitari che si suicidano in numero di 1100 l’anno, stritolati dalle aspettative loro inoculate, dalla competizione estrema, ma anche dal costo stratosferico degli studi. Certo si può resistere a tutto, soprattutto ricorrendo a qualche aiuto che nel caso degli Usa sono i farmaci oppiacei ( Fentanyl e OxyContin) i quali spesso portano poi al consumo di droghe pesanti, sintetiche o eroina che hanno quadruplicato in pochi anni le morti per overdose. Secondo il New England Journal Of Medicine, sarebbero circa 95 milioni di persone a fare uso di questa miscela di farmaci e droga, ma la cosa da notare è che il fenomeno non colpisce affatto gli emarginati o gli immigrati recenti, ma la classe media che cerca di sfuggire all’inferno del proprio declino e in misura maggiore in quegli stati dove la crisi si sente di più. Insomma sembra di assistere alla concretizzazione di quella “guerra civile molecolare” preconizzata da Enzensberger nei lontani anni ’90, che fu tema di violente polemiche da parte dell’ intelligenzia amerikana d’Europa e manco a dirlo da parte delle sinistre appena convertite nonché dello stesso Fukuyama, inventore imperituro della morte della storia. Di quella terribile condizione di impotenza, di tempo “omogeneo e vuoto” tematizzato da Benjanim che trova sulla sua strada un Angelus Novus sotto forma di cartone animato della Disney. Se non fossimo implicati anche noi in questa caduta ci sarebbe da dire aiutiamoli a casa loro.

 


Roma, un tiro a sei cavalli per la politica

CasamonicaCiò che davvero disgusta e inquieta nei funerali del Kan dei Casamonica, non è la ridicola pompa, la bomboniera funebre, le strade bloccate, la banda che suona il tema del Padrino o il lancio dei petali di rosa, ma la sua verità: la manifestazione palese di un potere criminale che agisce indisturbato, completamente inserito dentro gli affari, le complicità e i silenzi mafia capitale. Qualcosa che rompe l’ipocrita understatement della realtà, la finzione del non sapere ciò che tutti sanno.

E infatti adesso nessuno sapeva e se sapeva lo ha tenuto per sé, ora si assiste al solito ridicolo rimpallo di responsabilità aggravato dalla sconcertante banalità della nevicata di dichiarazioni che seguono il solito messale della politica: un elemento così piattamente rituale che svela il suo sostrato di infingimenti e cinismo. Diciamo le cose come stanno: una centrale di usura, di estorsione, spaccio e di racket così palese, così sfacciato, così arrogante sarebbe stato stroncato da anni se non avesse avuto vaste complicità nel milieu che conta e importanti dazioni sottobanco. Un potere oscuro e diffuso tanto che al contrario di quanto riportano le cronache, non è solo a un figlio del gran capo che è stato permesso di partecipare a un funerale di cui nessuno sapeva nulla, ma sembrerebbe  ad altri detenuti legati al clan. Per non parlare delle numerose case popolari assegnate ai membri della “famiglia”  come si è scoperto oggi a distanza di lustri.

Ci si può davvero stupire se fin dal lontano ’92 le inchieste sui Casamonica siano finite in nulla o con la raccolta di pesci piccoli? Solo la Dia dopo due inchieste durate una decina di anni, è riuscita  ad infliggere qualche danno alla cosca con l’arresto di una cinquantina di persone. Così possiamo anche immaginare perché la Dia stia sulle palle a buona parte del peggior potere che sta tentando sottobanco di scioglierla o di cancellarne l’autonomia.

Tutto il problema sta nello sgarro compiuto dal clan nel rendere palese la propria ricchezza e influenza, nel dimostrare che a Roma il fenomeno mafioso vive e lotta insieme a loro, che le istituzioni sono tarlate. Ed è una cosa che non si può dire perché come sostiene l’ometto a credibilità zero, ossia Orfini, sciogliere per mafia il comune di Roma significherebbe che l’Italia è in mano alla criminalità. Eh sì è proprio così, se solo si toglie alla parola mafia la sua connotazione etnografica e regionale, lo sanno benissimo da Capo Nord alle remote isole della nuova Zelanda. Bisognerebbe reagire, ammettendo il problema e le condizioni che lo hanno causato, invece di recitare il rosario di tutte le più viete contromosse retoriche. E di farsi assegnare una scorta forse per avere difeso fino all’ultimo il presidente del municipio di Ostia poi finito in manette. Soprattutto non sono francamente credibili un’amministrazione e una politica che nelle pieghe di queste clamorose vicende si apprestano a spendere centinaia di milioni di cui 50 presi a prestito dalla Cassa depositi e prestiti con il solito strumento dell’emergenza ovvero “anche in deroga ad ogni disposizione di legge” per opere relative al giubileo che non saranno pronte in tempo o surreali come piste ciclabili che portano a una chiesa che non esiste o grottesche come toilette mobili e addirittura 80 mezzi a vasca che impegneranno un intero strumento di gestione o lavori in area vaticana (mai che la chiesa cacci un soldo) e altre amenità del genere. Per badare ai trasporti con una dotazione di 20 milioni l’assessore alla mobilità Esposito ha pensato bene di dotarsi di un prezioso collaboratore, tale Raffaele Bianco che risulta essere capogruppo Pd al comune di Grugliasco (amministrazione infiltrata dall’Ndrangheta) che non solo non sa nulla di traffico, ma non conosce per nulla Roma. Francamente se si voleva scegliere qualcuno estraneo all’ambiente c’era di meglio.

Ecco come si risponde a mafia capitale e come si rimedia ai funerali dei vari re di Roma: ribadendo ed anzi rafforzando gli strumenti emergenziali e la mentalità clientelare che sono alla radice della corruzione. Se fossi in Marino rifiuterei di fare il prestanome dell’onestà in queste condizioni, il sindaco di cartone che anche se volesse non saprebbe da dove cominciare. Mi rifiuterei di fare la comparsa come primo cittadino. Ma non sono Marino: almeno la vita qualche soddisfazione la regala.

 


Grecia: per l’Fmi ci vorrebbe San Patrignano

crisi-grecia4In anni ormai passati le cronache del dolore spesso riportavano le storie di persone che volevano liberarsi dalla schiavitù della droga, ma che venivano travolte dall’astinenza ed erano comunque disposte ad ogni cosa pur di procurarsi il flash; nei momenti di lucidità si maledivano, nel paradiso artificiale si benedivano. Ed è per questo che negli anni ’80 la società italiana trovò nei mezzi di costrizione e nelle catene di San Patrignano la soluzione facile e ideale del problema, appoggiando e foraggiando Muccioli, appena uscito da un tentativo di carriera come santone e messia.

Ma non c’è necessariamente bisogno di sostanze chimiche per indurre assuefazione e schiavitù, bastano i pregiudizi, gli orientamenti culturali, i monconi di idee, bastano gli ormoni naturali che l’organismo secerne a creare paradisi artificiali. E’ un po’ quello che sta accadendo al Fondo monetario internazionale, membro eminente della troika, il quale nei propri report si danna per gli errori, ma appena scende in campo non riesce a placare i propri istinti animali e la propensione ai massacri di popolo.

Già due anni fa il capo economista di questa malemerita banda bassotti del denaro, fece mea culpa riconoscendo che ad ogni diminuzione di spesa pubblica corrispondeva un diminuzione del pil nella misura di 1 a 1,3. Ciononostante e come se nulla fosse la prescrizione dell’Fmi rimase quella di abbattere la spesa pubblica, sacrificando il welfare. L’acido lisergico del liberismo non lascia scampo alla distorsione percettiva del resto necessaria a sostenere e credere unica e universale una visione reazionaria e medioevale della società.

Oggi ci risiamo: il Fondo deve riconoscere di aver completamente sbagliato i propri calcoli sulla crisi greca: il debito pubblico è andato molto al di là delle stime, il sistema bancario, oppresso da un’enorme massa di crediti inesigibili, è molto più fragile di prima, il pil che avrebbe dovuto diminuire di un massimo del 5% per poi riprendere a correre, è crollato del 17%, la disoccupazione che si pensava contenuta a un massimo del 15% è arrivata al 26%, come dato puramente statistico e cioè escludendo i disoccupati scoraggiati che nemmeno più si iscrivono alle liste e infine le vendite di beni pubblici hanno dato risultati molto lontani dalle attese.

Nonostante questo nel 2014 si è cercato di imporre un nuovo giro di vite, impostato sulle medesime e fallimentari ricette e solo la mancata elezione del nuovo presidente della Repubblica e il conseguente ravvicinato ricorso alle urne hanno evitato un rinnovato bagno di sangue economico. Naturalmente tutto questo è servito a garantire le banche private tedesche e francesi, non certo ad aiutare la Grecia, perà il fatto che all’ammissione di errori non segua una correzione di rotta né ad Atene, né altrove in Europa, conferma ancora una volta che le ricette sono fondamentalmente politiche e che le tesi tecnico – economiche non sono altro che un velo sempre più succinto alla lotta di classe al contrario.

Ecco perché se Syriza e Tsipras – catalogati nel novero della sinistra radicale – dovessero vincere le elezioni e poi cadere nella trappola delle mezze misure, limitandosi a contrattare qualche allungamento dei termini di pagamento, non farebbero che porsi a sinistra della troika che governa Atene come i trenta tiranni, ma di fatto a destra degli stessi documenti dell’Fmi che denunciano l’assurdità delle ricette e rivelano la loro natura di proposizioni politiche. Purtroppo anche dopo i ricatti e i fallimenti di un quarto di secolo non c’è ancora nessuno in grado di legare al letto l’Fmi e impedirgli di sniffare la droga dei ricchi. C’è invece caso che a San Patrignano ci vadano quelli che senza idee chiare e distinte, cerchino solo degli aggiustamenti marginali dentro una nefanda logica sostanzialmente condivisa.

 


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