Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per quanti anni ci hanno persuaso che nel difficile processo identitario delle minoranze il tratto distintivo fosse rappresentato dalla loro appartenenza di genere o etnia, che fosse quella la qualità del loro essere speciali e consapevoli della loro particolarità?  Si era prima di tutto donna o nero, nel peggiore o nel migliore dei casi donna nera.

Personalmente non ero del tutto convinta del valore redentivo di questa tappa irrinunciabile del percorso di liberazione, afflitta come sono da una certa indole ribelle che mi spinge a abbattere idoli e tabù, a cominciare dai pregiudizi positivi, dall’esistenza di  una unità naturale per il fatto di essere donne, alla certezza che gli spazi attribuiti o offerti alle donne siano di per sé positivi.

E difatti l’esaltazione dei caratteri prevalenti dell’appartenenza, soprattutto nel male, è diventata una brutta abitudine dell’informazione, che ha raggiunto al sua apoteosi quando a segnare l’elezione di Biden come l’inizio felice di un’era postrazziale e postmaschilista è la nomina allegorica di Kamala Harris.

Però qualcosa di buono c’era anche in quell’approccio: usato bene poteva servire a favorire un orgoglio della propria specialità necessario a rivendicare i propri diritti di “persona” con pari diritti nella diversità, a pretendere il riconoscimento e la valorizzazione di talenti e qualità, penalizzati in ordine a due presupposti, essere donna e essere povera, essere nero e essere povero.

Usato male poteva prestarsi a secolari stereotipi e equivoci ultimamente molto assecondati: se per affermarsi è necessario uniformarsi a standard dominanti, in modo da sostituire meccanicamente donne o neri doppiamente carogne a maschi o wasp naturalmente carogne, da qualche tempo la deplorazione colpiva chi non era abbastanza femminile da uniformarsi ai paradigmi egemonici: sensibilità, attitudine all’ascolto, predisposizione alla cura, o chi non era abbastanza nero, da anteporre quella qualifica cromatica a qualsiasi altro valore, impedendo, a Chicago, di fare il poliziotto che mena gli arrestati.  

E quasi quasi mi prende la nostalgia adesso che la parola d’ordine è “inclusione”, accorgimento preliminare per favorire una omologazione e una neutralità che favorisca la sedazione  dei “conflitti” a coprire il vero intento che la narcosi di quello di classe.

Puzza lontano un miglio l’iniziativa che piace tanto a Cosmopolitan, a Elle, al supplemento di Repubblica che ne hanno fatto un tema qualificante del loro opinionismo  politicamente corretto e progressista, del sindaco di Castelfranco Modenese in eletto nelle file del Partito Democratico, Forte Urbano, Idee in Comune, ma che dichiara così la sua militanza tra i Coraggiosi della vice presidente della sua Regione, con cui sicuramente condivide l’attenzione per i temi dell’accoglienza e dell’inclusione e la disattenzione per le trivelle o la secessione o la destinazioni dei percettori di aiuti statali, da adibire a manovalanza rurale.

E difatti è lui l’incarnazione rivendicata della lotta contro le differenze, in mancanza di quella contro le disuguaglianze. Il terreno scelto per la sua battaglia solidale è il linguaggio e in particolare quello dei social e il primo atto è la pubblicazione di un post su Facebook dove ha scritto: «A partire da mercoledì #7aprile moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!» usando come desinenza un simbolo unico, per maschi e femmine, non presente nella lingua italiana.  

E ha prevenuto i commenti di chi avesse pensato a un difetto del pc municipale  rivendicando di essere il primo primo cittadino a adottare la «schwa», che da allora  in poi, si propone di utilizzare sempre nella comunicazione istituzionale del Comune, con l’obiettivo di adottare «un linguaggio più inclusivo».

Almeno un beneficio l’avrà ottenuto, spingere i cittadini e i lettori a compulsare una volta tanto il dizionario Treccano ultimamente colpito da un anatema per via della voce “donna”, che dedica una lunga e approfondita analisi del termine Scevà (adattamento italiano di Schwa, trascrizione tedesca del termine grammaticale ebraico shĕvā /ʃəˈwa/, che può essere tradotto con «insignificante», «zero» o «nulla») dato  “a un simbolo grafico per indicare l’assenza di vocale seguente o la presenza di una vocale senza qualità e senza quantità, quindi di grado ridotto”.

Ma adesso vuoi vedere che adesso attaccheranno l’autorevole vocabolario anche per aver apostrofato di “grado ridotto”, di “insignificante”, forse all’origine del nostro “vaccata”, l’illuminata trovata del sindaco, svalutandola e cancellando il suo potenziale umanitario?

E vuoi vedere che a qualcuno verrà in mente di intenderlo come un cedimento linguistico e morale a quel meridionalismo tendenzialmente arcaico e parassitario, se quello che – provateci con la ricerca su Google – sembra un suono gutturale e inarticolato che evoca i dialoghi nelle riunioni condominiali a Altamira, in realtà è presente come desinenza in tutti gli idiomi dialettali di Puglia, Basilicata, Calabria? E così popolazioni che si credevano esposte più di altre alla pressione culturale e sociale del patriarcato, sarebbero antesignane portatrici della desiderabile neutralità?

Nutrendo una istintiva diffidenza nei confronti di tutto quello che è “moderato”, sobrio, artificialmente equidistante, non posso che sospettare di queste istanze di superficie, dettate dalla falsa coscienza che ha ispirato l’emancipazionismo pret à porter tollerato e assorbito dall’establishment, se annullare certe differenze serve solo a normalizzare le disuguaglianze sempre più profonde, senza contrastare i monopoli e le gerarchie di genere e razziali che sorreggono il sistema economico e neppure quell’apparato ideologico che chiede di rinunciare in nome della ragionevole necessità  o di una qualche irragionevole emergenza, alla “sovversione” morale  per sposare la logica della doverosa rinuncia edulcorata dalle quote o dal political correctness o dal pinkwashing

Non a caso questo richiamo all’inclusività arriva quando a fronte della sospensione di diritti con l’imposizione di uno stato di eccezione che si dimostra sempre meno temporaneo, a fronte di una narrazione epica dell’impegno nazionale nella guerra al nemico invisibile che risponderebbe a una richiesta di autorità forte inevitabilmente associata a qualità virili, la  penalizzazione delle donne riportate e condannate a casa, è favorito dal richiamo alle attitudini   femminili, al “lavoro” (storicamente determinato) più consono in quanto “naturale” alla natura e condizione delle donne, dalla cura ai compiti famigliari estesi a assistenza e didattica, magicamente combinati nelle nuove frontiere  del part time, con conseguente abdicazione di talenti e vocazioni e riduzione di remunerazione e prospettive di carriera.

È che il superamento di certe barriere culturali e morali, la resistenza a ricatti e intimidazioni oggi più che mai è questione di classe: per non essere più né nera né femmina, basta essere vice presidente di una potenza, per suscitare sdegno nei confronti di un despota non sono sufficienti i suoi crimini contro i dissidenti, la stampa, i cittadini privati delle prerogative democratiche, uomini o donne che siano, serve che sia scostumato nei confronti di una dama di potere.