Fed, speranza e carità

Ha suscitato molta sorpresa e imbarazzo la notizia che la Federal reserve americana ha abbandonato l’idea di contenere l’inflazione al 2 per cento per poter immettere nuove montagne di soldi nel ciclo economico e dunque tentare di ridurre la disoccupazione arrivata alle stelle con il dipanarsi della commedia pandemica: sorpresa soprattutto perché è una mossa che oggettivamente favorisce Trump che con la Fed non hai avuto un rapporto idilliaco, persino con l’attuale presidente nominato dall’ inquilino della Casa Bianca, anche se è  divenuto membro del Consiglio di amministrazione di questa istituzione con Obama. E ciò sembrerebbe indicare una frattura nel deep state di fronte a conseguenze che rischiano di sfuggire di mano: la gestione pandemica e successivamente quella razziale è stata scenograficamente efficace, ma il finale rischia di non essere proprio quello voluto e fa capire che i sondaggi elettorali bypassano completante il mondo reale. In ogni caso rappresenta una frattura con l’Europa dove la Bce ha per unico compito e ossessione quello di mantenere l’inflazione al 2 per cento anche se non ci riesce nonostante i quantitative easing.

Questa vicenda ha moltissime implicazioni non necessariamente auspicabili come per esempio l’intenzione espressa da alcuni dirigenti della Fed  (che in ogni caso è un organismo privato) di passare soldi elettronici direttamente ai cittadini senza nemmeno passare per il governo, ma la cosa che mi preme sottolineare è che da quasi mezzo secolo, a partire dagli anni ’80 (per quanto riguarda lo Stivale dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia)  il controllo assoluto dell’inflazione è stato presentato come un fatto ontologico, appartenente alla struttura stessa del mondo e dell’economia, mentre la misura dell’inflazione è stata è stata sempre una scelta in funzione degli interessi delle oligarchie. Il 2% o giù di lì è un indice di inflazione abbastanza basso da evitare troppe rivendicazioni salariali o addirittura la richiesta dei meccanismi automatici di recupero del valore reale come era per esempio la vecchia scala mobile che oggi pare una fetta di paradiso. Dunque è essenzialmente una misura per i blocchi salariali mentre al tempo stesso la necessità di contenere l’inflazione entro un limite significa congelare il welfare e le pensioni, insomma diminuire la spesa sociale che si esprime nel debito pubblico da abbattere a tutti i costi. Peraltro il 2 % consente di tenere ragionevolmente alti i tassi di interesse sui prestiti e di rendere sopportabili e talvolta anche convenienti i sistemi pensionistici che pagano dopo 40 anni cifre nominali molto più alte dei contributi versati, ma molto più vicine in termini reali. Dunque non si tratta affatto di qualcosa scritto nel cielo, ma semplicemente nel libro dei diktat della razza padrona che ha imposto questo concetto dicendo che l’inflazione colpisce i salari, cosa verissima quando si sono distrutti i meccanismi per tenerli agganciati ala costo della vita

In realtà calcolare i livelli di inflazione e le cause che possono provocarla è molto complesso e non credo possa essere una questione risolubile solo all’interno della sfera economica, ma mi voglio addentare in discorsi teorici: mi preme solo dire che sono due i moduli, considerati antitetici, sui quali si è giocata l’economia politica dal dopoguerra ad oggi: inflazione e occupazione che in un certo senso corrispondono anche a capitale e lavoro. Fino alla fine degli anni ’70  sono prevalse le considerazioni sociali ed economiche riguardanti l’occupazione, poi man mano l’inflazione è diventato il tema centrale sula quale si è anche costruito l’euro. Adesso che la grande simulazione pandemica ha distrutto in un falò decine di milioni di posti di lavoro, ci si sta cominciando a rendere conto che il processo di accelerazione è stato troppo veloce e si cerca di correre ai ripari. L’occupazione per Fed prende il posto del’inflazione, mentre in Europa si continua sul vecchio binario che fa parte strutturale dell’Unione  come se nulla fosse accaduto e sono semmai i singoli stati a preoccuparsi di mettere risorse nell’economia reale. Infatti dopo quelli che ci hanno salvati dal raffreddore e rovinati, ci ritroviamo in arrivo sul primo binario altri salvatori come Draghi che fa sempre gli stessi discorsi di austerità, mascherando una nuova stagione di tagli selvaggi e di frugali rapine con la questione dei giovani e della guerra generazionale con la quale si vuole rubare il futuro ai giovani fingendo di rapinare il passato ai vecchi, secondo la dottrina Merkel riservata ai Paesi del Mediterraneo. Certo si dimostra il “vile affarista” descritto a suo tempo da Cossiga, ma d’altronde perché mai dovrebbe essere indotto a cambiare visto che un popolo boccalone crede a qualsiasi illusione venga agitata davanti ai suoi occhi?

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