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Le lacrime dell’Argentina e gli avvoltoi

Donald+Trump+Mauricio+Macri+Trump+Meets+Argentine+dAqbVn8QDCnlL’Argentina dimostra una tesi sulla quale insisto ormai da diversi anni e che probabilmente sarà anche venuta a noia ai lettori: ovvero il fatto che il neoliberismo sia totalmente fallimentare nella realtà, ma viene tenuto in vita da una comunicazione mediatica globale che del resto è consustanziale al sistema: se tutto è mercato è chiaro che la narrazione sarà quella imposta da chi possiede la proprietà dei mezzi di comunicazione.  Dovrebbe essere ormai in un museo delle cere assieme alle sue varianti alleliche, come l’ordoliberismo europeo,  come un fossile vivente, ma tutte le volte che esso si scontra col mondo reale viene narrativamente resuscitato e rinverginato. In questi giorni le primarie presidenziali – una sorta di pre elezioni in vista di quelle vere – hanno decretato una disfatta  per il miliardario ultra conservatore Macrì sotto il cui regno la povertà ha raggiunto il 32%, i massicci licenziamenti seguenti alle liberalizzazioni selvagge hanno portato la disoccupazione al 10%, l’inflazione è arrivata al 48 per cento, i salari e le pensioni sono congelati e la crescita ha fatto segnare un meno 2,6%. Questo anche grazie ai suggerimenti dell’Fmi che ha anche dovuto fare il prestito più grande della sua storia in modo che si potessero pagare i noti fondi avvoltoio e mettere il cappio al collo del Paese.

Tutto assolutamente prevedibile, l’ennesimo fallimento delle teorie dei ricchi, ma ciò che sorprende è che l’Argentina ci era già passata e quasi negli stessi termini, senza che però questo abbia avuto alcun effetto cognitivo. Negli anni ’90 il Paese fu dominato dal liberista Menem sotto il quale  il debito estero, la crescita dei tassi di interesse, la disoccupazione e la forbice tra la minoranza ricca e la maggioranza povera del Paese crebbero a ritmi inarrestabili, toccando vertici mai raggiunti in precedenza. Ne seguì la crisi drammatica di inizio secolo che tutti conosciamo e che dopo una girandola di presidenti per un giorno, diede la vittoria a Nestor Kirchner, il quale cambiò del tutto rotta verso un peronismo moderato riuscendo a far ripartire il Paese che raggiunse  un aumento annuo del pil superiore al 10% anche se naturalmente il rapporto con l’Fmi fu pessimo, ma intanto le riserve internazionali del paese superarono i 30 miliardi di dollari e  la disoccupazione scese al 7,35% mentre venivano denunciati i crimini del regime militare cosa che Menem si era ben guardato dal fare. Inoltre Kirchner si collegò a Lula (Brasile), Chavez (Venezuela), Bachelet (Cile), Vazquez (Uruguay), Correa (Ecuador) e Castro (Cuba), per dare vita a un progetto di sviluppo economico e sociale indipendente dal padrone Usa. Nel 2007, anche per gravi problemi di salute, lasciò il posto alla moglie Cristina Kirchenr , già senatrice del suo stesso partito, la quale vinse le elezioni e proseguì in queste politiche, anche se con meno fantasia, determinazione e successo. La stampa cominciò ad attaccarla perché il debito pubblico era salito dal 45 al 52  del pil e successivamente non aveva pagato gli obbligazionisti dei fondi avvoltoio che avevano partecipato alla ristrutturazione del debito del resto appartenente ai disastri dell’era Menem. Prima ancora della fine del suo mandato e per propiziare un cambio di politica a 180 gradi la Kirchner fu travolta da uno scandalo così fasullo da gridare vendetta: fu accusata di aver ostacolato la giustizia mettendo in atto un piano per insabbiare le responsabilità dell’Iran nell’attentato terroristico contro un centro ebraico, avvenuto a Buenos Aires nel 1994. Insomma cose di vent’anni prima da cui naturalmente è stata scagionata, ma che mostrano con chiarezza le orme di chi stava guidando sottobanco il cambiamento. In Argentina come in tutto il Sud America.

Ora come se la storia non di secolo prima, ma dell’altro ieri fosse stata azzerata e dimenticata gli argentini votarono a grande maggioranza per Macrì che esprimeva anche in maniera più chiara le stesse tesi e prospettive di Menem, ovvero le medesime  che avevano portato il Paese al disastro totale e questo perché una campagna mediatica aveva convinto che si sarebbe potuti uscire dalla nuova crisi con gli stessi metodi che avevano provocato la prima e naturalmente brandeggiando il timore di default tecnico di cui agli argentini frega relativamente ma impaurisce quegli investitori che invece di impiantare attività produttive si sono limitati a investire in titoli di stato, per la gran parte emesso in dollari. Se volessimo classificare l’economia liberista in termini etologici diremmo che è principalmente saprofaga, si nutre di escrementi finanziari, ma fa diffondere l’idea che si nutra di ambrosia. E’ evidente però che tutte queste oscillazioni sono impossibili da concepire senza una funzione mediatica che cerca di camuffare la realtà e di cancellare le sue evidenze.

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Furbetti di default

usuraiFino a qualche anno fa la parola default non esisteva nella lingua corrente ed è stata introdotta solo con la diffusione dei personal computer per indicare una risposta standard del sistema in mancanza di istruzioni precise da parte dell’operatore. E per analogia è passato ad indicare qualcosa di basico, quasi di scontato. Il vocabolo è passato all’inglese  da un costrutto francese, “defaut “, ovvero  mancanza di qualcosa, ma con una connotazione che sta più per bisogno di aggiunte che per un difetto intrinseco e non sta ad indicare di per sé nulla di negativo, anzi per la verità in qualche modo è vicina all’espressione italiana ” di fatto” che esprime una realtà, uno stato di cose in mancanza di interventi che si suppongono più o meno necessari. Tuttavia l’espressione default è presente da molti decenni nell’economia per indicare l’incapacità patrimoniale di un debitore di soddisfare le proprie obbligazioni che è appunto una presa d’atto, qualcosa che esiste “di fatto”.

Tutto questo esame di un lemma non è segno di follia domenicale, ma è invece un passaggio necessario per togliergli quell’aura spaventosa  che ha acquisito negli anni della crisi e che è tornata ad affacciarsi negli incubi degli italiani con l’ennesima e assurda letterina di Bruxelles per rientrare nei limiti bilancio. Anzi viene rilanciata via spread in maniera ancor più forte dopo l’idea di lanciare i minbot, ossia titoli di credito interno per ripagare i debiti della pubblica amministrazione, senza dover ricorrere all’emissione di titoli ordinari. Dall’analisi della parola apprendiamo per prima cosa che default non significa affatto bancarotta, ma semplicemente presa d’atto dell’impossibilità di pagare il debito e solitamente ciò si concreta con la messa la messa a punto di piani per il rientro parziale a seconda delle possibilità del debitore, cosa che probabilmente parecchi noi hanno sperimentato non fosse altro che aderendo alle varie rottamazioni o aggiustamento dei mutui. In qualche caso invece come in quello dei cravattari che devono dare un esempio anche perdendoci o come è accaduto per la Grecia, il default viene negato nella sua evidenza  in maniera da poter spremere il creditore come un limone anche se questo allontana ogni possibilità di ripagare per intero il debito. E in effetti con la Grecia si voleva dare un esempio.

Tuttavia quasi tutti i Paesi del mondo ad economia forte  sono tecnicamente in default secondo le assurde regole di Bruxelles che pretendono un debito non superiore al 60% del pil, una cifra puramente casuale, anzi tirata fuori proprio per per poter portare avanti un progetto politico reazionario:  rientrare in questi parametri,  anche se avesse un qualche senso,  sarebbe impossibile per il Giappone, per gli Usa, per la Francia e anche per la stessa Germania che è stata così furba da nascondere sotto il tappeto il proprio debito, semplicemente non mettendo nel bilancio federale parecchie voci del welfare e persino i debiti dei Länder che da soli superano abbondantemente i 600 miliardi. Lo si può fare perché in realtà le teorie austeritarie sul debito hanno assai poco senso, ciò che conta è il flusso commerciale e il livello di indebitamento complessivo, compreso quello dei privati, il livello di inflazione e via dicendo. Così l’italia che ha una delle spese pubbliche più basse del continente, una bilancia commerciale in attivo,  che negli anni ha avuto deficit di bilancio assai più modesti di molti altri Pesi Ue e che ha uno dei risparmi privati più alti al mondo , si trova a dover subire questo vero e proprio stalking da parte dei maniaci di Bruxelles e dell’ubriacone che prende la mancia da Berlino, oggi ancor più avvelenati per essere riusciti a domare quello che credevano il nemico principale, ovvero i Cinque Stelle e che invece si sono ritrovati col Salvini rampante, il quale per rimanere in vetta non può che alzare la posta. Diciamo che a Bruxelles non sono molto lucidi, né brillanti.

D’altra parte se dovessimo ripagare i quasi 2400 miliardi debito pubblico con un pil di circa 1800 miliardi, bisognerebbe sborsare cifre enormi per interi decenni, più o meno una cinquantina di miliardi per trent’anni. Si tratta di una cifra politicamente impossibile da raggranellare e che per giunta finirebbe per far diminuire il Pil creando una spirale senza fine, oppure significherebbe crescere ogni anno di almeno il 2,5% sull’anno precedente, il che è altrettanto chimerico, specie in un periodo in cui la stessa Germania declina. Quindi l’Italia, così come molti altri Paesi è tecnicamente in default da un bel po’ ed esattamente da quando ha adottato l’euro, rinunciando alla flessibilità monetaria che rendeva il debito sopportabile. Tuttavia lo spettro viene agitato senza riconoscere lo stato di fatto per due motivi: innanzitutto perché non conviene soprattutto ai creditori che dovrebbero accontentarsi delle briciole anche se  in questo caso essi sono al 70% italiani e in secondo luogo perché un presunto salvataggio da un default che è da sempre stato strutturale rispetto alla regola manicomiale del 60%, implicherebbe dover accettare un programma draconiano di riforme strutturali ovvero di macelleria sociale, di abolizione dei diritti, di disuguaglianza senza fine. Ed è proprio questo questo lo scopo finale.


Robot e zombi

robot_vs__zombie_by_iamo76-WEBOgni tanto filtrano buone notizie che dovrebbero essere tema di attenta riflessione, di stimolo all’analisi e motivi di riscatto che tuttavia, dopo aver prodotto un breve squillo di tromba, si tramutano in inutile fanghiglia nella morta gora tra politica e dell’informazione senza riuscire smuovere il discorso pubblico dai suoi topoi. Una di questa buone notizie è stata data dal Sole 24 ore meno di una settimana fa:  nel 2017 la  crescita della robotica industriale italiana è stata seconda solo a quella della Cina che come al solito sta su un altro pianeta e oggi produce il 58% dei robot in tutto il mondo. Ora questo è certamente un motivo di orgoglio e di speranza perché risultati così positivi in un campo di punta della tecnologia e per di più raggiunti nel corso di un processo complessivo di deindustrializzazione,  significa che il nostro Paese non è solo pizza , sartoria e turismo straccione, ma ha anche grandi risorse non valorizzate e spesso misconosciute

Ma agitare ogni tanto le bandierine per poi riporle nel cassetto non serve a nulla, anzi innestandosi su una logica perversa che sfrutta i complessi di inferiorità del dopoguerra e della colonizzazione americana, sembra funzionale alla narrazioni dell’oligarchia continentale: il dato ripreso dal Sole infatti ci dice che siamo un formidabile concorrente nel mondo, ma soprattutto in Europa e che il dover operare con una moneta innaturalmente alta per il nostro sistema produttivo non fa altro che castrarci a beneficio di altri sistemi industriali che hanno puntato su produzioni mature, mentre in quelle di punta non appaiono altrettanto forti. Insomma la moneta unica oltre ai deleteri effetti sociali di cui è principale strumento costituisce anche una fonte di dissimetria che avvantaggia indebitamente il centro del continente a detrimento della sua periferia, ma soprattutto dell’Italia che è l’unico vero rivale industriale della Germania. Così sotto il paravento dell’unità europea si nasconde il gioco infame delle egemonie continentali.

Quindi non possiamo stupirci se la scarsa consapevolezza delle nostre possibilità venga  sfacciatamente usata per terrorizzare le persone sul crollo di un’eventuale divisa nazionale che si svaluterebbe del 30 per cento a sentire Mediobanca che dello status quo ha fatto una religione o del 20 per cento secondo banca Nomura. In realtà tutto questo è solo una favola: addirittura c’è che pensa che un futura Lira rimarrebbe stabile, anzi addirittura dopo i primi assestamenti rischierebbe una piccola rivalutazione intorno all’ 1%. che sarebbe comunque vantaggioso visto che un marco tedesco di rivaluterebbe del 14 %  A dirlo non sono io, ma uno studio  dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica., il quale per chi chi non lo sapesse è stato fondato nel 1981 da Raymonde Barre, viene finanziato dallo Stato francese ed è affiliato  affiliato alla mitica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca.  Il cosiddetto rischio di ridenominazione, ovvero di cambio di divisa  è pari praticamente a zero sui tre fronti analizzati dallo studio: bilancio e banca centrale; società sia finanziarie che di altro settore e famiglie. Una tripletta che nessun altro può vantare. Non c’è bisogno di sottolineare che questo studio firmato da Cédric Durand e Sébastien Villemot è stato completamente censurato da noi perché, contrariamente alla vulgata corrente, dimostra che il Paese non ha niente da temere e tutto da guadagnare dall’uscita dall’euro. Addirittura l’Italia è lo Stato che uscirebbe meglio dal trauma del cambio di moneta.

Del resto i timori del mostro nascosto nell’ombra, ovvero del leggendario default sono abbastanza infondati, anche per la stessa Ocse, visto che comunque i titoli di stato venduti fuori dall’Italia rimarrebbero denominati in euro o in caso di abbandono generale della moneta unica in qualche unità di conto europeo che andrebbe a sostituirlo, tipo Ecu o euro bancario. Il fatto è che se anche un eventuale passaggio di moneta sarebbe conveniente per il Paese, non lo sarebbe per la razza padrona che ha trovato nell’euro l’abili perfetto per polverizzare le conquiste sociali dell’ultimo secolo e aumentare a dismisura i propri profitti con pochissimo sforzo: con una moneta nazionale la redistribuzione sarebbe di fatto inevitabile. Purtroppo se la produzione di robot va alla grande, quella di zombie disponibili a farsi intimidire e a vivere sotto la cappa delle narrazioni e della paura è di gran lunga maggiore.


La batracomiomachia dell’Europa

la-batracomiomachia-di-leopardi-guida_064891e8b6d140a3986332f3f49c6a45In questi giorni si leggono montagne di analisi, si avvertono i pesi contrapposti di speranze e di rabbia, ma in realtà si vede che è un brancolare nel buio, un vagare lungo i confini di un territorio sconosciuto, fuori dallo scenario di crescita perenne, di scommesse infinite, di bolle scoppiate e in formazione, di consumismo miserabile che sono state per oltre trent’anni lo scenario di latta del pensiero unico. L’epicentro è la vicenda greca sulla quale prevalgono alcune tesi e previsioni sia pure giostrate in maniera diversa, ma che mi proverò a riassumere, scartando ovviamente la frittura mista di idiozie e di volgare propaganda che circolano in rete e in televisione, oltreché sui giornali tanto cari a Umberto Eco, come misura della verità:

  1. Atene sarà costretta ad uscire dall’euro e dopo qualche anno di caos e ristrettezze, liberata dalla moneta tedesca e dai diktat della troika tornerà a vivere e a crescere nonostante la “guerra” che le verrà fatta dagli oligarchi di Bruxelles.
  2. La Grecia sarà lasciata marcire fino al limite del default nella speranza che il blocco di ogni ristoro da parte della Bce e di qualsiasi apertura sulla trattativa faccia saltare Tsipras e instauri un nuovo esecutivo di servi.
  3. Il governo greco messo all’angolo dall’egoismo e dalla cecità dell’Europa si rivolgerà alla Banca di sviluppo dei Brics che proprio oggi comincia la sua vita operativa per poter sopravvivere nell’immediato ed entrare nel medio termine in una nuova e diversa dimensione del cosiddetto ordine mondiale.
  4. L’Fmi proprio in ragione delle questioni geopolitiche implicite nella vicenda  imporrà all’Europa di cancellare una parte del debito, cosa che servirà pochissimo alla Grecia perché conserverà comunque lo strumento di tortura e di declino ossia l’euro, ma darà a Tsipras e al suo governo l’impressione di una vittoria.

In realtà nessuno è in grado di prevedere cosa potrà succedere perché  le variabili che queste ipotesi comportano sono infinite e il futuro è come si dice in mente dei. Nessuno dei protagonisti ha le idee chiare su ciò che davvero vuole, né Tsipras che ancora giace nella contraddizione dell’euro senza austerità, né gli oligarchi europei incerti se punire Atene per aver osato il referendum o evitare un vulnus drammatico per l’Unione con la Grexit che farebbe esplodere una pentola pressione ormai sul fornello dal 2008: significativa la sorprendente vittoria in Austria di una consultazione per proporre l’uscita dalla moneta unica, che è stata completamente censurata dai media. Nè Washington che da una parte teme l’emigrazione di Atene verso il blocco euroasiatico, ma d’altronde non vuole costringere Merkel e Hollande a cedere  ben sapendo che questo potrebbe indurre la destabilizzazione dei suoi maggiori alleati europei e dare indirettamente credito e forza al referendum di domenica.

In effetti il vero scandalo nel mondo a governo finanziario, la vera novità indomabile è proprio la consultazione popolare e la sua schiacciante vittoria nonostante il gigantesco meccanismo mediatico messo in piedi per far passare il sì o quanto meno rendere la vittoria del no risicata.  E lasciatemi aggiungere anche contro le segrete speranze del governo greco, che da numeri più modesti avrebbe tratto spunto per ulteriori e plateali cedimenti. Si è trattato di una vittoria esclusivamente popolare che ha spiazzato tutti, che ha sparigliato le carte e che per la prima volta da decenni è piombato come un oggetto estraneo su trattative, accordi, trattati sempre discussi a porte chiuse tra potenti decisi a contrastare la democrazia, dentro una specie di vero e proprio golpe. Un metodo oligarchico che naturalmente si è risolto in una catastrofe: se si fossero chiamati gli scemi del villaggio a pensare l’Unione, le sue regole e i suoi tempi, probabilmente non si sarebbero commessi tanti e clamorosi errori.

A questo punto credo che sia troppo tardi per pensare che gli stessi personaggi, le stesse forze, gli stessi ambienti, la stessa mentalità che hanno portato a tutto questo possano trovare una via d’uscita dalle forze centrifughe che stanno disgregando l’Unione. L’Europa ha un’unica possibilità di sopravvivere, quella di tornare alla democrazia e affidare ai cittadini la decisione su trattati e istituzioni ormai improponibili, frutto di un’ideologia entrata nella sua fase di declino e perciò stesso portata a sostenersi grazie al puro potere. Solo questo potrà costringere le oligarchie a fare un passo indietro, a proporre soluzioni concordate per uno smantellamento della moneta unica, a varare una vera Costituzione, a riformare gli istituti di partecipazione o al limite stabilire che uno spazio comune di lavoro, di libera circolazione di merci e persone e di regole generali condivise, possa essere la premessa  per una ricostruzione lenta e partecipata della Ue. Insomma un ripartire dalle fondamenta per arrivare al tetto e non una  costruzione elitaria del tetto per far sì che le fondamenta si adattassero in qualche modo. Se non sarà così allora meglio il liberi tutti.


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