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Nigeria, oro nero nero

En Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ebbe inizio i giornali parlarono del processo del secolo, del j’accuse contro quel colonialismo cui era stata data la definizione eufemistica di cooperazione allo sviluppo, sviluppatosi in modo abnorme  nell’era craxiana con il tandem Forte-Boniver diventato così leggendario da fare irruzione perfino nelle barzellette, e che insieme a know how, investimenti e tecnologie aveva “trasferito” come si diceva allora anche abitudini predatorie, speculazione, corruzione e  pratiche di “rafforzamento istituzionale” destinate a consolidare le tirannie sanguinarie di despoti locali.

Invece il caso Opl 245, l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una specie di Eldorado offshore dell’oro nero(le sue riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio) a processo iniziato il 5 marzo 2018, dopo il rinvio a giudizio nel 2017 di 13 tra manager (tra i quali l’amministratore delegato Descalzi tuttora al suo posto), politici e intermediari accusati di corruzione internazionale e difesi da una task force di principi del foro, dall’ex vicepresidente del CSM Carlo Federico Grosso, all’ex Guardasigilli Paola Severino, è stato prudentemente estromesso perfino dalle brevi in cronaca e la stampa ha steso una cortina fumogena tanto che dell’Eni in Nigeria si parla solo per magnificare l’impegno dell’azienda volto a “ rimediare con un sistema di drenaggio delle acque alle gravi inondazioni che da anni devastano il villaggio di Aggah”, per celebrare la conversione del cane a sei zampe in generoso San Bernardo.

E’ perfino difficile ricostruire la vicenda del giacimento assegnato nel 1998 per 20 milioni di dollari – una frazione irrisoria del suo valore attuale – alla Malabu Oil & Gas, una società  la cui proprietà occulta veniva fatta risalire all’allora ministro del Petrolio Dan Etete, uno dei fedelissimi del dittatore Sani Abacha, e ceduto a Shell ed Eni in cambio di un pagamento di 1,3 miliardi di dollari, 1,1 miliardi dei quali sono stati trasferiti alla Malabu invece che allo Stato nigeriano, in qualità di tramite e mediatore per conto società di Etete e dei suoi famigli.

Per anni la Procura di Milano (al centro di un depistamento ordito per insabbiare l’inchiesta)  ha indagato sulla trama  degli spostamenti di fondi  del denaro di Eni e Shell,  transitati per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi  indirizzati in altri innumerevoli rigagnoli riconducibili a   conti correnti di politici nigeriani di alto livello, intermediari e vertici della nostra più prestigiosa impresa nazionale.

Deve essere per questo che, a conferma dello spirito di fattiva collaborazione che anima i due Paesi, con la Nigeria non è stato necessario un memorandum sulla falsariga di quello sottoscritto con la Libia (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/02/libia-la-smemoranda-dei-governi/ ) per “porre le basi per una cooperazione e per contrastare l’immigrazione clandestina”, benchè il presidente della Regione Campana non perda occasione per denunciare come quel paese invii qui la sua mafia locale importando da noi il suo patrimonio di competenze  malavitose col quale infiltra la nostra camorra.

A rafforzare le intese malgrado questo incidente di percorso, ci aveva pensato a gennaio il Conte 1 con una visita di Stato in Niger nel quadro, come ebbe a dire “di un percorso di rafforzamento della partnership con i Paesi africani e  a dimostrazione dell’importanza che il Paese, situato alla frontiera meridionale della Libia, riveste per l’Italia” in qualità  di  interlocutore privilegiato per “coniugare, in stretto concorso di forze, sicurezza e sviluppo, un binomio fondato su numeri e impegni ben precisi: da un lato sostegno all’addestramento delle forze di sicurezza nigerine, missione, avviata dalla Ministra Pinotti,  che reca il marchio di un zebù e il motto ciceroniano Non nobis solum, cui partecipano da settembre 92 soldati italiani, che hanno già provveduto alla formazione di 260 militari, e alla fornitura di mezzi ed equipaggiamento per il controllo dei confini, dall’altro programmi di cooperazione (ne farà parte anche la nomina a console di un uomo Eni?) a sostegno delle donne, dell’imprenditoria giovanile e dell’agricoltura su cui finora sono stati investiti circa 80 milioni di euro”.

Si continua a chiamare cooperazione, collaborazione, produttiva concordia e che altro, l’occupazione a scopo coloniale del paese del Sahel da parte di contingenti di Stati Uniti, Francia, Germania, Canada e Italia che viene motivata con una sedicente  lottacontro il terrorismo, con l’altrettanto sedicente controllo a monte delle migrazioni e con il più verosimile intento di proteggere gli investimenti stranieri. Periodicamente i soldati presenti e quelli provenienti da una ventina di paesi occidentali e africani, effettuano muscolari esercitazioni  militari congiunte  con lo scopo di “rafforzare la collaborazione tra le forze di sicurezza africane per proteggere i civili dalle violenze legate all’estremismo religioso”, nel contesto dell’iniziativa statunitense del 2003,  la Pan Sahel initiative, e poi nel 2004 la Trans-Sahara counterterrorism partnership, che hanno interessato il Ciad, il Mali, la Mauritania, il Niger, l’Algeria, il Burkina Faso, il Camerun, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia per  promuovere “l’addestramento di unità dell’esercito specializzate nel contrastare le minacce terroristiche e la diffusione del radicalismo”.

E vi pare che potevamo far mancare il nostro contributo a queste azioni a alto contenuto umanitario e morale? celebrato nel mese di luglio proprio a Niamey, capitale nigeriana, in margine alla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana durante la quale è stato ratificato l’accordo e i protocolli esecutivi per realizzare compiutamente   quella Zona di Libero Scambio che istituisce una grande area commerciale, forse la più grande del mondo, che vuol fare dell’Africa e delle sue risorse un immenso supermercato.

il progetto è quello di una fiera free duty e free tax, un outlet con dietro ai banconi le solite multinazionali e gli eserciti per ne tutelano la presenza e gli affari , sempre meno minacciati da popolazioni locali ridotte allo stremo da guerre, comodi conflitti interni alimentati da fuori, fame e sete, espropriati dalle risorse che mantengono la nostra magra eppure dissipata sopravvivenza, dandoci l’illusione che non siamo a rischio, anche se non è difficile immaginare cosa può attenderci in qualità di propaggine molesta del continente nero, da sospingere con ogni mezzo  in basso, verso quelle geografie disumane dove, come in Nigeria, ultima nell’indice di sviluppo umano, prima nell’appalto del controllo dei migranti a disposizione di chi ha bisogno di schiavi, e dove 5 persone possiedono una fortuna combinata che supera di gran lunga  il bilancio dello stato.

 

 

 

 

 


Marco Polo contro Colombo

marco-polo-caravan-in-una-illustrazione-dal-catalano-atlas-circa-1375-marco-polo-1254-1324-era-un-mercante-veneziano-traveler-e-il-piu-famoso-occidentale-hanno-viaggiato-sulla-via-della-seta-eccelleva-tutti-gli-altri-viaggiatoriOggi voglio parlare d’altro rispetto ai temi roventi interni ed esterni e dunque in un certo senso immergermi in orizzonti più limpidi e meno confusi, vedere più lontano senza la nebbia della cronaca che incalza. Mi sarebbe piaciuto partire dalle Filippine, ma una notizia letta sulla Die Welt mi induce a cominciare da luoghi più vicini anche se certamente meno amichevoli da quando abbiamo la Ue dell’euro. La Atlantik-Brücke o Atlantic Bridge, un’associazione fondata nel 1952 come centro per la propaganda Usa nell’Europa di lingua tedesca, si trova costretta a riconoscere di aver fallito nel proprio scopo: da un’ indagine da essa stessa promossa, risulta che l’85% dei tedeschi è ostile agli Stati Uniti e alla sua politica, mentre il 43% vede la Cina come un partner più affidabile per la Germania rispetto agli Usa  (vedi qui) . Si tratta di cifre inconcepibili solo una trentina di anni fa e che mostrano gli enormi cambiamenti intervenuti negli ultimi tempi, soprattutto dopo la crisi e la sventagliata di guerre sante e democratiche combattute nel nome della eccezionalità imperiale e del suo esclusivo dominio planetario, ma che alla fine hanno visto l’emersione di una multipolarità sempre più accentuata. 

Ed è queste la cornice in cui si inseriscono le cronache filippine il cui impatto richiede un minimo cappello storico: il Paese divenne colonia statunitense nel 1898 dopo l’invasione di Cuba e la guerra ispano americana che comportò per Madrid la cessione di queste isole a Washington. Alla popolazione che aveva combattuto contro le truppe spagnole pensando all’indipendenza, la cosa apparve ( e in effetti lo era) un ignobile tradimento tanto che per un  decennio infuriò una rivolta che gli Usa soffocarono nel sangue, arrivando, su idea del generale  Jacob H. Smith, alla creazione di decine di campi di sterminio nei quali venivano uccisi tutti i maschi al di sopra dei dieci anni. Lo scopo era ridicolo e, mutatis mutandis, non molto diverso dalle vicende di oggi ovvero quello di “educare i filippini, innalzarli, civilizzarli e cristianizzarli “, trascurando il fatto che essi avessero abbracciato il cattolicesimo da tre secoli. Naturalmente si evita di narrare queste vicende che sporcano  e rendono irriconoscibile la linda storia ufficiale persino nelle filippine stesse e questo mostra  lo stato di soggezione totale in cui si è svolta la storia post coloniale dal dopoguerra fino ad ora. Oggi però le cose stanno cambiando e in maniera del tutto imprevedibile fino a qualche anno fa. Nel 2012 la Cina aveva inviato navi per la reclamare la propria quasi millenaria sovranità sugli isolotti Huangyan, piccoli affioramenti sabbiosi a largo di Luzon, nel mar cinese meridionale, importanti sia per la pesca che dal punto di vista delle possibilità estrattive sotto il mare che le circonda.

Questo avrebbe dovuto guastare i rapporti tra i due Paesi anche oltre il livello normalmente determinato dalla cricca filo americana al potere sotto qualunque presidente. Invece la contesa si è ricolta in un accordo tra Pechino e il presidente filippino Duterte, per lo sfruttamento congiunto delle risorse nelle zone che non presentano motivo di dissidio: la compagnia petrolifera filippina nazionale e quella cinese hanno stretto un accordo per lo sfruttamento di eventuali risorse i cui frutti andranno per il 60 per cento a Manila e per il 40 alla Cina, nonostante tutte le tecnologie e i mezzi di esplorazione/ estrazione siano cinesi. È facile dedurre che si tratta di una risposta asimmetrica da parte di Pechino al tentativo americano di aumentare le tensioni nella regione, come ad esempio con la recente comparsa di guerriglieri Daesh a Mindanao (chi li avrà mai trasportati dal Medio Oriente fino a lì?) fatto che peraltro ha spinto Duterte all’acquisto da Mosca dei missili S400 e altri tipi di armamenti. In ogni caso siamo distanti mille miglia dal modus operandi del vecchio ordine mondiale unipolare in cui la forza e il potere militare sono imposti da Washington praticamente dovunque: qui si assiste alla sostituzione delle armi, delle operazioni coperte e dell’arancionismo pagato a cottimo, con piani di prosperità comune. Una tecnica di approccio strategico di Pechino in tutte le aree del pianeta dunque niente affatto episodico, ma intrinseco alla sua millenaria cultura. Basta vedere la differenza tra questa vicenda e il grande imbroglio del Venezuela per toccare con mano la differenza tra i due mondi. Duterte ha compreso, probabilmente meglio di qualsiasi altro leader dell’ordine internazionale multipolare, l’opportunità di controbilanciare l’influenza americana nella regione attraverso gli investimenti cinesi. quando avremo il bene di comprenderlo anche noi? 


I Bontonnari

ipoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non può non suscitare ribrezzo la fisiologica e prevedibile evoluzione del celodurismo che si accanisce su disperati titolati al riconoscimento dello stato di rifugiati maturato grazie a empie imprese coloniali, ruberie, alleanze con dittatori locali speculari e empatici, naturale progressione di misure e atti che vanno dall’introduzione del reato di immigrazione illegale della Bossi-Fini, ai Centri/galera della Turco, dalla “cooperazione” africana di Renzi pro-Eni e malfattori indigeni, alla ripulsa irridente dei corridoi umanitari, fino alla unanimemente apprezzata linea anche quella “dura” sui rimpatri forzati, sull’estensione del sistema della detenzione amministrativa, sulla proposta di riforma del processo civile per la trattazione dei ricorsi in materia di protezione internazionale,  con  l’eliminazione del grado di appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado, sacrificando così in maniera evidente i diritti delle persone vulnerabili all’esigenza di alleggerire il carico dei Tribunali e dei centri di accoglienza, facendo in sostanza ricadere sui richiedenti asilo le disfunzioni di un sistema amministrativo e la sofferenza del sistema giudiziario, non solo in materia di rifugiati.

Si vede proprio che il nostro processo di civilizzazione colloca in cima ai nostri valori “umani” il bon ton che ci fa vergognare – ed è doveroso- del ripugnante Salvini, così becero, così villano, così estraneo al nostro consorzio di compiti benpensanti  e passare sotto silenzio altri tipi di sopraffazione se perpetrata da qualcuno, molti, a noi più affini per educazione, buone letture, appartenenza a circoli e consorterie accettati e sintonizzati su standard europei.

Se c’è un bastone che tiene dritte le bambole di pezza che fanno opinione da noi  deve proprio essere l’ipocrisia che fa stendere sulla nave dell’infamia il red carpet al passaggio delle star e starlette dell’ordine pubblico secondo Minniti, del salvataggio delle banche criminali e dei loro protettori, dell’astensione da ogni critica e da ogni richiesta di doveroso risarcimento da parte dei responsabili e correi di una strage, del richiamo ai principi di uno stato di diritto gridato da chi ha cancellato Stato e diritti .  E che sdogana l’accusa di razzismo contro altri colori, altre religioni, altri usi, altre cucine secondo una gerarchia molto apprezzata che situa in posizione più accettabile  l’intolleranza contro i poveri, anche residenti e provvisti di regolare cittadinanza, colpevoli di aver ceduto ai loro ricatti quindi già preventivamente destinati a condizioni di inferiorità, che racconta e  propaganda i suoi valori umanitari appoggiando avventurismo imperialista e predone e favorendo l’import  di mano d’opera  competitiva rispetto ai viziati connazionali.

Ormai parlare di questo è audace, ormai per avvicinarsi alla verità occorre prima esibire credenziali e attestati per non essere immediatamente assimilati alla fetida consorteria 5stelle e Lega, visto che la realpolitik è stata doverosamente convertita alla pratica quotidiana di pesare sulla bilancia non più  il “meno peggio”, ma quello vestito meglio, quello che ha più dimestichezza con la consecutio magari solo per “fortuna”, quello che assomiglia di più a Macron, quello che possiede un maggior know-how di sfrontatezza e navigazione in acque governative.  Così si accolgono come soluzioni benedette, è il caso di dirlo, la pietas e l’accoglienza che perpetuerà esenzioni dall’Imu e altri  beati privilegi,  ci si compiace della resipiscenza di concessionari e costruttori cui non basta la riconferma della gestione della manutenzione e propongono “nuove infrastrutture” per immortalare profitti, ci si delizia del dinamismo ardimentoso dei magistrati che indagano il barbaro e allo stesso modo della riflessiva cautela di quelli di Genova.

Altrimenti si deve scegliere il silenzio, come è successo dove invece sarebbe giusto gridare e dove la politica/spettacolo del dolore non si è recata anche se non sarebbe stata fischiata perché quelli che sono stati zitti   in ricordo delle 299 vittime del sisma che due anni fa esatti devastato mezzo Appennino tra il Lazio, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo e di paesi che non ci sono più, non si aspettano nulla né da quelli di prima, che li hanno abituati allo scherno dell’abbandono né da quelli di oggi che sfilano con il lumicino “in forma privata” o che fanno un po’ di esercizio di feroce qualunquismo – Renzi docet – riproponendo i vecchi slogan della semplificazione contro le pastoie della burocrazia.

Perché ad Amatrice devono essere consegnate ancora 300 casette e il centro per chi arriva da Roma, è completamente spianato: dell’hotel Roma non c’è neanche più il basamento, al posto del convento delle suore hanno messo un enorme macchinario che tritura pietre e cemento, dove c’era l’ospedale c’è solo un gran buco. Perché quelle che ci sono  piene di disfunzioni e non sono compatibili con territorio e condizioni climatiche. Perché  nonostante le tre ordinanze che prevedevano la riqualificazione o costruzione di 235 edifici scolastici nelle zone terremotate,  ne sono state “individuate”  21 scuole individuate e  ricostruite solo tre. Perché a confermare la morte di centri abitati da Sant’Angelo a Saletta fino a San Lorenzo a Flaiano c’è la chiusura di strade ancora ingombre di macerie (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/07/19/castelluccio-il-deltaplano-caduto/).  Perché i rimasti, – gli sfollati sono più di 50mila, nelle quattro regioni del cratere- hanno dovuto affiggere manifesti davanti alle loro rovine: no selfie.  Perché in due anni è stato rimosso meno del 50% delle macerie pubbliche : su un totale stimato di 2.667.000 tonnellate di macerie pubbliche ne risultano rimosse 1.077.037 tonnellate (il 40%), di cui il 12% in Abruzzo, il 43% nelle Marche, il 39% nel Lazio e il 72% in Umbria. Perché i fondi destinati dallo Stato alle aree terremotate ammontano a 250 milioni di euro, di cui 190 milioni per gli edifici pubblici, poca cosa per salvare il cuore del Paese, quando per salvare il portafogli di pochi (da Montepaschi a Etruria fino ai due istituti veneti) sono serviti 31 miliardi.

Sono passati due anni, due commissari, tre governi. Ma non è ancora passata ‘a nuttata.

 


Schiavi contro schiavi

imagesschAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pensavate che sarebbero stati zitti, sperando che quelle immagini invecchiassero rapidamente come tutta la merce del web, che i fan dell’aiutiamoli a casa loro, tra il manovratore delle ruspe, come l’ex premier irriducibile  innamorato della cooperazione allo sviluppo nostalgica di Forte e Boniver, quando comandava uno degli astri del suo gotha, come il ministro più popolare del governo, deciso a portare il suo Daspo anche oltremare, come la ministra  più munifica in investimenti per armamenti sia pure taroccati, convinta che la pace si ottiene solo muovendo  guerra?

Macchè, da buoni cattivisti dopo il primo pietoso compianto cristiano – in netta contrapposizione col credo feroce degli schiavisti sicuramente islamici, hanno già cominciato a dichiarare compuntamente    che in fondo è meglio “venduti e comprati” che morti annegati, meglio servi senza paga, ma vicino a casa che sottomessi ai caporali in terra straniera, e che, comunque, stanno male anche tanti di noi,   senza lavoro, senza casa, senza cure.

Ormai le disuguaglianze segnano talmente il nostro tempo che oltre alle differenze delle esistenze che regnano tra i sorteggiati della lotteria della vita, siamo soggetti anche alle difformità della morte, vittime di attentati in Europa un bel po’ più su in graduatoria dei civili di Aleppo, scolaretti sparati nello svolgersi del sogno americano in Texas o Indiana, molti gradini più in altro di bambini senza nome annegati vicino alle nostre coste.

E ci siamo abituati pure alle gerarchie di diritti, dignità e libertà, considerati prerogative  e appannaggio delle geografie della civiltà superiore e dei suoi nativi, beatamente letargici e cullati dalla illusoria convinzione che a loro non potrà mai succedere. E nell’altrettanto ingannevole certezza che finalmente è arrivato l’indispensabile uomo forte, che ci risparmia  da invasioni epocali, da esodi insostenibili, e in sovrappiù ci esonera  dall’accusa vergognosa di essere xenofobi e razzisti, tenendo lontano da noi perfino il rischio  morale.

E vi pareva che non avrebbe riscosso consenso plebiscitario l’autoritario dirigista  incaricato dalla provvidenza  di tutelare il decoro occidentale compromesso dai poveracci in ogni latitudine, delegato a stringere patti diplomatici e commerciali con   despoti sanguinari, gradito perfino agli oppositori di partito, illuminati dal raggio del suo decisionismo, coerente con abitudini a trattative opache con disparate tipologie di poteri criminali, mafia o  tiranni messi su  troni mai abbastanza traballanti  dall’impero e i suoi commissari, dietro le quali ferve l’attivismo di imprese in odor di colonialismo, corruzione, spaccio di armi, malaffare da esportare sotto ogni bandiera.

E vi pareva che per mesi non sarebbe stata decantata la sua capacità ed efficienza nel bloccare i molesti sbarchi alla faccia dei soliti disfattisti, che sapevano bene che quelli che non partivano erano intimiditi, minacciati, reclusi in lager, oggetto di torture e sevizie, deportati nel deserto, informazioni queste accessibili a chiunque non voglia fermarsi a sentire invece di ascoltare e guardare invece che a vedere.

E adesso è già ripresa la solita lagna del siamo stati lasciati soli  da un’Europa cui abbiamo giurato ubbidienza e servitù, ma volontaria a differenza degli schiavi della tratta libica, tanto che mai abbiamo avuto il coraggio di dire no, di spezzare le catene dei fiscal compact, di reclamare la restituzione di quanto diamo agli strozzini per pagarci l’ammissione e mantenere l’iscrizione al club, di riappropriarci della sovranità estorta con minacce e ricatti del racket, che pretende il sacrificio di democrazie e autodeterminazione sull’altare  di una  élite (gruppi dominanti di finanza, banche, multinazionali, lobby)  che ha prodotto una deterritorializzazione, una denazionalizzazione, una fluidificazione del potere che affida alle classi dirigenti “cartografiche” e alle loro campagne elettorali compiti esecutivi di killeraggio e massacro sociale.

Soli ci avevano già lasciati da tempo, trattandoci da espressione geografica pigra, indolente e cialtrona, da sud codardo e accidioso condannato ad annettersi a continenti sfruttati e depredati per la creazione di un bacino di subalterni fino alla schiavitù, un esercito da spostare qua e là in perenni migrazioni dove il dio mercato chiama.

Non possiamo chiamarci fuori, non verremo assolti per la nostra correità solo perché siamo inconsapevoli vittime,  se già ci facciamo comprare e vendere, se continueremo a crederci padroni di noi stessi e liberi e migliori, quando accettiamo lo stesso destino e subiamo la stessa infamia di quelle vite nude oltre il Mediterraneo. Oggi a loro domani a noi, con un domani che è già qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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