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Altro che Zuckenberg

Apple-iPhone-Privacy-Mark-Zuckerberg-FaceBook-CEO-Shows-Support-for-Apple-Encryption-Battle-MWC-2016-Mobile-World-Congress-FBI-v-646685Mi viene da piangere, ma anche un po’ da ridere quando tocco con mano l’ingenuità di chi crede di essere completamente libero e che questa libertà abbia in qualche modo la propria acmè nella rete. Per non parlare della mitopoietica tardo capitalista collegata a miracolosi arricchimenti per via di talento, fame di soldi, creatività, produttività e quant’altro che nulla riesce a disilludere come la fede nel terno al lotto che verrà. Anche quando un evento imprevisto  permette di accartocciare tutta questa paccottiglia e buttarla nel cestino.

Uno di tali accadimenti è la vendita di milioni di profili a fini elettorali da parte di Facebook a Cambridge Analytica, un analogo di quell’Oxford Analytica per la quale lavorava Regeni, cosa che peraltro non dovrebbe stupire perché Facebook è nato proprio con il furto di identità dall’archivio studenti dell’Università di Harvard e non dovrebbe nemmeno scandalizzare più di tanto visto che alla fine questo “scambio di facce” si è concretizzato nel semplice invio di messaggi e materiale elettorale: alcuni dentro il potere sono stati semplicemente più efficienti nella battaglia per la mercificazione del voto. Ci si dovrebbe domandare piuttosto chi davvero ha in mano i social network, se la  piccola oligarchia di arricchiti che compare in palcoscenico, oppure essi facciano pienamente parte degli arsenali delle oligarchie di comando. La stessa creazione e crescita di Facebook ci può dare qualche indizio: nel febbraio del 2004 quando nasce all’interno della più celebre cittadella dell’elite di comando americana, ovvero Harvard vi erano già centinaia di social network, alcuni di livello globale e legati alle major dell’intrattenimento come My Space, altri più piccoli, ma comunque con milioni di utenti e praticamente non c’era un’ università che non avesse la sua rete. Dunque non si trattava per nulla di una novità  e tuttavia si diffuse praticamente nell’immediato in tutti gli atenei della Ivy League e anche in qualche università californaiana. Solo dopo più di un anno venne registrato il dominio e si stabili che al social network si potessero iscrivere tutti quelli con un indirizzo di posta elettronica con dominio universitario .edu, oppure, cosa davvero singolare, quelli che avevano una  mail con dominio .ac.uk  che corrisponde all’isola di Ascensione, 91 chilometri quadrati, 1100 abitanti, territorio d’oltremare britannico, ma che ha una vasta base della marina americana la quale gestisce sistemi di spionaggio elettronico di massa attraverso uno dei terminali di Echelon.  Vengono accettati anche altri pochi domini speciali provenienti da postazioni militari americane all’estero

In realtà Facebook fu aperto a tutti quelli che avevano più 13 anni solo nel settembre del 2006 ed è così che dal sessantesimo posto nella graduatoria Usa passò al decimo per arrivare successivamente  al primo nel mondo diffondendosi in poco tempo in 100 lingue diverse, ma diciamo così su una base consolidata di rampolli dell’elite statunitense e dei suoi spioni. D’altro canto non si può non rimanere meravigliati dal fatto che questo sforzo finanziario sia stato reso possibile all’inizio con la piccola e marginale pubblicità dei banner e in seguito con una sempre maggiore invasione pubblicitaria, ma che non rende certo quanto il livello di quotazione borsistica faccia supporre e che non giustifica i 2 miliardi dollari persi in dieci anni. Si ha come l’impressione che vi sia stato un qualche nume tutelare dietro questa ascesa.

E adesso vi racconto anche un’altra cosa davvero strana: dall’inizio del 2014 si può accedere a Facebook in forma anonima tramite il navigatore per il web profondo Thor e l’indirizzo  https://facebookcorewwwi.onion/, una cosa che prima era considerata pirateria dallo stesso Zuckenberg, ma diventata perfettamente legittima nell’anno in cui la vicenda Ucraina e quella siriana hanno portano a un deciso riavvicinamento di Russia e Cina, a uno stato conflittuale tra un impero deciso a non mollare la sua primazia e la formazione di un blocco alternativo di dimensioni gigantesche da ogni punto di vista. Questo come altri sistemi servono ad aggirare il blocco che Pechino, così come altri governi, hanno posto a Facebook  e a Google, dunque a una guerra di logoramento sul terreno della comunicazione. Ora chi ha creato Thor e l’onion routing? Pensate un po’ l’ Us Naval Research Laboratory con sede a Washington, ma che ha uno dei propri punti focali nell’isola di Ascensione:  .ac.uk

Saranno coincidenze, ma si ha l’impressione che la vera colpa del povero Zuckenberg è stata quella di aver permesso non si sa quanto consapevolmente un sghetto verso quella parte di elite che è stata all’origine delle sue fortune. Qualcuno sta scoprendo solo ora che per i social network siamo merce, così come lo siamo per l’intero sistema di comando e si batte il petto anche se non si capisce davvero cosa si possa fare nel contesto del paradigma neoliberista attuale il quale dalle libertà individuali è arrivato in pochi decenni al grande fratello.

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Figli di Trojan

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E cosa dovevano fare? Troppi ostacoli si erano frapposti alla realizzazione del sogno ereditato dal Cavaliere, quello di mettere un definitivo bavaglio che impedisse la rivelazione delle magagne,  alzando una rete di protezione  che desse riparo da una conoscenza diffusa di  fenomeni di corruzione, conflitti d’interessi, evasione fiscale, sopraffazioni privatistiche. Così si sono accontentati di un bavaglino, più consono alla salvaguardia delle macchie, evidente riprova delle marachelle di un ceto di governo di bulli e pupe continuamente sorpreso con le dita nel barattolo della marmellata.

Così abbandonata l’ipotesi di un provvedimento organico che “disciplinasse” la materia delle intercettazioni telefoniche, telematiche, ambientali,  della comunicazione e del connesso rispetto della privacy dei cittadini – chiamata in causa solo per meglio esaltare le doverose differenze tra noi e i cosiddetti detentori di “guarentigie”, secondo l’arcaica semantica del privilegio.

Dismessa per un po’  la  determinazione ad infliggere un’altra ferita a morte esemplare alla Costituzione con la modifica dell’articolo 68, grazie a una serie di proposte presentate da fiancheggiatori spavaldi, da associati a ministri preoccupati per intemperanze domestiche,  da qualcuna di quelle vezzose gregarie sempre pronte  a porgere la borraccia   ai campioni del liberticidio, hanno furbescamente infilato   i captatori informatici – definizione usata quando i trojan, software malevoli che infettano un pc o uno smartphone e lo controllano da remoto, sono usati dall’autorità giudiziaria a fini investigativi –  nel provvedimento di modifica del processo penale, durante una letargica seduta notturna della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Come? ma  grazie a un proditorio emendamento, presentato, indovinate un po’, dal Pd. Cosa che poco ci meraviglia: si chiamasse Pds, Ds, o Pd nulla aveva fatto di concreto per ribattere alle richieste pressanti contro le invasioni della privacy nei vizi dell’utilizzatore finale, proprio come nulla era stato fatto per risolvere la questione del conflitto d’interesse, della corruzione, del malaffare, anche quelli ereditati e esercitati con l’entusiasmo di chi vuol battere il maestro.

Preferendo allora lasciar correre, o meglio ancora godere di descrizioni pruriginose, di cronache di cene eleganti, travestimenti combinati con lo stesso esibizionistico uso di mondo nello sbrigare affari sporchi, stringere patti osceni e scellerati. E figuriamoci adesso che sono toccati nelle loro prerogative, nei loro privilegi, nelle loro guarentigie e nei loro loschi traffici, adesso che grazie a intercettazioni sappiamo delle manovre per far fuori Letta, delle trattative premier-guardia di Finanza, dell’occupazione mafiosa della Capitale, tramite Coop, delle baruffe domestiche di una ministra e del suo prestigioso quanto avido gigolò, figuriamoci se adesso non partivano alla carica.

Così, fatti salvi i reati di mafia e terrorismo le intercettazioni  tramite  programma-virus saranno “consentite soltanto qualora ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. Inoltre non saranno divulgabili – la pena prevista è 4 anni – e sarà un decreto ministeriale a decidere gli strumenti per poterle eseguire

È un bel risultato: con  un colpo solo si limitano le funzioni della magistratura e il diritto a “sapere” dei cittadini. E fa davvero sorridere l’esibizione vanitosa, l’ostensione narcisistica di un ceto che comunica in rete, su Facebook, con i Tweet preferendoli agli strumenti della comunicazione istituzionali, che annuncia nel web leggi e provvedimenti, che dice e disdice tramite post, sentiment e sms, mentre appena l’informazione esula dall’ambito di quello che si vuol far conoscere, per accreditare l’immagine benevole e domestica di “uomini qualunque”, di gente comune, allora scattano restrizioni, censure, rivendicazioni dei diritti di riservatezza.

Quella riservatezza negata a gente comune di serie B, a uomini qualunque di fibra sintetica, ai lavoratori, la cui privacy è stata cancellata autorizzando la raccolta di dati relativi all’uso di computer, telefoni cellulari, iPhone, iPad, permettendo  una sorveglianza continua su ogni mossa del singolo lavoratore,  legato da una sorta di guinzaglio elettronico a chi vuole controllarlo. Quella preclusa a noi, spiati perennemente da telecamere, monitorati a ogni transazione commerciale e a ogni operazione bancaria, sotto  osservazione continua per quanto riguarda gusti, inclinazioni, scelte, consumi, credo religioso o comportamento alimentare, grazie all’invadenza insostenibile esercitata da chi sovrintende alle nostre vite con il commercio insano di mailing list, estratti conto delle carte di credito, perché  nulla sfugga al dio mercato e ai suoi sacerdoti.

E non a caso la squallida acrobazia dei funamboli del Pd è affidata a un emendamento, a confermare la volontà di un ulteriore accentramento di poteri nelle mani del partito del premier, che così si libera del Parlamento di cui viene certificata l’irrilevanza, all’insegna di una totale perdita di trasparenza del processo legislativo nel suo insieme, con il passaggio dalla sede parlamentare, comunque controllabile dall’opinione pubblica, alle opache stanze del governo.

È che a loro si addicono le disuguaglianze, le gerarchie, le graduatorie, le differenze, così devono essere disuguali anche le libertà, le loro, perché sono “loro”, le nostre controllate, represse,  sorvegliate, ridotte, controllate, perché siamo “noi”.

 

 


Intercettazioni: silenzio, si ruba

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

La musica è finita:  gli amici sono andati a casa, niente girotondi nemmeno per i bambini, i post it non li fabbricano più, il bavaglio se lo sono stretto da soli, certi colori viola sono sfumati in rassicuranti azzurri.  È che a far suonare la banda era uno, contro il quale si indirizzavano – inoffensive – strombettate, pernacchi e sberleffi. Evaporato lui, con quasi tutti i suoi quattrini, i suoi reati, le sue cene eleganti trasferite da giovani imitatori in chiese e siti storici, le discutibili amicizie, anche quelle emulate con convinzione, si misura che la sopportazione è illimitata, che resiste a ruspe, tunnel, furti di beni, diritti e sicurezze, oltraggi, umiliazioni, condanne a morte per malattie non diagnosticate,annoverate nel paniere dei lussi immeritati.

Tante volte si è detto che Renzi ha preso come una missione il completamento aberrante delle infamie del suo padrino più o meno occulto, combinandole con una cieca, anzi preventiva, ubbidienza ai comandi dell’imperialismo finanziario, ascoltati e eseguiti ancor prima che diventino raccomandazione, lettera, direttiva, facendo assumere all’Italia il ruolo di laboratorio di repressione, autoritarismo, fine del lavoro, cancellazione del Welfare, che perfino il popolo, dico il popolo, greco ha rifiutato.

Adesso è la volta delle intercettazioni. Lo so, sembrano un tema di retroguardia, un particolare, un neo nella grandiosa, rapace e ferina bellezza del golpe all’Italiana: i più scettici, i più disillusi, i più realisti vi diranno che è irrilevante, che siamo tutti controllati, invasi, sorvegliati da operatori, telecamere, insomma che la tecnologia ha cancellato la privacy. Beh non è così: la riservatezza resta una prerogativa ad uso dei potenti ed è la politica, è il potere economico che impiegano la tecnologia per piegarla ai suoi bisogni.

Sappiamo tutti che se  usiamo la carta di credito veniamo localizzati, che  viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi che si può conoscere tutto sui nostri gusti, sulle nostre disponibilità finanziarie e così via. Ma questo non legittima che poi, la successiva raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente.  La verità è che – e la lotta al “terrorismo” ha dato una mano – è concreta e operativa un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche,  agenzie di sicurezza che li  elaborano  per finalità di controllo, imprese che ne fanno strumento di ricatto. O non vi ricordate cosa prevede quel capolavoro ammazza lavoro che sia chiama impropriamente Jobs Act? e che  grazie all’acceso al pc, a telecamere, a dispositivi di sorveglianza ha inteso introdurre azioni lesive della dignità del lavoratore, combinando ricatto e intimidazione, invadenza e prepotenza,  grazie a un controllo illimitato su prestazioni, abitudini, comportamenti

Si la difesa della privacy è diventata compiutamente un privilegio esclusivo del ceto dirigente, della classe politica, anche quella che ha sempre rivendicato di non aver nulla da nascondere, quella che un tempo reclamava e desiderava essere intercettata a scopo dimostrativo della sua trasparenza e integrità, la Serracchiani: “A nessuno il dottore ha ordinato di fare politica e chi la fa deve dare l’esempio. Il politico rappresenta le istituzioni e quindi non esistono suoi comportamenti privati che non incidano sulla credibilità pubblica”, la Bindi, Speranza, Ferranti, la relatrice, Orlando, il ministro, Scalfarotto, il fan delle libertà, possibilmente sue, insomma un Pd ben determinato a ritrovare unità intorno a potenziali inquisiti eccellenti, a circoscrivere il potere delle “toghe rosse”, a fronteggiare la pubblicazione di colloqui pruriginosi o criminali, dicendo e facendo quello che diceva a faceva il nemico d’un tempo.

Ha sostenuto Davide Ermini,   responsabile giustizia del Pd:   “Captare parole fuori contesto ricorda le vite degli altri, il regime del terrore. Per noi ci vuole libertà di stampa e libertà di vivere”, dimostrando di essere andato al cine dove ha preso coscienza dei crimini comunisti, ma dove si è distratto sulla possibilità di vivere, meglio se con dignità, che il suo governo limita ogni giorno, togliendo lavoro, sicurezze, diritti, assistenza, istruzione, cultura.

Il fatto è che se la libertà riguarda solo un segmento di cittadini diventa licenza. Ed è questo che vogliono, che non possa esistere pubblicità alle loro trasgressioni, che l’impunità della quale godono si mantenga negli arcana imperii, che la riservatezza su corna, furti, vizi, sregolatezze, misfatti, abitudini e malattie imbarazzanti, diventati temi per lunghe serie di trasmissioni molto approfondite reiterate su tutti i canali televisivi, sia un perenne velo pietoso opportunamente steso a tutela delle loro esistenze inviolabili e superiori.

Il capolavoro a garanzia di questa istanza è la previsione che intercettazioni chieste da un magistrato con le informazioni che entrano nel dossier giudiziario, non possano avere diffusione fuori  dalla cerchia di quel centinaio di persone coinvolte, mica poche.  Avvocati dunque, cancellieri, giudici, investigatori, amici e nemici degli inquisiti con buone relazioni negli ambienti giudiziari, amici e nemici della eventuali vittime. E naturalmente anche giornalisti informati, ma – per legge – obbligati al silenzio sugli orologi del figlio di Lupi, sul brand di Carminati, sul business delle cordate del cemento veneziane, sui dialoghi da tavolo del biliardino Renzi-Adinolfi e soprattutto sulla coazione a telefonare che può aver afflitto il Colle.

Perché a sancire l’incolmabile distanza tra noi e loro, la necessaria e doverosa separazione tra i nostro doveri e il loro diritti, tra le nostre responsabilità e i loro bisogno, deve esserci l’interdizione a sapere per i cittadini, officiata dai  sacerdoti messi a guardia del silenzio, della censura, dell’erogazione differenziata di dati e conoscenze: i media ufficiali, i giornalisti di regime, quelli che elargiscono solo le informazioni suggerite, i dati sollecitati dall’alto. Una norma “ad partitum unicum” dovrà “garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, in particolare dei difensori nei colloqui con l’assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale”, prevedendo  fino a 4 anni di carcere per chi “diffonde conversazioni fraudolentemente captate con la finalità di recare danno alla reputazione”.

Non credo comincerà una guerra per bande tra le gazzette per garantire l’informazione: basterebbe ricordare lo slogan dei tempi non sospetti, quando i giornalisti reclamavano il “diritto a informare” e non il “dovere di informare”. Credo invece che si avvicini sempre più il definitivo bavaglio nei confronti di chi aspira a dire e conoscere, a informarsi e a divulgare nell’unico e sia pur disordinato spazio di libera espressione rimasto.


Spiati e contenti

images (1)Dove si voglia andare a parare è misterioso solo per i ciechi entusiasti e volontari: mentre si tenta in ogni modo di ridurre sia le intercettazioni in sé, anche facendo mancare i finanziamenti come è accaduto qualche settimana fa, sia la loro pubblicazione e si trovano facili filosofi che gridano alla barbarie all’unisono con il milieu politico, oggi arriva nell’aula di Montecitorio, il decreto antiterrorismo per essere convertito in legge. E guarda caso è stato licenziato in commissione con alcune modifiche che consentono la possibilità di spiare dentro il computer di ogni cittadino attraverso software occulti.

E’ del tutto evidente che si va creando esplicitamente e senza più remore o ritegno, una classe di potenti che rivendica il diritto alla propria intangibilità e la massa del resto dei cittadini nei cui confronti è possibile invece saccheggiare ogni possibile informazione, talvolta l’intera vita. Ed è ovvio che per giungere a questo scopo non c’è niente di meglio che agitare i fantasmi del cosiddetto terrorismo, nemico sfuggente e in finitamente interpretabile, uno dei migliori investimenti emotivi fatti negli ultimi 15 anni dalle governance occidentali. La sua enfatizzazione, creazione, classificazione è l’ideale per giungere a un controllo a tappeto delle popolazioni, superando ogni ostacolo costituzionale o democratico che in altre condizioni avrebbero sbarrato il passo a questa fondazione dell’oligarchia.  Inoltre il pericolo può essere attentamente  modulato  a seconda delle situazioni e non è forse un caso che proprio alla vigilia dell’arrivo in aula del decreto si sia scoperta una prima cellula jahidista per il reclutamento di volontari.

Naturalmente la possibilità di usare programmi spia per svuotare i computer dei malcapitati, è legata a un qualche sospetto di reato”commesso mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”,  compresi quelli di violazione del copyright e di opinione. Ma è chiaro che si tratta solo di un formalismo perché  da un sospetto si può risalire (e dunque spiare) altre centinaia di persone che sono in contatto con lui e da qui altre decine di migliaia: la rete web è assai più estesa della rete personale su cellulare ed è facile avere un controllo capillare.

E’ il primo caso al mondo in cui uno stato arriverebbe ad autorizzare l’uso di software spia per controllare i cittadini. E quindi ci sono anche anime pie che chiedono di circoscrivere il controllo solo ai reati di terrorismo le quali  probabilmente verranno ascoltate, non fosse altro che per opportunismo e per salvare la faccia di un ambiente politico dove queste idee allignano a tal punto da divenire proposte concrete. Ma questa è a mio parere solo una degringolade pseudo democratica, visto che il reato di terrorismo in quanto tale è in sé indefinibile, derivando in buona sostanza da ciò che di volta in volta un governo definisce come tale. Per esempio del reato fa parte anche  “l’arruolamento, addestramento e partecipazione ai conflitti armati” il che fra l’altro includerebbe  tra i rei anche il ministero della Difesa. Ma immaginiamo che due anni fa chi avesse svolto queste azioni in favore del Califfo e del suo raggruppamento, allora considerato un libertador dal regime di Assad, non sarebbe stato considerato un terrorista, ma un eroico volenteroso.

Però ci sono anche altri lati oscuri: per esempio fa parte della cornice della legge “commettere dei delitti contro lo Stato e i reati di apologia” e via dicendo che in realtà possono comprendere molte cose, dall’opposizione alla Tav e alle grandi opere, alle critiche contro la propaganda e le posizioni governative in generale. Per esempio apologia potrebbe anche essere l’affermazione che considerare l’Isis come un fenomeno puramente terroristico è di una stupidità sesquipedale. O che l’Expo è un colabrodo opaco e inutile, una mangiatoia per nutrire i soliti noti, altro che il pianeta: dopotutto criticare una governance che si oppone al “terrorismo” è altamente sospetto.

Naturalmente inneggiare alla svastica immagino sia perfettamente lecito, visto l’appoggio che viene coralmente dato da questa Europa ai nostalgici hitleriani di Kiev. Mica sono terroristi, dopotutto, mentre potrebbe essere considerato reato stare dalla parte delle popolazioni del Donbass. Nel momento in cui non si sanzionano delle azioni in sé, ma solo se le si riferisce a un concetto sfuggente e mutevole come il terrorismo, si costruisce un quadro di incertezza che fa da base all’estensione del controllo di stato.

Insomma l’era del controllo dell’opinione è ufficialmente cominciato, sia pure in maniera più morbida del previsto. E forse più opportuna per non dare l’impressione  di correre troppo: ma basterà aspettare un po’ per vedere il disegno dei negatori di libertà.


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